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La sconfitta Annunziata

Correva l’anno 2004, mese di Ottobre o giù di lì. Mese di campagna elettorale oltreoceano. Mese di lotte all’ultimo sangue tra democratici e repubblicani. Ma,sopratutto, mese di dibattiti nella vecchia Europa. Quella che si interrogava su chi avrebbe vinto le elezioni statunitensi, su chi sarebbe stato il prossimo interlocutore e tante altre cose. Si respirava, in quei giorni, un aria di sfrontato ottimismo nel centrosinistra. Sia italiano che europeo. La vittoria era data per scontata. Una formalità. Tanto che, chi pensava che non lo fosse, si arrampicava sugli specchi della sua prudenza citando  uno scenario particolare: Kerry vince il voto popolare, ma la conta dei seggi va a Bush. Ricordo in quei giorni le querimonie di presunti esperti in sistemi elettorali che ci raccontavano di come, la più grande democrazia del mondo, avrebbe mandato al potere uno che non aveva il consenso della base. Accadde che Bush stravinse il voto popolare e vinse comodamente la battaglia dei seggi. Una mazzata per alcuni. Sopratutto per alcuni intellettuali. Già,perchè i signori (antidemocratici per vocazione) non sono abituati a contare i voti. Sono abituati a pesarli, a distribuire patenti di liberalismo a questo e a quello, a vaneggiare di pericoli per la democrazia e altre simpatiche amenità. Facendo sempre i conti senza l’oste, che in questo caso si chiama elettore e conta, eccome se conta. Facevano i conti chiusi nelle loro torri d’avorio e ci spiegavano che i principali giornali avevano compiuto le loro scelte: John Kerry avrebbe guidato l’America, senza dubbio alcuno. La rivista Editor&Publisher, che si occupa di analisi politiche sul mondo dei media, ci raccontava di un John Kerry che otteneva il sostegno espicito della maggioranza dei quotidiani americani, e non solo di quelli tradizionalmente liberal. 16 milioni di lettori a 10, questo il risultato dato dalle rotative di oltreoceano. Una sentenza inappellabile. Ma c’era di più. Non solo Kerry mieteva consensi nella stampa “neutra”; Bush perdeva l’appoggio anche di quei giornali che tradizionalmente appoggiavano i repubblicani e che, pur non appoggiando i democrats, scelsero di non scegliere. Un quadro sconvolgente, a cui bisognava aggiungere le carenti performances televisive del presidente uscente. Un disastro annunciato. Poi vennero le urne e ci raccontarono di un’America diversa. Un’ America che non era quella del “Rock against Bush”, che non era quella degli intellettuali bostoniani con la puzza sotto il naso, che non era quella di chi giocava sporco per screditare Geroge W Bush. Quelle elezioni ci hanno raccontato di un’America con un grado di separazione altissimo tra la gente e i media tradizionali, un’America matura e orgogliosamente “Right Nation”, che ha rimesso al centro la propria vocazione individualista, sconfessadno coraggiosamente nani e ballerine. E’ forse troppo chiedere all’Italia lo stesso coraggio, la stessa voglia di indipendenza. Ma mi sa, che il 10 Aprile, potremmo ritrovarci con una sorpesa. Fatta di dati e risultati in controtendenza. Dove un intero corpo elettorale si è rifiutato di chinare il capo di fronte allo straparlare di alcuni intellettuali da quattro soldi, dove la gente ha deciso di non credere più in una vittoria Annunziata. Italia,Forza.