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Quattro anni dopo, cosa ci resta di Marco Biagi

Gli occhi vispi, la stretta di mano forte e sincera, lo sguardo intenso. Così me lo ricordo,in quel primo incontro, Marco Biagi. Un incontro casuale, che mi avrebbe segnato ben oltre la mia carriera universitaria.Sono passati quattro anni da quel 19 Marzo 2002 e il vuoto è ancora grande, la cicatrice fa ancora male, il livido si vede ancora. Ci manca Marco Biagi, per quello che è stato e per quello che ha saputo trametterci. Non era un professore qualsiasi, odiava le torri d’avorio, il discutere fine a se stesso. Odiava le barricate e le battaglie ideologiche. Era un riformista, un riformista vero; pronto a sporcarsi le mani col lavoro di tutti i giorni, pur di rendere migliore questo paese. C’è riuscito, a modo suo: silenziosamente, senza sbraitare, senza mai alzare i toni. Solo lavorando, studiando, modernizzando. Non era un personaggio televisivo, non si vedeva molto. Lo si sentiva spesso alla radio, la mattina. A spiegare perchè dovevamo avere coraggio, perchè bisognava essere fiduciosi verso il futuro e aperti alle novità. Perchè la flessibilità si poteva regolare e perchè l’occupabilità sarebbe diventata migliore, con più mercato e meno stato. Rientrava a casa, quella sera. Dopo una giornata passata all’università. Già su quell’interregionale che lo portava verso la morte aveva visto in faccia i suoi carnefici. Gli erano seduti accanto, avevano pianificato tutto da mesi. Lo scrutavano mentre parlava con alcuni colleghi,ne studiavano le mosse, pronti a colpire. Arrivati a Bologna, avvisarono gli esecutori materiali dell’esecuzione. Gente esperta, gente che sa come portare la morte in casa d’altri. Lo aspettavano lì,fuori casa sua. Marco Biagi arrivò, con la sua inseparabile bicicletta e la sua borsa in pelle, pronto a riabbracciare i familiari. Qualcuno lo chiamò,da dietro, alle spalle: “Professore, ehi, professore”. Chi lo sa, avrà pensato ad uno studente. Invece era la morte, con le facce criminali dei Brigatisti Rossi. Sei colpi e poi il buio. Il buio che abbiamo percepito tutti in quei giorni, lo sconforto, la solitudine. Marco Biagi non c’era più. Ma avrebbe continuato a vivere, nelle nostre parole, nei nostri scritti, nei suoi adorati libri. Marco Biagi è stato stupendo,proprio in questo. Ha lasciato dietro di sè una schiera di giuslavoristi preparati, attenti, determinati. Che hanno proseguito il lavoro egregiamente. Primo tra tutti Michele Tiraboschi che ne ha ereditato la cattedra all’università degli Studi di Modena e poi Luigi Montuschi, all’Università di Bologna, Maurizio Sacconi, sottosegretario al Welfare. E infine noi, che l’abbiamo conosciuto e che continueremo a ricordarlo. Difendendo le sue battaglie; perchè non è morire vivere nei cuori di chi ti ama. Ciao,Marco.