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Un professore e un Grillo

Nel suo blog, Beppe Grillo, ha ancora una volta criticato duramente la legge Biagi. Questa volta rilanciando un’analisi del professor Gallegati. In sostanza l’analisi dice che i dati sono truccati e non va nemmeno tanto per il sottile. Però ci sono delle parti che andrebbero analizzate con maggior cura, ci sono alcune contraddizioni di cui il Professore non può non essersi accorto. Andiamo con ordine. 1) Il Professor Gallegati:Se su deficit e debito pubblico, Pil, competitività internazionale e indebitamento delle famiglie siamo tutti unanimi nel dire che le dinamiche sono state tra il bruttino e il disastroso, quelle sull’occupazione sono statistiche che il centro destra porta con sicurezza a vanto del proprio operato. Almeno sinora. Poi qualche giorno fa l’Istat ha detto che l’anno scorso l’occupazione è calata – e Tremonti ha ribattuto che non è vero, e che per lui “conta solo l’Eurostat” (dimenticandosi che all’Eurostat i dati li dà l’Istat). Tremonti non si riferiva ai dati sull’occupazione, bensì a quelli sul debito pubblico. E aggiungeva che le preoccupazioni maggiori che i tecnocrati europei hanno, riguardano i conti di Francia e Germania (e il loro debito pubblico),non il nostro. Riguardo alla situazione occupazionale, a rispondere fu Maurizio Sacconi, che disse: “In realtà, dal 2001 l’occupazione regolare è cresciuta in misura maggiore alla crescita del Pil e questo grazie a più facili canali di accesso al mercato del lavoro” e ancora ribadiva la differenza, sostanziale, tra unità di lavoro e persone al lavoro. Qui Tremonti è citato assolutamente a sproposito (non rispondeva a quella domanda) e viene omessa (volutamente?) la reale riposta del Governo, tramite il suo sottosegretario al Welfare, nonchè estensore del Libro Bianco sul mercato del lavoro (che tutti credono di conoscere a memoria). 2)Gallegati: La prima cosa da dire è che l’occupazione è cresciuta durante il centro destra. Ma la crescita era già in atto con il centro sinistra. La “piccola” differenza, è che durante il centro sinistra l’occupazione parte fiacca e poi cresce, durante il centro destra parte crescendo, e rallenta bruscamente negli ultimi due anni. Guardando alle unità di lavoro poi il rallentamento è ancora più drastico, e diventa un calo nell’ultimo anno (quello che sottolineano sia Istat che Bankitalia). Da notare che per la prima volta nella storia repubblicana sono più i lavoratori che le unità di lavoro: c’è più gente che lavora, sì, ma di lavoro ce n’è poco. Quindi simmetricamente bisogna affermare che il declino italiano è continuato con il centrodestra ma è iniziato col centrosinistra. C’è poi da dire che l’occupazione non può crescere allo stesso tasso sempre. Più cala il tasso di disoccupazione, più cioè si va verso la piena occupazione, più diminuisce la corsa dell’occupazione stessa. Senza contare l’effetto di chi si mette sul mercato incentivato dall’offerta lavorativa (fenomeno che successivamente il professore individua). Ma c’è di più: se è vero che diminuiscono le unità lavorative ma aumentano le persone con un’occpuazione allora significa che questa legge funziona. A condizioni economiche peggiori rispetto al quinquiennio precedente, l’incontro tra domanda e offerta risulta migliore. E questo nonostante siano stati aboliti i co.co.co, sostituiti dai Contratti a Progetto, che garantiscono maggiori tutele. Tutele che vanno ben oltre l’aspetto contributivo. Spiega Sacconi: “In aggiunta, negli stessi contratti a termine, si tratta di distinguere quelli che hanno contenuto formativo da quelli che, al contrario, magari sono forme abusive di co.co.co. e che la nuova disciplina consente di reprimere”. La repressione è parte fondamentale della nuova legge ed è un profilo assolutamente innovativo rispetto alla legislazione precedente. Questa legge ha funzionato in un periodo economico difficile e il professore,criticandola, finisce per riconoscerlo. 3)Gallegati: Infine, i precari. Dai dati Eurostat, risulta che Berlusconi prende il testimone del precariato, nel secondo trimestre del 2001, a circa il 9.5%: questa era la percentuale dei lavoratori con contratto temporaneo sul totale dei dipendenti. Nel secondo trimestre del 2005 eravamo già al 12.5% (e non stiamo contando i co.co.co.). Ma stiamo contando, per la prima volta, i contratti a contenuto formativo,che questa legge ha riformato e reso migliori (sopratutto per i lavoratori). Ma,rimaniano sui dati. Il dato delle grandi imprese fa scendere ci dice che gli occupati con contratti a termine sono solo il 6,3%. Di questa esigua percentuale, più del 50% sono a contenuto formativo. Chi alza notevolmente la media sono gli Enti Locali e le piccole-medie imprese. Qui, l’alternativa non è tra lavoro a tempo indeterminato e lavoro a tempo determinato. Qui l’alternativa è tra lavoro flessibile in entrata e lavoro nero o,peggio, non lavoro. Questa flessibilità in entrata ha permesso a molte piccole-medie aziende di sopravvivere, di far fronte a commesse e ordinativi senza vedersi soffocati da un mercato del lavoro bloccato agli anni 70. Se avesse letto tutti i dati, osservato tutte le dinamiche, il professore si sarebbe accorto anche di questo. 3) Gallegati: Un Maroni potrebbe sostenere però che il fatto che un contratto a termine non cambia un granchè, che sapere che il tuo posto di lavoro è solido salvo contrordine, o che è a termine salvo contrordine, non cambia nulla. Questa è una tale eresia che ho sacrificato il sabato sera, ed ho calcolato da dati di fonte Inps una semplice statistica: la correlazione che si osserva tra il tipo di contratto che ha una lavoratrice, e il fatto che questa decida o meno di fare un figlio. Bene, avere un lavoro precario riduce di dieci volte la probabilità che una lavoratrice faccia un figlio. E’ un’analisi sociologica,interessantissima. Però è un’analisi che non ha nulla a che fare con il mercato del lavoro. Una legge è una buona legge se riesce a coniugare la realtà con l’obbiettivo che si pone: l’obbiettivo era (ed è) favorire l’incontro domanda-offerta in una realtà che non era certo facile. Obbiettivo, certamente, raggiunto. Quanto alle lavoratrici, bisognerebbe anche analizzare le maternità nelle donne-manager e dire che allora non va bene che le donne facciano carriera perchè diminuiscono le prospettive di “metter su famiglia”. Ripeto: è un’analisi interessante dal punto di vista statistico ma con il mondo del lavoro c’entra pochissimo. Con questa legge cerchiamo di organizzare meglio la forza lavoro di questo paese e di garantire un miglioramento del mercato. Per l’organizzazione della felicità, rivolgersi altrove, al prof. Prodi Romano.