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Il peso su Abele

C’è modo e modo di fare le cose. E così c’è modo e modo di concedere una grazia. Il nostro sistema penale ha un grosso limite: nel porocesso elimina completamente la parte offesa. Salvo la costituzione come parte civile nel processo penale non resta niente di chi il torto lo ha subito. Mastella e Napolitano compiono l’ennesimo atto irrispettoso nei confronti di chi è stato colpito dalla condotta criminosa di un terzo. Bompressi è stato processato, Bompressi è stato condannato. Da qui occorre partire. La verità processuale accerta che esiste un omicidio e che esiste un omicida. Per quel delitto c’è un colpevole,  per quel colpevole una pena. Che io sia d’accordo con la grazia (anche per Adriano Sofri) non è un mistero. Ma esistono norme, prassi, consuetudini e procedimenti che servono a far sì che la grazia non venga concessa agli “amici”. Io sono contrario alla grazia come istituto,perchè è quanto di più illiberale esista. Però c’è nel nostro ordinamento e va rispettata. Ma esistono anche gli offesi, esistono anche gli amici di Abele. Che meritano tutela e rispetto,tanto quanto Caino. Bompressi è andato in carcere nel 1997, c’è uscito un anno dopo. Ora viene graziato, per motivi di salute. Quante persone soffrono la stessa situazione psico-fisica di Ovidio Bompressi? Quante persone presentano i medesimi requisiti di quello che per la giustizia italiana è l’esecutore materiale dell’omicidio Calabresi? E sopratutto: che senso ha un blitz istituzionale di questo tipo? Che senso ha questa velocità, questa smania di graziare uno che sta ai domicilari e soprattutto che senso ha questo giustizialismo al contrario? Ha il senso,triste e cupo, di una giustizia che pone sul piatto della bilancia due pesi e due misure. Un peso, lieve, per i “compagni che sbagliarono”, l’altro,grave come un macigno, sul cuore delle vittime di quell’errore. Dimenticate ancora una volta, messe di nuovo ai margini. Questa volta per sempre.