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Vi presento Mark Cuban

Faccia da bravo ragazzo, battuta sempre pronta, jeans e camicia fuori dai pantaloni, look sbarazzino e conto in banca tra i più ricchi del globo. E’ Mark Cuban.Nasce vicino Pittsburgh (Pennsilvanya), a Mt. Lebanon,nel 1958. Famiglia medio-borghese,non ricchissima. Grande spirito imprenditoriale, noto fin da giovanissimo perchè si pagò l’università (Indiana) impartendo lezioni di disco dancing. Uno che poteva venderti un chilo di sabbia nel Sahara e che nella vita ha stupito tutti con invenzioni senza precedenti. Sembra vivere la sua vita come un lunghissimo film in cui lui è sempre protagonista, in un modo o nell’altro. Dei suo affari,dice sibillino “all good businesses are personal, the best businesses are very personal”. Grande senso della scena, grande padronanza del palcoscenico, grandissima dialettica e ottime idee da far fruttare: questo è Mark Cuban e,credeteci, basterebbe così poco per definirlo. Ma il colpo di genio è un altro. Quel che dice,fa. E siccome crede gli affari siano “cose personali” decide di piegare internet ai suoi bisogni. Finita l’università, conclusi gli studi e, dopo aver bazzicato per un pò il mondo dell’informatica (con grande successo,ovviamente), sente un gran bisogno di ascoltare di nuovo la radio della sua università. Quella che ascoltava nella sua camera al college  disteso sul letto, quella che faceva le radiocronache degli Hoosiers di Bobby Knight. Si,proprio quella. Stava a Dallas in quei giorni e non gli bastava la tv via cavo, le radio locali e tutto l’ambaradan massmediatico del Texas. Voleva di più, voleva la radio dell’Indiana. Dovunque fosse lui voleva sentirsi gli Hoosiers e ascoltare le news dal Campus di Bloomington. Senza discussione. Nacque Broadcast.com, prima raccolta on line di radio di tutta america. Così che ognuno, ascoltando la propria radio potesse sentirsi a casa, anche dall’altra parte del globo terrestre. L’idea fu un successo senza precedenti. Tanto che in un solo anno di attività,quella radiolina on line che doveva servire al buon Mark per respirare la fresca aria dell’Indiana, diventò un’azienda con 330 dipendenti e milioni di contatti giornalieri. Nonchè una varietà di radio e di eventi da attirare le attenzioni dei più grandi colossi informatici del momento. La spuntò yahoo.com, che offrì al nostro Mark 5.7 miliardi di teste presidenziali per portarsi via l’arnese. Mark accettò, ma invece di goderseli al sole delle Hawaii,spaparanzato su un materassino gonfiabile decise che doveva essere ancora protagonista. Sempre più in alto. Il suo obbiettivo era ancora una volta il basket, il suo grande amore. Talmente grande e talmente amore da fargli fare la pazzia di comprare i Dallas Mavericks, il giorno di San Valentino del 2000. Inutile dirvi che fu un successo. Quando acquistò la franchigia, i Mavs erano una buona squadra,niente di eccelso. Famosi per essere organizzati come un torpedone di turisti italiani a Londra: chiassosi e senza regole. Allenati da Don Nelson, un uragano di simpatia e buonumore ma non proprio un coach completo, considerato il fatto che ignorava la metà campo difensiva. Uno Zeman baskettaro, per capirci. A Mark piaceva quel modo di fare, un pò guascone,un pò teatrale. Ma più dello spettacolo a Mark interessavano le vittorie e allora mise le mani nell’ingranaggio e cominciò a lavorare di testa sua. Rivoluzionando. Oggi Dallas ha una solida mentalità difensiva, un ottima rotazione, un sacco di giovani bravi e con ampio margini di miglioramento e sopratutto sono un modello commerciale. Spogliatoi iper tecnologici, sala pesi che sembrano astronavi di Star Trek, tv al plasma ovunque e un grandissimo appeal sia per i giocatori, che per gli spettatori. Mark Cuban ha dimostrato che si può contemporaneamente buttare una palla a spicchi dentro un cerchio di ferro, fare dello spettacolo allo stato puro e creare un’organizzazione capace di mettere insieme successi sportivi, merchandising, centri commerciali, cinema e uno stadio all’avanguardia. Ma la cosa più bella dei Mavs è il loro presidente: istrionico, vulcanico, ipermultato per le sue dichiarazioni fuori dagli schemi e per le battaglie campali contro gli arbitri. Ha aperto pure un blog, tu gli scrivi, lui legge sicuramente. E poi scrive post di ogni tipo: basket, lifestyle, cavoli suoi. Perchè il business migliore è molto personale e perchè,come dice lui “se dovessi morire vorrei rinascere come sono“. Anche noi lo vorremo. Rinascere come lui,ovvio.