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Svezia,crolla l’ultimo mito del Novecento

E’ davvero con immenso piacere che ospitiamo l’intervento dell’amico Domenico riguardo all’odierna affermazione dei conservatori in Svezia, patria della socialdemocrazia e del welfare state modello “scandinavo”. Una svolta importante che meritava un commento autorevole come il suo. Quando vorrà scrivere, qui uno spazio glielo troviamo sempre. Pochi miti sono stati longevi come quello della socialdemocrazia svedese. Eppure tutto ha una fine e ci troviamo a dover commentare, stasera, la fine del leggenderario predominio della sinistra in Svezia. Ora è ufficiale: il paese scandinavo ha scelto di svoltare a destra, affidando la maggioranza dei seggi all’Alleanza per la Svezia guidata dal leader del Partito Moderato Fredrick Reinfeldt. Quante volte abbiamo scritto un post per commentare risultati elettorali di piccoli paesi? Poche, forse mai. Ma in questo caso l’evento è più importante di quanto possa sembrare. Crolla uno dei miti del Novecento, crolla il mito degli svedesi alti, biondi e socialdemocratici. Alti e biondi lo sono ancora (nonostante l’inevitabile miscuglio di etnie provocato dall’immigrazione) ma sulla terza caratteristica da oggi in poi sarà meglio andarci cauti. Il welfare state scandinavo può funzionare solo in paesi con un limitato numero di abitanti e troppo spesso, anche dalle nostre parti, è stato preso a modello in maniera superficiale ed erronea. Ora lo rinnega anche la maggior parte degli svedesi e il fatto (ripetiamo,STORICO) merita una riflessione. Cosa può aver spinto uno dei popoli più ricchi e benestanti d’Europa a cambiare così radicalmente registro? Cosa può aver provocato questa voglia di provare la via liberalconservatrice dopo decenni di successi economici e sociali? La risposta non è poi così difficile, basta essere stati in Svezia negli ultimi tempi. Il problema dell’immigrazione è sempre più sentito tra la gente, nonostante la proverbiale (e quella sì, invidiabile) tolleranza scandinava. Provate a salire su un bus in una qualsiasi grande città svedese (Stoccolma, Uppsala o Malmoe) e vi accorgerete che di svedesi alti e biondi non ce n’è nemmeno uno. Tutti immigrati, tutti arabi, maghrebini, senegalesi, turchi. Anche un calabrese come me, in quel momento, si è sentito nordico. Strana sensazione da provare in Svezia, non credete? Eppure la situazione è proprio questa. Gli immigrati sono invogliati ad andare a vivere in Svezia a causa del latte che possono succhiare indisturbati dal seno dello Stato balia. Mica scemi, questi immigrati. Ma un welfare state di stampo scandinavo non può reggere l’urto di grandi masse che spingono alle porte della cassaforte statale. Dicevamo prima che questo sistema socioeconomico può aver successo solo con un bacino di ‘utenza’ limitato. L’immigrazione, dunque, cardine principale della svolta svedese? Forse, ma non solo. L’argomento principe della campagna elettorale è stato quello fiscale e tributario. Agli svedesi piace avere tutto a portata di mano a spese dello stato, questo è fuori discussione. Ma ad un certo punto anche loro si sono chiesti se fosse una cosa realmente invidiabile essere ai primi posti nel mondo per pressione fiscale e prelievo contributivo. E la risposta sembra essere stata abbastanza chiara. Va bene il welfare state, ma non siamo mica fessi! E la chiave del successo del blocco liberalconservatore sta proprio nel giusto approccio adottato nei confronti dell’elettorato. Non si poteva dire (e infatti non si è detto): smantelliamo completamente lo stato sociale. Troppo shock per un paese abituato a vivere in un certo modo da decenni. I leader di centrodestra hanno avanzato ragionate e ragionevoli proposte di riforma non troppo radicali che gli elettori hanno ascoltato e promosso. Ora sta a chi ha vinto saper governare la Svezia in un modo nuovo, cercando di rimuovere poco alla volta i lacci opprimenti di un sistema socioeconomico che avrà pure avuto i suoi benefici ma che è ormai qualcosa di vetusto e fuori tempo. Il futuro, e lo diciamo da anni ormai, sarà liberale. O non sarà.                                                                                        Domenico Naso