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L’opposizione giusta

Kevin Hasset, senior fellow dell’American Enterprise Institute, domani su Liberal quotidiano.

Dato che dovranno passare almeno i prossimi due anni all’opposizione, i politici e gli opinionisti repubblicani devono decidere che atteggiamento tenere nei confronti della nuova amministrazione. Dichiareranno guerra al neoeletto Presidente Obama fin dall’inizio, o guarderanno all’opportunità di collaborare con lui? Nella valutazione delle loro opzioni, dovrebbero essere guidati da una semplice verità: un’opposizione costruttiva cambierebbe l’America in meglio. La verità è che il futuro a breve termine di questo Paese dipende più dai repubblicani che dai democratici.

L’architettura istituzionale ideata dai nostri Padri Fondatori rende difficile la realizzazione di qualsiasi cosa. L’ostruzionismo in Senato, in particolare, dipende sostanzialmente dalla buona volontà dell’opposizione. Quando il nostro Paese funziona bene, come, ad esempio, nella metà degli anni ‘80, quando il Presidente Ronald Reagan e il portavoce della Camera Tip O’Neil lavorarono insieme per raggiungere vittorie politiche fondamentali come la riforma della Sicurezza Sociale e la Legge di Riforma tributaria del 1986, significa che al disaccordo non segue l’avversione reciproca.

Benjamin Disraeli, il grande statista inglese che spese molta parte della sua carriera all’opposizione, commentò questo fenomeno quando scrisse che «il Re Louis Philippe mi disse, una volta, che attribuiva il grande successo della vita politica inglese all’abitudine di parlare di politica dopo cena». A Washington questo manca, e manca perché è passato troppo tempo da quando di politica si discuteva in modo costruttivo dopo cena. Il problema è solo questo: è impossibile desinare con qualcuno che odi, e sedici anni di odio hanno messo questo Paese in ginocchio.

L’odio è diventato uno stile di vita. Bill Clinton è arrivato a Washington nel 1992 ed ha portato a termine molte politiche, come la riforma del welfare, che avrebbero dovuto interessare i conservatori, ma l’odio palpabile verso Clinton li animava a tal punto che la guerra contro il Presidente era totale, e profondamente personale. Negli ultimi otto anni, l’odio per Bush ha rimpiazzato quello per Clinton. Bush ha tentato di raggiungere per vie laterali obiettivi cari ai democratici come il piano per i farmaci prescrivibili, ma, come Clinton, ha ricevuto poco credito dai suoi oppositori.

I politici e gli opinionisti possono facilmente creare un clima che fermi l’odio per Obama prima che si formi. È una cosa che richiede due piccoli passi che possono essere riassunti da un semplice pensiero: cerca di essere qualcuno che il tuo avversario inviterebbe volentieri a cena. Il primo passo consiste nel trattenersi dal contestare il carattere o le ragioni di coloro con cui non si è d’accordo. Le affermazioni non corrette non sono bugie. Per chi cerca un modello del comportamento opposto, si consideri la recente affermazione dell’ex funzionario dell’amministrazione Clinton Paul Begala, secondo il quale il Presidente Bush è «un grandissimo idiota». Questo vile insulto si è diffuso, diciamo così, liberamente. Se si stila una lista delle personalità repubblicane significative a livello nazionale, si capisce rapidamente che può essere divisa in due sottoliste. Prima ci sono gli “stupidi”, come Sarah Palin, Dan Quayle e Bush, e poi i “malvagi”, come il vicepresidente Dick Cheney o il senatore – oggi deceduto – Jasse Helms, mentre Reagan fu così efficiente da ottenere l’elevato status sia dello “stupido” che del “malvagio”.

Il secondo passo è che la comunità repubblicana faccia qualcosa in cui i democratici hanno mancato negli scorsi otto anni: far rispettare collettivamente criteri di onorabilità obiettando quando gli altri se ne allontanano. Comportarsi dignitosamente e chiedere lo stesso agli altri. Sono certo che nei prossimi anni ci saranno innumerevoli volte in cui Austan Goolsbee, la probabile scelta di Obama alla guida del Consiglio dei Consulenti Economici, o Jason Furman, il direttore ella campagna elettorale del neopresidente per l’economia, faranno dichiarazioni che gli economisti repubblicani riterranno errate. Sarà giusto contestare queste affermazioni, ma sbagliato attaccare le persone in quanto tali, e chiunque sorpasserà il limite dovrà essere richiamato dai repubblicani, non dai democratici.

Questo ovviamente non garantirà un cambio di clima a Washington. Obama potrebbe decidere di ignorare il contributo repubblicano e agire in modo altamente partigiano. Potrebbe nominare persone molto faziose in posizioni chiave e continuare a incolpare, come ha recentemente fatto Nancy Pelosi, i repubblicani dei problemi dell’America, ma se lo farà concretizzerà poco. Il taglio delle tasse di Bush verrà ritirato, ma il codice tributario continuerà a sembrare ideato da un tossicodipendente; i sindacati avranno il diritto di organizzare le imprese senza una votazione a scrutinio segreto, ma l’assistenza medica e la sicurezza sociale non saranno riformate, e i soldi saranno investiti nell’etanolo, ma una legislazione significativa sui cambiamenti climatici non ci sarà.

Una prospettiva del genere può essere attraente per chi ha a cuore principalmente la rimonta dei repubblicani. Un Obama con pochi risultati potrebbe essere un avversario più semplice da sconfiggere nei prossimi quattro anni, ma questo è inaccettabile per chiunque tenga di più alle sorti del Paese.