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Un uomo, un Terroir

MB è un bravo ragazzo. Ed è pure mio amico. Ed è un così bravo-ragazzo-amico che ha pensato bene di invitarmi ad un’esclusiva degustazione di vini ungheresi in un’introvabile villa proprio dietro la discoteca in cui da ragazzino (due anni fa) spopolavo tra privé e tavolini riservati. La location è carina, l’ambientazione di livello, i prodotti lì che aspettano di essere testati e, schierato come nemmeno l’Italia durante l’inno alla finale dei mondiali, ci sta il Gotha dei produttori ungheresi di bianchi, ma anche di rossi, ma soprattutto di Tokaj (si, quelli che ci hanno rubato il nome). Davanti a loro una platea di degustatori-assaggiatori-sommellier-winemaker-winedrinker-triopakaiversionecazzeggio. Noi siamo gli ultimi citati, occupiamo due tavoli, abbiamo davanti a noi millanta bicchieri vuoti e alla prima degustazione le gentili signore dell’organizzazione si dimenticano di noi. Cioè: versano a tutti e non ci cagano di striscio. Ed eravamo pure stati accolti al grido di “voi-siete-i-giornalisti” (a nulla è servito far notare che io sono un blogger che domani mattina, se solo volesse, potrebbe scrivere su IlPost). Pazienza, se ne accorgono subito, rimediano e passa la paura. La degustazione va via veloce in un tourbillon di emozioni vitivinicole dove tutto confina con tutto ma anche con il Lago Balaton. E questo nonostante il fatto che “le nazioni esistono perché ci sono i confini”. Ed è proprio lì, nel bel mezzo di una serata che sembrava di assoluta normalità, che il nostro MB preferito dopo il mio capo alza il ditino e spara la domanda che avrebbe potuto fare Carlo Conti all’Eredità ma non ha mai avuto il coraggio. La domanda (che nemmeno ricordo) non è poi così importante – al pari della risposta, ovvio – ma è diventata l’assoluto turning point della serata per il solo fatto di aver scatenato Christian. Classe ’71, vestito elegante, eloquio rapido e ferrarese. Italiano ma trapiantato in Ungheria come una vite di Terrano spostata dal Collio (pardon, Brda) alla tenuta Tusko. Il nostro nuovo idolo si alza, prende in mano il microfono, sposta il sipario, conquista la scena, stupisce gli astanti e scioglie all’urna un cantico che forse non morrà: Terroir. E’ LA risposta. A qualsiasi domanda. Da “come stai?” a “ma quanto salato (pardon, sapido) è questo vino?” passando per il quesito tecnico-commerciale posto dal nostro MB. Da lì è tutta discesa. Fuori da quella che verrà ribattezzata Villa Christian, nel mondo reale, l’Inter va sotto uno-a-zero col Barcellona e così MB sussurra “datemi il 2-0 e io mi alzo e urlo “pompino” in sala” nel vano tentativo di distogliere l’attenzione da quello che è ormai un “one man show”. Ore che passano rapidissime tra un “io non parlo tecnologico, sono un commerciale”, la presentazione del volume “The importance of Abbinaments”, vini che profumano di una tale Jasmin e tanta vita vissuta: il tessile, il nonno, Incisa della Rocchetta, Serbelloni Mazzanti Vien dal Mar, Vidussi, Arteni, Paolo del Giardinetto. Sassicaia. E poi Aquile, Tuffi, bottiglie chiuse prima di Vinitaly ma buone per tre anni mica come un Prosecco o un Franciacorta. Alla fine siamo tutti amici e in un clima molto meno formale di una degustazione primaverile, qualcuno può ribadire con orgoglio il concetto: “E’ tutto un problema di Terroir”. He told.  Scusate: ipse dixit.