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Gilder, l’uomo che sussurra al futuro

George F. Gilder è stato chiamato in mille modi: da proto-maschilista a tecno-utopista, passando per pseudo-creazionista e ultra-liberista. Ma nessuna di queste definizioni, da sola o in compagnia, riesce a rendere pienamente la complessità del personaggio, della sua storia e delle sue idee. Qualcuno lo considera uno dei pochi, veri geni del nostro secolo, perché è stato in grado di elaborare nel corso degli anni una “teoria unificata” capace di integrare politologia, sessuologia, antropologia, economia, tecnologia e religione. Altri lo archiviano come un pensatore sopravvalutato, che ha avuto la fortuna di essersi trovato un paio di volte nel posto giusto al momento giusto. Così, a qualche mese dall’uscita del suo ultimo libro (“The Israel Test”, che con ogni probabilità non vedrà mai la luce in Italia), forse il modo migliore per spiegare George Gilder è proprio quello più semplice: raccontare la sua vita.

DA CASA GILDER A CASA ROCKEFELLER

George F. Gilder nasce a New York nel 1939. Suo padre Richard, aviatore, muore nei cieli europei durante la seconda guerra mondiale quando George ha soltanto tre anni. Prima di partire per il fronte, però, Richard ha stretto un patto di sangue con il suo compagno di stanza al college: se morirà in guerra, l’amico provvederà all’educazione del figlio. Alla morte di Richard, il roommate mantiene la promessa. E, nella tragedia della perdita paterna, il piccolo George inciampa in una fortuna sfacciata. Perché l’amico del padre risponde al nome di David Rockefeller, sesto figlio del banchiere John Davison Rockefeller Jr. e nipote più giovane (e oggi unico erede sopravvissuto) di J.D. Rockefeller Senior, fondatore della Standard Oil e capostipite di una delle dinastie più ricche e potenti degli Stati Uniti d’America. Poteva capitargli di peggio.

George viene educato in “comproprietà” tra la famiglia Rockfeller, nel cuore dell’aristocrazia finanziaria di Manhattan, e quella naturale, in una fattoria nei pressi di Tyringham, in Massachusetts. Inutile dire che, facendo la spola tra Wall Street e l’allevamento di bovini, George si trasforma ben presto nella “pecora nera” della dinastia di cui, a pieno titolo, fa parte. E fin da giovane abbraccia un’ideologia schiettamente conservatrice, almeno rispetto allo standard della prole di David Rockefeller. Così, mentre Peggy diventa amica personale di Fidel Castro, Abby dedica la propria vita a spiegare al mondo la malvagità degli scarichi delle toilette moderne (oltre a fondare il MoMA) ed Eileen si sollazza con le meraviglie della medicina alternativa, George inizia a flirtare con il Grand Old Party. Non prima, però, di aver trascorso un’adolescenza burrascosa.

Gilder frequenta la Hamilton School, un liceo molto progressista (almeno per l’epoca) di New York, dove si fa notare soprattutto per qualche furto in libreria. Entrato ad Harvard, si fa espellere durante il primo anno perché non ha nessuno intenzione di frequentare regolarmente i corsi. In un impulso di orgoglio decide di entrare nei marines. Ma la vita militare non fa per lui. Così dopo sei mesi torna ad Harvard con la coda tra le gambe, si laurea (nel 1962) e inizia a frequentare la Ripon Society, il think-tank dei “centristi repubblicani” che dominano in quel periodo il partito fondato da Lincoln.

REPUBBLICANO PROGRESSISTA

Negli anni Sessanta, Gilder è il perfetto prototipo del progressive republican: è lo speechwriter di molti uomini politici in vista nell’establishment del GOP (da Nelson Rockefeller a George Romney, passando per il giovane Richard Nixon), diventa il portavoce del senatore moderato Charles Mathias (Maryland) nei momenti più caldi della protesta anti-Vietnam. E nel 1966, insieme a Bruce Chapman (suo compagno di stanza ad Harvard), scrive un durissimo pamphlet contro lo strappo anti-elitario di Barry Goldwater – “The Party That Lost Its Head” (“Il partito che ha perso la testa”) – in cui denuncia il disprezzo nei confronti degli intellettuali che caratterizza la svolta “populista” dei repubblicani post-1964.

Qualche anno più tardi, ripensando a questa fase della sua vita, Gilder non riuscirà trattenere un profondo disprezzo: «Ero un tipico sotto-prodotto del 20° secolo, liberal, secolarista e malato di priapismo, che si atteggiava a poeta per nascondere il proprio senso di colpa wasp. Infatuato dal jazz, dal blues, dal soul e da tutto quello che appartiene alla cultura nera in un disperato tentativo di assorbirne la mascolinità più sfacciata. Convinto che i più grandi scrittori del mondo fossero Norman Mailer, Joan Didion e Robert Lowell, senza rendersi conto che la maggior parte della poesia contemporanea era infettata da sciocchezze nichiliste e fantasie marxistoidi. Sicuro che Castro e Ho Chi Minh fossero soltanto riformatori agrari, mentre si cullava nella sua seduta settimanale dallo psicanalista reichiano sulla East End Avenue. Sprezzante nei confronti degli uomini d’affari e degli esperti di tecnologia per la loro mancanza di “anima”. In parole povere, ero un tipico esempio di intellettuale parassita del Capitalismo».

SVOLTA A DESTRA

Sono almeno tre gli episodi che spingono Gilder a sganciarsi dal progressive republicanism che caratterizza i suoi anni del college: l’incontro con William F. Buckley jr., che qualche anno prima ha fondato la National Review; la pubblicazione del Moynihan Report sulla disgregazione della famiglia afroamericana, che appiccherà il sacro fuoco della sua battaglia contro il welfare; il reportage di Theodore Draper per The New Leader che inizia a far trapelare le prime crude verità sul regime castrista. Ma nessuno di questi tre episodi può essere collegato direttamente con quello che rende George Gilder, all’improvviso, uno degli uomini più odiati degli Stati Uniti.

All’inizio degli anni Settanta, Gilder vive a Cambridge dove si occupa della pubblicazione del Ripon Forum, lo storico giornale della Ripon Society. Un giorno, però, ha la malaugurata idea di scrivere un articolo in difesa del presidente Nixon, che ha appena esercitato il suo diritto di veto su una legge approvata dal Congresso a maggioranza democratica e sponsorizzata al Senato da Walter Mondale, che avrebbe esteso a dismisura il “day care” per i meno abbienti. La teoria di Gilder è semplice: dopo che il welfare, soprattutto nelle famiglie nere delle grandi città, ha praticamente reso superflua la figura paterna (a garantire il mantenimento del nucleo familiare, infatti, ci pensa l’assistenza pubblica), non è il momento più adatto per compiere lo stesso errore con la figura materna, sostituendola anche in questo caso con lo stato-balia. Il ragionamento, oggi, non sfiora neppure i confini del “politicamente corretto”, abituati come siamo a decenni di dimostrazioni sull’impatto disgregativo dell’assistenzialismo sul tessuto connettivo delle famiglie.

SUICIDIO SESSUALE
Nel 1971, però, quella di Gilder è una bomba atomica. Anche per i repubblicani mainstream. Le ricercatrici della Ripon Society sono indignate e pretendono – ottenendolo – il licenziamento immediato di Gilder dal giornale dell’associazione. E la controversia assume quasi immediatamente contorni nazionali. Invitato ad un confronto pubblico dalla tv pubblica Pbs, deve affrontare centinaia di femministe imbufalite che vorrebbero scorticarlo vivo. Dopo aver speso anni alla ricerca di un modo per conquistare l’attenzione femminile, Gilder sembra finalmente esserci riuscito. Ma il prezzo che deve pagare è quello dell’esilio. Cacciato dal Ripon Forum, lascia Cambridge e si trasferisce a New Orleans, dove inizia a lavorare per un amico – Ben C. Toledano – che ha deciso di candidarsi al Senato per il partito repubblicano. Solo, reietto e senza un dollaro in tasca, in Louisiana George affoga la sua disperazione esistenziale nella scrittura di “Sexual Suicide” (pubblicato nel 1973 e, ripubblicato con qualche aggiornamento nel 1986 con il titolo “Man and Marriage”), in cui sostiene che il femminismo ha scardinato la «costituzione sessuale» della civiltà umana, che era riuscita a trasformare l’istinto predatorio del maschio per il sesso, la guerra e la caccia, “costringendolo” a diventare marito e padre.

Se l’articolo scritto per il Ripon Forum era un’esplosione atomica, “Sexual Suicide” è un bombardamento nucleare a tappeto su un asilo nido. Per il movimento femminista Gilder diventa il Grande Satana da esorcizzare ad ogni costo, tanto da meritare – sia per il settimanale Time che per l’organizzazione Now (National Organization of Women) – il titolo di “Porco Sciovinista dell’Anno”. Titolo di cui, a distanza di tanti anni, va ancora fiero.

L’INVENZIONE DELLA REAGANOMICS
Tanto scandalo, naturalmente, procura a Gilder un momento di forte notorietà che l’autore sfrutta per approfondire una serie di temi appena sfiorati in “Sexual Suicide”. Il risultato d questo cambio di paradigma è altro libro molto controverso: “Visible Man: A True Story of Post-Racist America” (“L’uomo visibile: una storia vera dell’America post-razzista”, pubblicato nel 1978 e ripubblicato nel 1995) che rappresenta il passaggio ideale dalla sua fase sociologica ad una più concentrata sui temi dell’economia.

La teoria economica della supply-side inizia ad entrare nel dibattito politico statunitense verso la metà degli anni Settanta, soprattutto grazie al lavoro di due giornalisti del Wall Street Journal – Jude Wanniski e Robert L. Bartley – che riescono a creare un formidabile contrappeso teorico al keynesianesimo dominante. Al centro del sistema c’è la famosissima “curva di Laffer”, che dimostra matematicamente come l’aumentare delle tasse non comporti necessariamente un aumento delle entrate per lo Stato. Anzi, che esiste un “punto di rottura”, in qualsiasi sistema economico, oltre il quale aumentare le tasse diventa controproducente, a prescindere da qualsiasi criterio di equità fiscale.

La leggenda vuole che la prima “bozza” della curva sia stata scarabocchiata nel 1974 dallo stesso Arthur Laffer su un tovagliolo di carta, durante una riunione in cui l’economista voleva convincere alcuni notabili del GOP dell’inutilità dell’ultimo aumento delle tasse voluto dal presidente Gerard Ford. Oltre a Wanniski e Laffer, intorno allo stesso tavolo c’erano Dick Cheney (che all’inizio non era per niente convinto) e Donald Rumsfeld.

Qualche anno dopo Gilder, che ormai scrive con continuità sulla pagina degli editoriali del Wall Street Journal (di cui Bartley è il responsabile) e partecipa alla stesura degli economic reports di Laffer, parte dal lavoro di Wanniski, lo miscela abilmente con l’ossatura filosofica di Friedrich August von Hayek e Milton Friedman, e scrive lo splendido “Wealth and Poverty” (“Ricchezza e povertà”) che sarà pubblicato nei primi mesi del 1981, pochi giorni dopo l’insediamento  di Ronald Reagan alla Casa Bianca. Il timing è perfetto: “Wealth and Poverty” vende milioni di copie e diventa il “manifesto ufficiale” della Reaganomics. Alla fine del doppio mandato dell’ex governatore della California, gli analisti scopriranno che proprio Gilder è stato l’autore vivente più citato da Reagan durante la sua presidenza.

UNO SGUARDO NEL FUTURO
Il cerchio filosofico-ideologico di Gilder sembra chiudersi: la rottura del nucleo familiare tradizionale e il welfare portano alla povertà; la famiglia, il lavoro e la libertà di impresa portano alla ricchezza. A 42 anni, Gilder sembra ormai “arrivato”: il New York Times definisce il suo libro come la «più intelligente guida al capitalismo in circolazione», il suo nome è sulla bocca di tutti quelli che contano nel movimento conservatore, le sue  apparizioni sono contese a suon di dollari dai network televisivi nazionali. Tutti vogliono “assaggiare” un pezzo dell’astro nascente della Reaganomics. L’unico a non essere d’accordo è proprio Gilder. Lui, infatti, già vive nel futuro.

Analizzando a fondo i meccanismi del capitalismo, Gilder si innamora un’altra volta. E anche questa volta si tratta di un amore tormentato. Dopo una “pausa” lunga quasi un decennio, in cui studia – partendo da zero – la tecnologia e le dinamiche del mercato della microelettronica (con il fervore di un ventenne, lo spirito di sacrificio di un quarantenne e l’umiltà di un sessantenne), Gilder rinasce come il guru più osannato del movimento tecno-utopista che forgia le fondamenta di una rivoluzione digitale ai suoi primi vagiti. Nel 1989 esce “Microcosm: the Quantum Revolution in Economics and Technology” (“Microcosm: la rivoluzione quantica nell’economia e nella tecnologia”), che diventa prestissimo una bibbia obbligatoria per tutti i visionari della Silicon Valley. Nel 1992 pubblica “Live After Television” (“La vita dopo la televisione”) in cui anticipa di qualche decennio temi che soltanto oggi iniziano ad essere trattati dalla saggistica mainstream, preconizzando la convergenza tra telecomunicazioni, microelettronica e fibra ottica.

Insieme a Gordon Moore (fondatore di Intel) e Robert Meltcafe (creatore di Ethernet e fondatore di 3Com), Gilder ha anche l’onore di essere il titolare di una delle “Tre leggi della tecnologia” che governano il mondo contemporaneo. Secondo la Legge di Moore, la potenza di calcolo dei microchip raddoppia ogni 18 mesi (corollario: il prezzo di un computer con una data potenza di calcolo si dimezza ogni 18 mesi). Secondo la Legge di Metcalfe, il valore di un network è proporzionale al quadrato del numero di nodi che lo compongono. Secondo la Legge di Gilder, la larghezza di banda totale dei sistemi di telecomunicazione triplica ogni dodici mesi. Queste tre leggi, che molti hanno giudicato transitorie ma che continuano a funzionare alla perfezione da decenni (quella di Moore addirittura dal 1965) scandiscono – a nostra insaputa – i ritmi della società tecnologica in cui viviamo. E George Gilder è una delle poche persone che ha immaginato questo mondo prima di tutti gli altri.

La sua capacità di anticipare le tendenze del mercato, la sua prosa messianica e la sua incrollabile fede nel futuro gli garantiscono uno status quasi mitologico nella ristretta cerchia dei tecno-entusiasti che si radunano intorno alla rivista Wired creata e diretta da Louis Rossetto. Gilder, oltre che per Wired, scrive per Forbes (di cui dirige lo spin-off tecnologico Asap) e per il Wall Street Journal. Profetizza una rivoluzione fatta di sabbia (silicio), vetro (fibra ottica) e aria (wireless). E quando le società hi-tech, nella seconda metà degli anni Novanta, iniziano a diventare gli investimenti più appetibili per le banche d’affari di Wall Street, Gilder si trova – quasi spontaneamente – in una posizione perfetta per sfruttare il vento digitale che soffia alle sue spalle.

Tra il 1999 e il 2000, quando esce “Telecosm: The World After Bandwidth Abundance” (“Telecosm: il mondo dopo l’abbondanza della banda larga”), Gilder non è più soltanto il più riverito guru delle nuove tecnologie e il consigliere strategico di Newt Gingrich e Steve Forbes. Gilder è l’uomo capace di far muovere i mercati con un tratto di penna. La sua newsletter a pagamento, il mitico Gilder’s Report, ha 110mila abbonati in tutti gli Stati Uniti, incassa 7 milioni di dollari all’anno e si parla di un’imminente quotazione in borsa che oscillerebbe tra i 150 e i 200 milioni di dollari. Al Gilder’s Report lavorano 55 analisti a tempo pieno, ma tutto si  regge sulle intuizioni di George, che sceglie personalmente le società più “calde” su cui puntare. La cosa straordinaria è che i suoi “seguaci” sono tanto fedeli che, pochi minuti dopo la segnalazione di un titolo, gli acquisti sono così numerosi che le quotazioni del titolo in questione raddoppiano. È l’applicazione digitale della “profezia che si autoavvera”: gli analisti lo chiamano “Gilder Effect”. E funziona davvero.

SCOPPIA LA BOLLA
Tutto, però, finisce in un istante, nel marzo del 2000, con lo scoppio della “bolla” delle dotcom. Nel giro di un paio di settimane, nel fuggi-fuggi generale da Wall Street, Gilder si ritrova con meno di 10mila abbonati, 5 impiegati, qualche milione di dollari di debiti e il fisco avvinghiato alla gola. È costretto a rivendere la rivista The American Spectator, che aveva comprato un paio di anni prima dal fondatore R. Emmett Tyrrell per trasformarla nel magazine della “destra digitale”. Lo salvano gli amici Steve Forbes, che continua a pubblicare le sue analisi (la cui qualità non è comunque mai stata messa in discussione) e Bruce Chapman, che lo ospita come senior fellow nel suo think-tank di Seattle, il Discovery Institute. Questo gli garantisce un minimo di entrate costanti in grado di fargli pagare, a rate, i suoi debiti con il fisco.

I giorni delle “vacche grasse” sono ormai un ricordo, e George si ritira in buon ordine a lavorare nelle colline della contea di Berkshire, al confine tra il Massachusetts e il Connecticut. Fibra ottica o no, Gilder resta un uomo di campagna. Nel 2005 pubblica “The Silicon Eye: How a Silicon Valley Company Aims to Make All Current Computers, Cameras, and Cell Phones Obsolete” (“L’occhio di silicio: come una società della Silicon Valley vuole rendere obsoleti i computer, le macchine fotografiche e i telefoni cellulari”), forse il suo lavoro più tecnico, che ne conferma però la brillantissime doti di divulgatore scientifico.

C’E’ UN DISEGNO (INTELLIGENTE) DIETRO TUTTO QUESTO
Mentre si allontana il ricordo dei suoi giorni da guru hi-tech, anche perché tutte le sue profezie iniziano ad avverarsi, magari con qualche decennio di ritardo, Gilder è pronto per una nuova sfida intellettuale. Il durissimo colpo ricevuto nel 2000 avrebbe ucciso un cavallo. Ma George è un puledro di razza, non un ronzino qualsiasi. Tra il 2004 e il 2005 convince Chapman ad aprire un ufficio del Discovery Institute a Washington D.C., con l’obiettivo di trasformare un think-tank nato per risolvere i problemi di traffico a Seattle nella punta di diamante intellettuale del movimento di rivolta contro il neo-darwinismo. Per lo scorno e il disorientamento degli scientisti di ogni colore politico, la parola d’ordine di Gilder e del Discovery Institute non è “creazionismo”, ma “intelligent design”. E non si tratta di una differenza di poco conto.

Gilder parte dalla “Teoria dell’informazione” di Claude E. Shannon del MIT (tratteggiata nel classico “Teoria matematica della comunicazione” del 1948) per dimostrare come l’evoluzione non possa, in ultima analisi, essere spiegata semplicemente ricorrendo a cause fisiche “non intelligenti”. Nel luglio del 2005 la National Review pubblica un suo lungo e devastante saggio, dal titolo “Evolution and Me” che scatena, ancora una volta, un dibattito senza precedenti nel mondo accademico e politico statunitense. L’articolo è una sorta di “teoria unificata del metodo gilderiano” in cui tutte le intuizioni contenute nei lavori del futurologo statunitense – da “Sexual Suicide” a “Telecosm” – vengono utilizzate per sottolineare come il darwinismo sia ormai diventato un «ostacolo per l’avanzamento della scienza».

«Dopo circa un secolo di tentativi di appiattimento filosofico – scrive Gilder – abbiamo scoperto che l’universo è testardamente gerarchico (…) e nessuna accumulazione di conoscenza nella fisica e nella chimica è in grado di rivelarci il minimo insight sull’origine della vita, sui processi di calcolo, sulle fonti della coscienza, sulla natura dell’intelligenza o sulle cause della crescita economica (…) Il materialismo in genere, come il riduzionismo darwinista in particolare, contraddice se stesso, Come scrisse il biologo britannico Haldane nel 1927, “Se i miei processi mentali sono determinati interamente dal movimento degli atomi nel mio cervello, non ho ragione di supporre che le mie convinzioni siano vere; e dunque non ho ragione di supporre che la mia mente sia composta soltanto da atomi”. L’intelligent design è semplicemente un modo per rivendicare l’esistenza di un universo gerarchico (…) e si guarda bene dal sostenere che l’intelligenza manifestamente presente nell’universo sia di origine sovrannaturale».

La reazione dei neo-darwinisti è scomposta. Abituati a dileggiare una destra religiosa che invoca l’interpretazione letterale della Bibbia e crede che la razza umana sia comparsa sulla Terra appena da pochi millenni, non sanno che pesci prendere quando si trovano a dibattere con persone che masticano con disinvoltura matematica applicata, ingegneria elettronica e biologia. Chris Mooney della rivista progressive The American Prospect, non trovando di meglio, ricorda i trascorsi “moderati” di Gilder e Chapman. E li accusa di essere diventati più estremisti degli estremisti che un tempo combattevano.

Ma ci vuole altro per ribattere alle argomentazioni di Gilder e al suo durissimo attacco alla «trappola della superstizione materialistica» da cui prendono le mosse i lavori sull’intelligent design. «Presentarci come trogloditi che credono nell’Arca di Noè è davvero bizzarro – dice – Ma se questo è il modo che hanno scelto per attaccarmi, peggio per loro. In realtà è tutto piuttosto divertente. È come se ti sparassero a bruciapelo mancandoti totalmente». Così dopo qualche anno di acceso dibattito sull’ID, con i neo-darwinisti ormai arroccati in difesa in tutto il mondo, Gilder può tranquillamente passare il testimone ai suoi colleghi del Discovery Institute, come Ann Gauger, Douglas Axe e Brendan Dixon. Per lui, a settantuno anni, è arrivato il momento di combattere un’altra battaglia della Culture War. E il fronte, stavolta, è in Medio Oriente.

THE ISRAEL TEST

«Non era certamente nelle intenzioni dell’autore – scrive Michael Medved nella sua recensione a “The Israel Test” – ma siamo di fronte a un libro che potrebbe provocare nei lettori ebrei un raro caso di invidia nei confronti dei wasp. Ci voleva un protestante al 100 per cento come George Gilder, infatti, per trovare qualcuno con il coraggio di dare vita a un saggio così favorevole a Israele e agli ebrei». E ci voleva Gilder per scrivere una verità che è spesso rimasta oscurata dalle nebbie del politicamente corretto: «Intrappolati nel dibattito sui suoi vizi e sui suoi errori, i critici di Israele non vedono il filo rosso che unisce la lunga storia dell’anti-semitismo. Israele è odiato soprattutto per le sue virtù».

La tesi di Gilder è che le radici del conflitto mediorientale non siano legate al controllo del territorio o alla religione, ma siano soprattutto psicologiche e derivino dal risentimento nei confronti dei successi di Israele. L’anti-sionismo, insomma, è spinto dagli stessi fenomeni che hanno sempre alimentato l’anti-semitismo: l’invidia e l’incapacità di comprendere il libero mercato. Emozioni che si manifestano con l’odio nei confronti dei commercianti, degli imprenditori, dei banchieri e degli altri creatori di ricchezza, soprattutto nel caso in cui una minoranza si distingue sotto il profilo economico.

Le persone “normali”, secondo Gilder, non nutrono questo tipo di risentimento, tipico piuttosto delle élite intellettuali che diffondono un concetto tanto antico quanto falso: la povertà è causata sempre dallo sfruttamento, perché le risorse sono scarse e dunque la ricchezza di qualcuno causa la miseria di qualcun altro. Questo è il motivo per cui Israele divide il mondo: da una parte le Nazioni Unite, le organizzazioni internazionali e i dipartimenti umanistici delle università, che considerano il capitalismo come un gioco a somma zero, in cui il successo si ottiene a spese dei poveri e dell’ambiente; dall’altra, chi ammira i successi di Israele e capisce che il capitalismo è un gioco a somma positiva in cui tutti possono trarre benefici dalle fortune di chi è in grado di creare ricchezza.

I collettivisti e i loro apologeti, dunque, invidiano Israele e gli ebrei perché non sono capaci di emularli. E la loro reazione è quella di tentare di distruggere tutto quello che mette in evidenza i loro fallimenti. Imprenditori e scienziati ebrei come Albert Einstein, Niels Bohr, Heinrich Hertz, John von Neumann e Richard Feynman sono il fondamento della rivoluzione tecnologica che ha disegnato la società contemporanea, ma Gilder analizza in dettaglio tutti i campi d’eccellenza che hanno portato Israele (soprattutto dopo le riforme economiche del primo governo Netanyah) a diventare la nazione con il maggiore tasso di innovazione pro-capite, superando addirittura gli Stati Uniti.

Il destino di Israele, però, è appeso a un filo sottile: prevarranno le forze dell’invidia o quelle che riconoscono la forza creativa dell’eccellenza? È questo il “test” che deciderà le sorti, non solo dello stato ebraico, ma dell’intera civiltà occidentale.

Larry Silverbud, da Il Foglio di sabato 8 maggio 2010