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Il PdL, tra liberalismo e lapirismo

Il Pdl, così com’è fatto oggi, sarà in grado di resistere alle pressioni corporative che si manifesteranno fuori e dentro il Parlamento e saprà difendere una Finanziaria per la prima volta apertamente di parte come quella disegnata dal governo? «O il centrodestra riesce a resistere o perisce», dice uno dei fondatori di Forza Italia, Giuliano Urbani. Sicuramente il Pdl è molto diverso dalle sue origini, da Forza Italia, partito contemporaneamente d’emergenza e di rottura, fatto di cocci rincollati di moderatismo primorepubblicano e di una leadership superdinamica. Era stato il partito che aveva abbattuto il tabù fiscale e piano piano smantellato il pregiudizio sulla prospettiva di un centrodestra all’italiana. Con il tempo è cambiato, realismo malinteso e governismo lo hanno spinto anno dopo anno in una imitazione di democristianità e di cultura post-fanfaniana (lapirismo lo ha definito ieri sul Corriere della Sera uno dei professori chiamati nel 1996 da Silvio Berlusconi a irrobustire l’ossatura liberale del partito liberale di massa, Marcello Pera, il quale di quel partito è stato un maggiorente, anche mentre si lapirizzava). Poi è arrivato il conto della crisi globale, la necessità di una manovra di aggiustamento biennale da 24,9 miliardi fatta dopo una recessione a meno cinque del Pil, in una situazione di crescita ancora bassa e di tensioni nella maggioranza. Occasione storica, tanto che Berlusconi in una conferenza stampa di presentazione della Finanziaria rompe un interdetto personale e per la prima volta da quando fa politica identifica in un soggetto specifico – i dipendenti pubblici – una componente sociale che non potrà proteggere e alla quale anzi chiede esplicitamente un sacrificio. Ora quel sacrificio passerà allo scrutinio della protesta sindacale, del collateralismo, delle cinghie di trasmissione con la politica, e infine al dibattito parlamentare d’autunno. «Sì – dice Urbani – È la prima volta, non è mai successo che si identifichi un ceto che non si può difendere, ma è importante notare che non c’è un intento punitivo. Per un Paese che vive al disopra delle sue possibilità è arrivato il momento di ridimensionare il tenore di vita, è la spesa statale è la prima spesa». Conferma Saverio Vertone, arrivato in Forza Italia nel 1996: «In quel momento c’era l’idea di estendere quanto più possibile l’ombrello protettivo della politica di Forza Italia, garantire il maggior numero di soggetti sociali, noi stessi entrammo con quell’idea». Ma è in grado il Pdl di resistere alle pressioni corporative che adesso arriveranno e che identificheranno nel presidente del Consiglio – così come Giulio Tremonti gli ha ricordato in quella conferenza stampa – il titolare politico della manovra? Dice ancora Urbani: «Certo, non sarà facile perché questo è un Paese di corporazioni, che non sono isole di predoni, ma la struttura stessa della società. C’è chi, come Pera, chiede a Belusconi di fare di più. Ha provato a dare delle spallate, ma la struttura corporativa non ha ceduto. L’unica speranza è il vincolo europeo, ma non so se le manovre analoghe dei paesi dell’euro basteranno a dare una copertura alla battaglia politica italiana». Andrea Mancia, è il vicedirettore di Liberal – quotidiano estraneo a questa partita interna al Pdl – ed è anche il fondatore di Tocqueville, un aggregatore di siti e di blog di area di centrodestra, sono ormai 3.200. «È vero – osserva – che è la prima volta che si decide di abbandonare una visione di ecumenismo sociale. Ma non mi sembra che sia stato individuato un bersaglio negli statali, semmai il governo ha deciso di sospendere temporaneamente una protezione eccessiva. In questo ha ragione Marcello Pera nel suo articolo sul Corriere della Sera di ieri. Erano anni che non trovavo condivisibili le cose dette da Pera». Reggerà il Pdl alle pressioni? «Il Pdl è debole, ma la situazione è di tale emergenza che non può tornare indietro. Ai confini del Pdl ci sono avvisaglie di un movimento di rivolta fiscale. Sul sito “www.t-party.it” ci sono già una dozzina di gruppi spontanei. Non spostano voti, ma sono simboli di una certa insofferenza da parte di quel pezzo di opinione pubblica che si considera produttrice di ricchezza, che vede dispersa in cambio di nulla. È quasi una forma di leghismo delle origini, mentre la lega è ormai un partito statalista da circa dieci anni». Come osserva Simone Bressan, coordinatore provinciale del movimento giovanile del Pdl di Udine, e animatore del sito “www.notapolitica.it”, «l’elettorato del Pdl chiede al governo di andare fino in fondo, non so se la classe dirigente può farlo. Ma è un problema che non riguarda solo il Popolo della libertà. La vertenza contro corporazioni potenti, in questo caso gli statali o l’Anm, nessuna classe dirigente oggi in Italia è nelle condizioni di reggerla. Tutti pensano che il Paese sia ingovernabile e che si possa procedere solo per piccoli aggiustamenti. In teoria Berlusconi è ancora l’unico che avrebbe carisma e consenso per dare un senso riformista alla sua storia personale. O Berlusconi lo fa ora oppure lo farà qualcun altro costretto dalla storia, quando saremo messi ancora peggio di oggi». In questo dibattito è interessante il rapporto tra i liberali e Giulio Tremonti, l’antimercatista, al quale spetta l’onere tecnico-politico della manovra. Dice Bressan che «in fondo ci muove lo stesso obiettivo di ridurre il peso dello Stato e di ristabilire un rapporto tra legge ed economia». Urbani è più scettico, «non so se Tremonti voglia andare fino in fondo». Ma una parte non trascurabile della classe dirigente che si muove intorno al Pdl ritiene che non sia più tempo per la semplice manutenzione dell’esistente con l’affinamento della tecnica di governo, anche perché questo finisce con il dare più forza semmai alla Lega. Urbani nota che «paradossalmente in questa fase di crisi rispunta una consapevolezza liberale». Mancia proietta il ragionamento in una previsione: «La questione economica nella base del centrodestra esiste ancora. C’è spazio per un venti per cento di elettorato che chiede a una classe dirigente politica di essere davvero liberale e riformista. La conferenza stampa dell’altro giorno, la dichiarazione rivolta agli statali, in una condizione di normalità politica avrebbe avuto un grande valore politologico. Dopo sedici anni di rivoluzione monca, quelle parole adesso hanno bisogno di un seguito, di una specie di ritorno alle origini». Marco Ferrante, Il Riformista