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Libertà di cosa?

I giornali di oggi – almeno una buona metà – lamentano l’ennesimo attentato alla libertà di espressione perpetrato dall’armata berlusconiana. Prime pagine bianche o listate a lutto e il teorema dei novelli Woodward&Bernstein spiegato in poche, semplicissime parole: la norma sulle intercettazioni impedisce la corretta informazione dei cittadini su quel che accade in questo paese. Ma il problema, lo sappiamo tutti, non è la libertà. Il problema è il limite che un certo giornalismo ha ampiamente superato.  La questione vera è l’utilizzo di quella libertà in maniera impropria, come un pretesto, quasi fosse un’arma con cui intimorire, ricattare, sputtanare giorno dopo giorno una classe politica e l’intero paese. Aveva un qualche senso pubblicare gli sms d’amore tra Ricucci e Anna Falchi? Era di un qualche interesse pubblico conoscere le abitudini sessuali di un alto funzionario dei lavori pubblici? O ancora: che significato ha  avuto intrufolarsi nella vita privata del Presidente del Consiglio, ascoltarne le conversazioni intime ancorché compromettenti e, consentitemelo, raccapriccianti? Tutto questo è la cifra bieca e strumentale di un potere, quello giornalistico, che si considera al di sopra di ogni norma di buonsenso e di rispetto. Sbattere il mostro in prima pagina, a nove colonne, per poi magari prendere atto dell’assoluzione due mesi dopo con una breve, e chi se ne frega se intanto il fango è stato gettato a piene mani.  Il compito dei nostri giornalisti non è più quello di raccontare un paese, ma quello di raccontare le vite private più in vista di quel paese: la vera mission è nascondersi e origliare, rubare scampoli di vita privatissima per farli diventare argomento di discussione pubblica, in un crescendo di vouyerismo collettivo che non ha fatto progredire questo paese, la sua instabile cultura giuridica e della legalità e ha trasformato tutto in burletta. Le indagini sono diventate una farsa, dove le notizie di reato sono un appendice così marginale da risultare troppo poco interessante per la pubblicazione.  E poi chi se ne frega se uno è colpevole o indagato, il bello è poter  origliare lui e qualche decina di amici suoi, magari famosi, mentre parlano al telefono. E’ tempo che i pochi liberali veri di questo paese ricordino a questi signori che prima di questa legge, che sopra ogni legge, c’è il diritto di ogni persona a veder rispettata la propria sfera privata. Che si chiami Berlusconi, Fassino o Mario Rossi nessuno può essere violentato nell’intimo della propria privacy con il solo pretesto di un’informazione drogata di partigianeria e smania di sputtanare. Anche perché in tema di informazione, una buona parte dei  giornalisti che oggi protestano, sono gli ultimi a poter dare lezioni di integrità morale.