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La volta buona

La croce di San Giorgio, Londra, Piccadilly, il Lake District, Wordsworth, David Cameron, Maggie Thatcher, Steve McManaman e la sua statuetta in camera mia. E poi il Liverpool, tanto Liverpool. Gerrard, ma anche Carragher. E Calamity James. Poi Peter Crouch. Tutti passati nella città dei Beatles. Come Wayne Rooney, anche se sull’altra sponda, quella sbagliata. Però tanta storia, tanta sofferenza, tante lacrime. A partire dall’Europeo del 1996, quello giocato in casa, quello dello slogan “Football comes home”. Bello quasi come “ospiti di gente unica”. Live, davvero, quell’Europeo. Con l’Inghilterra di Glen Hoddle, signor allenatore anche se un tantino particolare. C’era il derby Scozia – Inghilterra quell’anno. E c’era un Gascoigne che fece tremare Wembley con una magia che abbiamo ancora negli occhi. Ma c’era soprattutto Steve McManaman a spiegare calcio sulla fascia, e noi giovincelli a prendere appunti. Gli amici, quell’anno, mi regalarono una splendida maglietta del mio idolo. Non bastò per battere la Germania ai rigori in Semifinale e il sogno si fermò a un metro dal traguardo, con Gareth Southgate ipnotizzato da tal Kopke. Si va in Francia, due anni dopo. E’ il mondiale di Michael Owen, scuola Liverpool. Incanta tutti ma si va fuori con l’Argentina agli ottavi: fatali i  rigori. Noi, quella partita, l’abbiamo vista in diretta da Brighton, Sussex e non c’è mai andata giù del tutto. Soprattutto per l’espulsione di David Beckham. L’Europeo del 2000 è quello di Kevin Keegan e della mia maturità. Fuori al primo turno e subito sui libri, mentre i miei compagni trepidano per l’Italia di Dino Zoff che non marca a uomo Zidane e viene cazziato in conferenza stampa dal Cav. In Korea nel 2002 i lions finiscono nel girone della morte con Argentina, Svezia e Nigeria. Alla fine si passa il turno e si va fuori ai quarti nella vera finale del torneo. E’ il mondiale di Sven Goran Eriksson e di David Seaman, portiere dell’Arsenal che si fa beffare da un tiro da metà campo di Ronaldinho. Poteva essere l’anno buono, e invece no. L’anno buono per l’Europeo doveva essere il 2004 in Portogallo. I ragazzi di Svengo vincono il girone e pescano subito i padroni di casa. Un disastro. Fuori ai rigori, con Ricardo che para a mani nude e segna un penalty e Beckham che sbaglia il suo scivolando. L’ultimo atto dell’Inghilterra targata Eriksson si celebra in Germania, nell’anno dell’Italia, con l’eliminazione ancora ai rigori, ancora contro il Portogallo. Da lì ci accomodiamo in panchina e guardiamo gli altri giocare. L’Europeo austrosvizzero di due anni dopo vede i leoni a casa davanti alla tv ed è il preludio per l’arrivo a Londra di Don Fabio Capello. Fino a qui, la storia è nota. Da oggi se ne scrive una nuova, su pagina bianca. E che sia la volta buona.