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Trop isal?

Eppure, se mi consentite un balzo di oltre trent’anni nel passato, posso assicurarvi che non c’erano sindaci friulani, nel 1976, a protestare nelle vie di Roma. E non c’erano nemmeno i friulani terremotati. Che non avevano certo le case nuove che ha avuto in meno di un anno l’Abruzzo, ma avevano ben altro da fare che protestare. Qualcosa di ben più grave e di più serio. Chi scrive è abbastanza vecio del mestiere per aver vissuto quei giorni in prima persona (con il bloc notes in mano e in fondo al cuore l’angoscia compressa del figlio di quella stessa terra), ma fortunatamente è ancora abbastanza fresco per ricordarsene benissimo. Fotogramma dopo fotogramma. Ricordo così come quei sindaci fossero rimasti tutti fra i mozziconi dei paesi distrutti, a lavorare e a sudare, fianco a fianco a quella gente così incredibilmente uguale a loro: di poche parole e di tanti fatti. Come lo sono del resto i veri abruzzesi. Ma, a differenza dell’attuale primo cittadino dell’Aquila, azzimato ed esagitato neo Masaniello in grisaglia e cravatta regimental (evidentemente è così che la moda impone di andare oggi all’assalto del Palazzo d’Inverno), quei suoi colleghi di Gemona e di Tarcento, di Buia o di Majano, avevano le barbe lunghe di chi non avrebbe mai avuto il tempo e nemmeno l’acqua per radersi. Non potevano nascondere le occhiaie profonde di chi aveva trattenuto troppe lacrime per dignità e dormito troppo poche ore per pura forza di volontà. E indossavano da settimane gli stessi jeans laceri e le stesse scarpacce impolverate dalla prolungata sopravvivenza in mezzo alle macerie. Il resto delle loro cose, come quelle dei loro amministrati, era rimasto là sotto, sotto i grebani delle case sbriciolate in pochi secondi dall’Orcolat, il mostro orrifico e favolistico del terremoto raccontato per generazioni ai loro nipotini dai nonni di quella terra struggente e ballerina. Ma ricordo anche altro, che stride con la canea romana di mercoledì. Ricordo la gente silenziosa, in fila davanti all’Intendenza di Finanza di Udine, solo poche settimane dopo quel sisma che in 55 secondi aveva fatto mille morti, tremila feriti, 100mila senzatetto, 6.500 imprese disastrate e 18mila disoccupati. Erano i friulani in coda, come tutti gli anni in quel periodo, in attesa di pagare le tasse che anche il governo di allora avrebbe però di lì a poco sospeso. Loro, però, non lo sapevano. Ma si erano messi in fila comunque. Non felici di farlo, men che meno per rendersi belli, ma unicamente perché sì, così si fa, così si è sempre fatto, così si deve fare. Anche perché lo Stato, a loro, non aveva mai regalato niente. Di quella civilissima coda ne scrisse, allora, il Giornale. E ne scrissero increduli tutti gli altri quotidiani nazionali. Così come raccontarono di quella vecchietta tutta in nero, rimasta anche lei senza casa. Titubante, davanti al vassoio colmo di cibo che la recluta della Julia le stava porgendo, si era rivolta a lui in friulano stretto. «Trop isal?», ovvero: «Quant’è?». Ricordo di averlo tradotto ai colleghi. E lo giuro: ho visto ruvidi inviati di guerra quasi scoppiare a piangere.

Nient’altro da aggiungere.