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Due cose che so di Denis Verdini

Ho conosciuto Denis Verdini a Udine. Estate 2008, mi pare. Il Pdl aveva appena vinto le elezioni provinciali, regionali e nazionali e l’ultimo coordinatore nazionale di Forza Italia e primo coordinatore del Pdl girava il nord cercando di spiegare a tutti che partito sarebbe stato. Verdini arriva all’hotel Ambassador e incontra amministratori locali, eletti, quadri di partito di quella che era stata Forza Italia. Racconta di un movimento che a me non piace. Senza congressi, senza primarie, senza democrazia interna. Il suo Pdl non verrà ricordato come un partito meritocratico e il dubbio amletico che rimarrà sempre è se questo sia accaduto per volontà sua o del Presidentissimo Berlusconi. Oltre alle divergenze politiche, però, di Verdini so due cose. Una cosa è certa, però: Verdini non è ancora colpevole di nulla. Non lo è oggi che è sotto inchiesta per l’associazione segreta più ridicola del mondo, non lo era ieri per i presunti appalti de L’Aquila. Non lo è semplicemente perché in un paese civile funziona così. La seconda cosa di cui sono sicuro è che non debba dimettersi. Il bene comune non richiede atti di codardia, ma il coraggio delle proprie azioni. Andarsene ora sarebbe non soltanto un’ammissione di colpevolezza ma l’implicito assenso a un metodo che non possiamo che respingere con sdegno: non basta l’iscrizione nel registro degli indagati per far sì che qualcuno si dimetta.  Altrimenti, qualcun’altro, avrebbe dovuto dare il buon esempio.