Wikileaks: Cui Prodest?

Facciamo un gioco. Ovviamente, se avete tempo e voglia di giocare per qualche minuto al piccolo analista geopolitico. E giochiamo con il gioco del momento: WikiLeaks, con annessi e connessi. Il gioco consiste semplicemente nel non prendere per vero l’assunto, sbandierato dai curatori del sito “spiffera tutto”, che definisce «un’operazione di contro-spionaggio» l’immissione in Rete dei files riservati del Dipartimento di Stato americano. Se partiamo da questa premessa, infatti, bisogna chiedersi chi ci sia dietro questa enorme operazione e quali siano le finalità che la giustificano.

Per fare questa prima mossa è necessario ritornare come sempre ai nostri padri e chiedersi – come per primo fece Caio Giulio Cesare – cui prodest? Ovvero sia, chi ci guadagna da tutto questo? La risposta, per ora, può essere soltanto una: i governi di Cina e Israele. Per i motivi che adesso cercherò di spiegare, questa risposta potrebbe aiutare anche a individuare dove siano i server di WikiLeaks, come abbia fatto il sito ad ottenere i documenti e dove si nasconda Julian Assange.

Ho troppo rispetto dell’intelligenza dei lettori di questo sito per ritenere che qualcuno possa veramente pensare che i documenti – che per la cronaca sono in totale duemilionicentosettantamila, mica quindici – siano stati forniti da un soldatino americano che si è “pentito” di quanto ha fatto. Quindi dobbiamo chiederci chi possa aver compiuto la più grande operazione di hackeraggio dell’epoca moderna. E il fatto che il governo di Pechino abbia annunciato due mesi fa di essere in testa alla classifica mondiale dei supercomputer non è un caso: il Tianhe-1°, supercomputer dagli occhi a mandorla, è l’elaboratore più veloce del mondo con una capacità di calcolo di 2.507 petaflops (ovvero trilioni di operazioni al secondo). Per fare quello che fa lui in un giorno, un normale laptop impiegherebbe circa 420 anni. L’apparecchio è in dotazione all’Università nazionale di Pechino per la Tecnologia della Difesa, ed è stato presentato al mondo in pompa magna. Conoscendo i cinesi, se lo hanno svelato due mesi fa lo hanno acceso da almeno un anno. E si sono accertati che funzioni al meglio.

In tutto questo rientra ovviamente anche il fattore Israele. Una fonte autorevole, e dovete fidarvi se la definisco autorevole senza svelarne il nome, mi raccontava alcuni mesi fa che Pechino e Tel Aviv hanno lanciato nel silenzio una partnership tecnologica che non ha precedenti: in pratica i programmatori cinesi lavorano e sviluppano i progetti israeliani, con il tacito accordo di dividersi equamente il risultato. Se sommate la capacità di innovazione di Israele al supercomputer, avrete uno strumento in grado di violare qualunque banca dati che si affaccia sulla Rete.

Questo spiegherebbe il “come”, e il perché è ancora più semplice: Israele non si fida di questa Amministrazione statunitense, e vorrebbe dimostrare al mondo che non è sola nella ferma opposizione all’Iran. Ed ecco che WikiLeaks svela quanto i sauditi, i libanesi, gli egiziani e i siriani vogliano stoppare il programma nucleare di Teheran. La Cina non vuole cedere nella guerra valutaria con Washington e ha bisogno di una nuova verginità diplomatica. Ed ecco che WikiLeaks svela come tutti i governi del mondo siano ritenuti dagli americani poco più che dei lacchè. I commenti sprezzanti dei diplomatici americani su praticamente tutte le nazioni amiche, senza parlare delle nemiche, bastano e avanzano a Pechino per convincere qualcuno a cambiare alleato.

Inoltre, cosa non da poco, dall’enorme mole di documenti immessi in Internet non è ancora emerso nulla di significativo su questi due governi. E considerate le tensioni diplomatiche fra Cina e Stati Uniti e fra Stati Uniti e Israele, non è poco. Volete veramente farmi credere che nessuna feluca a stelle e striscie abbia mai imprecato contro Pechino o Tel Aviv?

Infine c’è la questione del momento: dove si trovi il “Robin Hood” informatico e dove siano i suoi server. Non devo convincere nessuno dell’ampiezza territoriale della Cina o del fatto che i cinesi non abbiano mai permesso, e mai permetteranno, ad agenti dell’intelligence straniera di operare sul proprio territorio. Se a questo aggiungiamo che, il più delle volte, il Mossad israeliano riesce a trovare chiunque, dovunque esso sia, si potrebbe pensare che il mancato arresto di Assange derivi da una “non volontà” politica. Forse sarebbe il caso di lasciar perdere i pettegolezzi sulle notti sfrenate di Silvio Berlusconi e iniziare a pensare come sarebbe il mondo con questa nuova, potenzialmente inarrestabile, alleanza. Che, come detto, non sembrerebbe giocare con le vecchie regole.

 

Dario MazzocchiVINCENZO FACCIOLI PINTOZZI, 28 anni, romano con forti ascendenze salentine. Figlio d’arte, nasce come cronista sportivo a Sport.it (pallavolo, rugby, football americano e vela). Praticantato ad AsiaNews, dal 2003 al 2008 lavora in Cina, prima come stringer APTN e poi Ansa, fino a quando il regime comunista si accorge di lui e lo caccia. Nell’estate del 2008 trova asilo politico a Liberal, di cui oggi è caporedattore centrale. Ha molti difetti, ma un solo terribile vizio: le salsicce bacione.