Vado a vivere in periferia

Oggi, su Il Foglio, il primo di tre miei articoli che analizzano le dinamiche geografiche e demografiche della politica statunitense, in vista delle prossime elezioni presidenziali del 2012. Si parte con la rivolta di Suburbia contro le politiche urbano-centriche dell’amministrazione Obama. Buona lettura.

Da circa un mese, uno strano virus si aggira su Internet. Un virus non dannoso – almeno in apparenza – che sta però infestando gli incubi di milioni di utenti di Facebook, negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Parliamo di Cityville, il nuovissimo social game creato dagli sviluppatori di Farmville (57 milioni di giocatori attivi ogni mese) e di Frontierville (28 milioni). Cityville ha sfoderato numeri addirittura più alti di quelli dei suoi predecessori: 290mila giocatori nel giorno del lancio (Farmville si fermò a 116mila) e quasi 98 milioni di giocatori attivi nel suo primo mese di vita. Il concetto dietro questo fenomeno planetario è piuttosto semplice. Il giocatore veste i panni di un “sindaco virtuale” che deve accompagnare lo sviluppo di una piccola cittadina per farla diventare (in teoria) una gigantesca metropoli. Costruzione delle infrastrutture, approvvigionamento delle merci, lottizzazione commerciale e residenziale, raccolta delle tasse: sono questi i compiti primari del “sindaco” per far crescere la propria cittadina in questo coloratisssimo remix tra il classico Sim City e lo stesso Farmville.

Il metodo migliore per garantire un’espansione rapida della città, visto l’elevato costo dei lotti adibiti alla costruzione di case o di esercizi commerciali, è quello di seguire il modello tradizionale di “sviluppo verticale”: palazzi alti, in grado di ospitare un grande numero di cittadini-contibuenti, rendono molto di più delle case di campagna o delle villette suburbane. Questo, almeno, in teoria. Perché la realtà (se così si può definire, nel caso di un videogame), è molto diversa. Cityville è un social game in cui il ruolo dei propri “amici di Facebook” è fondamentale. E’ dunque possibile, durante il gioco, andare a visitare le creazioni dei propri vicini, magari per copiare le strategie migliori. Ed è proprio curiosando nelle città dei neighbour che si scopre una realtà diversa da quella che ci si aspetterebbe. La grande maggioranza dei giocatori, infatti, non sceglie di dare vita a megalopoli sovraffollate, ma preferisce i grandi spazi all’efficienza, l’architettura suburbana a quella urbana, lo sviluppo orizzontale a quello verticale. Se lasciati scegliere liberamente, insomma, i giocatori di Cityville scelgono di vivere a Suburbia. Proprio come accade, nel mondo reale, quando agli individui è data una vera possibilità di scelta.

LA RIGHT NATION VISTA OGGI

Alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2004, per descrivere le due facce di un’America estremamente polarizzata, John Micklethwait e Adrian Wooldridge descrivono nel libro The Right Nation i due distretti in cui sono erano stati eletti Dennis Hastert, allora Speaker della maggioranza repubblicana alla Camera (Illinois 14) e Nancy Pelosi, allora leader della minoranza democratica (California 8). “La differenza – scrivono Micklethwait e Wooldridge – è impressionante. San Francisco è parte integrante dell’America verticale: una terra di svettanti grattacieli ed alta densità abitativa. Il distretto di Hastert appartiene all’America orizzontale e i suoi cittadini sono il prototipo dell’americano normale. San Francisco è uno dei posti più belli del pianeta (…) con tutte le attrattive della vita civilizzata, dai deliziosi ristoranti agli splendidi musei. Eppure la città sta attraversando un lungo periodo di stagnazione. Negli anni Cinquanta il 30 per cento dell’intera popolazione della Bay Area viveva a San Francisco, oggi solo il 13 per cento. Al contrario, il piatto e noioso distretto di Hastert è in continua crescita. La marcia delle nuove case procede speditamente dai Great Plains fino alla periferia di Chicago, investendo città rurali come Yorkville e Dixon. E dietro alle case ci sono tutte le bardature tipiche dell’esplosione suburbana, comprese le scuole gigantesche e i mega centri commerciali. (…) La seconda grande differenza tra i due distretti riguarda l’importanza della vita familiare. La maggior parte delle persone che scappa dalle città per andare ad abitare nel distretto di Hastert lo fa per una sola ragione: crescere i propri figli. Vogliono spazio sufficiente per costruire grandi case e vogliono soprattutto liberarsi dagli aspetti negativi della vita in città, in particolare dalla criminalità”.

Nel 1950, il 23 per cento degli americani viveva nei suburbs. Oggi la popolazione delle periferie residenziali supera quella delle città e delle campagne messe insieme. Come scriveva David Brooks, sempre nel 2004, in Happy Days. Questa è l’America, “i sobborghi si stanno estendendo sempre più velocemente e sempre più lontano, al punto che in quesi ultimi anni molte località extraurbane hanno spezzato i legami liberandosi dalla forza di attrazione gravitazionale delle città, e ora fluttuano in un nuovo spazio lontano da esse”. Negli ultimi anni, il fenomeno, non ha subito alcun rallentamento: i cittadini americani continuano non solo a spostarsi dal Nordest e dal Midwest verso il Sud e il Sudovest, ma si muovono soprattutto dalle zone urbana ad alta densità verso l’esterno. La popolazione della città di Atlanta, nell’ultimo decennio, è crescita di 23mila unità. Nello stesso periodo, i sobborghi di Atlanta hanno accolto oltre un milione di nuovi abitanti. “Questo significa – scrive Brooks – che c’è una massa di persone che non solo non vive in città, ma non fa nemmeno il pendolare avanti e indietro verso e dalla città, non va al cinema in città, non mangia in città, o non ha alcun contatto significativo con la vita urbana. Non sono né di campagna, né di città, né residenti di una zona dormitorio. Stanno mappando un nuovo modo di vivere”. Nelle città, in linea di massima restano i poveri che non possono permettersi di andarsene e i ricchissimi che possono permettersi di rimanere (e vivere bene). Non si può fare a meno di notare che si tratta proprio delle due fasce di reddito che, fin dai tempi di Franklin Delano Roosevelt, compongono il “nocciolo duro” della coalizione democratica.

OBAMA CONTRO SUBURBIA

A due anni dall’insediamento dell’amministrazione Obama, quella che sembrava soltanto un’ipotesi si è trasformata in una solida realtà: Suburbia è in piena rivolta contro quello che viene percepito come un regime urbano-centrico che sta insidiando la sua way of life, i suoi valori e il suo futuro economico. Le prime avvisaglie della rivolta erano arrivate alla fine del 2009, con l’incredibile vittoria di Scott Brown in Massachussets e le nette affermazioni repubblicane in Virginia e New Jersey. Gli stessi suburbs che, appena un anno prima, avevano accolto con favore il change obamiano, sono tornati in massa all’ovile repubblicano. E alle elezioni di mid-term dello scorso novembre il trend si è consolidato, “licenziando” decine di freshmen democratici che avevano approfittato dell’onda vittoriosa che aveva riportato il loro partito al potere (almeno al Congresso) nel 2006. Ma cosa è accaduto per provocare una retromarcia così repentina da riportare l’orologio degli equilibri politici statunitensi indietro fino al 2004? Quelli erano giorni in cui un discreto numero di analisti – compresi Micklethwait, Wooldridge e Brooks – parlavano di una (seppure non straripante) “maggioranza strutturale” favorevole alle idee conservatrici. L’onda democratica del 2006 e l’isteria collettiva obamiana del 2008 sembravano aver dissolto tutto nel nulla. Poi, all’improvviso, la Right Nation è tornata. Perché?

“La lezione per i partiti politici è che ignorare i sobborghi è molto pericoloso – spiega Joel Kotkin, un esperto di dinamiche demografiche che il New York Times definisce uber-geographer – Per gran parte del XX secolo gli americani hanno votato con i piedi, muovendosi inesorabilmente dalle città verso le periferie suburbane. Il risultato è che gli elettori dei sobborghi sono diventati determinanti per la politica, la cultura e l’economia nazionali”. Secondo Kotkin, la crescita della maggioranza repubblicana dopo il 1966 è stata in gran parte un fenomeno suburbano. E quando i democratici hanno recuperato terreno, come negli anni di Clinton e poi nel biennio 2006-2008, è stato sempre riuscendo a conquistare circa la metà dei voti nei sobborghi. Una volta eletto Obama, però, l’anima “verticale” del partito democratico è tornata ad essere dominante. Le leggi draconiane sulla lottizzazione dei terreni, la spinta verso l’utilizzo dei trasporti di massa, le politiche cap and trade, i soldi dello stimulus destinati unicamente alle aree urbane: gran parte delle iniziative legislative democratiche di questi ultimi due anni sembra studiata accuratamente per favorire le città e danneggiare i sobborghi. Uno stacco netto rispetto al recente passato. “Quando possibile – nota Kotkin – Bill e Hillary Clinton esprimevano empatia con gli elettori suburbani e delle piccole città. Al contrario, l’amministrazione Obama sembra quasi intenzionalmente urbano-centrica. Pochi tra i collaboratori del presidente vengono da stati repubblicani o da sobborghi: gli esponenti più importanti sono selezionati unicamente nelle grandi città, soprattutto Chicago, New York, Los Angeles e San Francisco. Si tratta di persone che a volte danno l’impressione di non capire neppure perché la gente si muova in massa verso i sobborghi”.

Una fede, tutta ideologica, nella “crescita sostenibile” imperniata sulle grandi città anima le iniziative di Shaun Donovan (New York), ministro obamiano dell’HUD (Housing and Urban Development) e dei suoi principali collaboratori, a partire dal vice Ron Sims (Seattle). Per non parlare della lobby verde che si è impadronita dell’EPA (Environmental Protection Agency). E con un ministro dei Trasporti come l’ex repubblicano Ray LaHood, che sogna di poter “trascinare gli americani fuori dalle loro macchine e dentro i trasporti pubblici”, non ci vuole molto per rendersi conto che l’analisi di Kotkin colpisce nel segno. Dal giorno dell’insediamento di Obama, tutte le statistiche economiche vitali per la classe media suburbana (creazione di posti di lavoro, reddito familiare, mercato immobiliare) sono peggiorate. Ecco perché Suburbia è tornata indietro. Non perché sia particolarmente convinta dalle strategie repubblicane, ma perché si è resa conto che in gioco c’è la sua stessa esistenza.

IL MELTING POT DEI SOBBORGHI

Suburbia, del resto, non è mai piaciuta al mondo accademico, ai pianificatori di professione e agli intellettuali in genere. Negli anni Sessanta, la critica principale della “controcultura” era al consumismo, al cibo prodotto in massa, alla plastica e alle grandi macchine. Più tardi i sobborghi sono diventati il simbolo della “fuga razzista dei bianchi” dalle città multietniche. Oggi le parole d’ordine sono tutte mutuate dalla mitologia ecologista, tanto che la riduzione dell’emissione di gas serra è diventata uno degli argomenti-chiave contro la suburbanizzazione. Con una buona dose di fantasia, un campione degli “urbanisti progressisti” come Christopher B. Leibergher definisce addirittura i sobborghi come “la causa principale dell’ultima crisi finanziaria”. Ma il filo rosso che unisce gli attacchi contro Suburbia nel corso degli anni è sempre lo stesso: il desiderio radicato e insopprimibile di cambiare il modo di vita scelto dagli americani. Naturalmente per il loro stesso bene.

Questi tentativi, sempre più frequenti, non fanno mai i conti con le preferenze degli individui. Contrariamente a quanto spesso affermano i media, infatti, la maggioranza degli americani preferisce vivere nei sobborghi piuttosto che nelle grandi città. Le ricerche condotte negli ultimi quarant’anni dimostrano che la percentuale di popolazione americana che vuole vivere nelle zone urbane è sempre oscillata tra il 10 e il 20 per cento. Mentre suburbs ed exurbs non scendono mai al di sotto del 50 per cento. Privacy, tranquillità, buone scuole e comunità più a misura d’uomo sono le motivazioni principali di questa scelta. Senza dimenticare la possibilità di abitare in una casa più grande (l’incubo degli urbanisti), magari con giardino, dove far crescere i propri figli. Secondo Kotkin, niente riflette meglio l’appeal universale del suburban lifestyle della crescente diversità etnica: “Nel 1970, circa il 95 per cento degli abitanti dei sobborghi era bianco. Oggi, invece, molte di queste comunità sono emerse come il nuovo melting pot della società americana. Insieme ai nuovi immigrati, anche gli afro-americani sono sempre più presenti nei sobborghi. Tra il 1970 e il 2009, la proporzione degli afro-americani che vive nei suburbs è cresciuta dal 16 al 40 per cento”.

Considerando che le ambizioni elettorali future del partito democratico sono strettamente collegate alla sua capacità di mantenere, o meno, l’attuale dominio nel voto delle minoranze non-bianche, lo scenario si fa interessante. Nei prossimi anni è destinata a prevalere la “demografia”, che grazie ai flussi migratori sembra giocare a favore dei democratici, o la “geografia”, che con la fuga dalle città verso Suburbia è tornata a gonfiare le vele dei repubblicani?

(1/continua)