Piazzale Loreto

Il 29 Aprile del 1945, probabilmente, nessuno si è indignato per quel che stava succedendo. La barbarie di un’isteria collettiva, se commisurata alla barbarie fin lì sopportata dal popolo, sembra sempre poca cosa. Piazzale Loreto, però, è una ricorrenza tragica nella storia del nostro paese, quasi un modo di essere.

C’è stata la Piazzale Loreto di Benito Mussolini, quella del Presidente Giovanni Leone, poi è toccato a Bettino Craxi alla fine è stato il turno dell’intera Prima Repubblica, massacrata in diretta tv ben oltre il lecito di un sistema che era marcio anche perché erano marcissimi quelli che si ergevano a moralizzatori. Toccherà, statene certi, anche a Silvio Berlusconi.

L’Italia è stata fascista, democristiana, craxiana fino a un secondo prima del crollo dei potenti. Dopo c’è solo la damnatio memoriae di un paese che non ha mai finito una guerra dalla parte in cui l’ha iniziata. Tempo qualche mese, o forse settimane, e non troverete un solo italiano che ammetterà la colpa gravissima di essere stato – o di essere ancora – berlusconiano. E i primi a tradire saranno proprio quelli che a Berlusconi, a Forza Italia, al Pdl devono tutto, politicamente e personalmente.

In questo, Silvio Berlusconi ha la sua buona dose di responsabilità. Qui e altrove abbiamo a lungo dissentito dalla sua gestione del partito, del governo, della sua vita che personale e privata non poteva essere per ragioni che non sono ovvie soltanto a lui. Eppure, poco prima che inizi la Piazzale Loreto del nuovo millennio, quella che ciclicamente tocca in sorte all’Italia, ci terremo a dire che è stato, è e sarà in ogni caso molto meglio di tanti altri.

Che se in questo paese un’intera generazione di ex niente, né ex democristiani, né ex socialisti, né ex comunisti, ha creduto di poter fare politica è perché un bel giorno un signore è andato in tv a pronunciare le parole “rivoluzione liberale”. C’abbiamo creduto, e pazienza se siamo a lungo passati per illusi o, peggio, per servi di qualcuno.

C’abbiamo creduto, e ci crediamo oltre Silvio Berlusconi. Ma è giusto dire che ci è stata data la possibilità, concretamente, di crederci perché c’è stato Silvio Berlusconi. E non staremo qui a citare il rapporto con gli Stati Uniti, l’appoggio alle missioni in Afghanistan e Iraq, la Legge Biagi, il tentativo (almeno quello) di  riformare la scuola e l’università, il coraggio di dire la verità su una piccola minoranza di giudici militanti o l’intuizione di non mettersi in mezzo mentre Marchionne salvava Mirafiori e Pomigliano dal virus italico del sindacalismo fine a sé stesso.

Questo paese è meno libero di come lo vorremmo e si sono fatte molte meno cose di quelle che ritenevamo necessarie. Ma se l’Italia non è finita in mano ad Occhetto e Di Pietro è perché qualcuno si è messo di traverso. Peccato non sia andato fino in fondo, stritolato dalle sue debolezze e dalle mille insicurezze. Peccato che non abbia voluto un partito vero, meritocratico, partecipato. Peccato davvero.

Ma prima che inizi il lugubre gioco al massacro su quel che resterà di questi anni è giusto riconoscere a quest’uomo la sua grandezza. Se oggi non scegliamo tra sinistra e centrosinistra il merito è tutto suo.