La lezione di Ronnie

Ricordare Ronald Reagan e la sua attualità è sempre un buon esercizio, da qualunque lato dell’Atlantico. Ma farlo in Italia, e farlo in questi giorni, ha un valore particolare, e quindi l’iniziativa di Rightnation, che ringrazio, è particolarmente opportuna e azzeccata. Personalmente, da molto tempo mi ritrovo a pensare all’atteggiamento di molti (allora come ora) verso quella presidenza, e più ancora verso quella figura, come a una cartina-tornasole, come a uno spartiacque rivelatore di una visione delle cose, di un approccio, di un animus, che rappresentano una zavorra mortale per buona parte delle sinistre conservatrici e immobiliste europee.

Starei per dire che, anche grazie a Reagan, oggi come trent’anni fa, è possibile fissare almeno tre parametri di valutazione di una linea politica. Primo: stai con il popolo, cerchi di parlare a tutti, o confidi nel valore “illuminato” di una più o meno autoproclamata élite? A ben vedere, sta qui l’insidia principale (sociologica, e ormai perfino antropologica) di certa sinistra: il disprezzo verso la middle class, e un’autoassegnata pretesa di superiorità intellettuale, etica e politica, rispetto alla parte meno ideologizzata e meno politicizzata della società. Secondo: sei con l’innovazione, con tutti i rischi che essa comporta, o preferisci lo status quo, la gestione dell’esistente? Anche qui, Reagan docet (e il verbo all’indicativo presente è tutt’altro che casuale): la sua lezione è stata ed è tuttora quella di non dare per acquisito che il compito di un governo sia solo quello di una pur buona e dignitosa gestione, ma di avere l’ambizione della trasformazione, di un cambiamento profondo, di una messa in discussione radicale dell’esistente. Terzo: in politica internazionale credi davvero alla promozione globale della libertà e della democrazia, o preferisci, in nome di un più o meno malinteso realismo, sacrificare tutto (o comunque molto) sull’altare della stabilità?

Pensate alla demonizzazione, da sinistra, avvenuta negli anni scorsi contro la linea neocon, contro la Freedom Agenda bushiana, contro una prospettiva di programmata e programmatica destabilizzazione delle dittature. E pensate, oggi, alle ambiguità statunitensi (e ovviamente europee) sui fatti del Nord Africa, con confusi e vaghi appelli che non sanno centrare il cuore della questione, né sembrano capaci di conquistare i cuori e le menti delle popolazioni interessate (che restano così fatalmente esposte al pericoloso, ma purtroppo chiaro, messaggio islamista e fondamentalista). Forse sta qui, o anche qui, il nocciolo del problema. E tenere presenti questi tre profili ci aiuta a comprendere – insieme – la semplicità e la dimensione storica del reaganismo.

E i due aspetti sono intrecciati come legni di vimini: c’è la dimensione storica perché c’è la semplicità, l’essenzialità, la radicalità delle questioni di fondo; e simmetricamente, essendoci chiarezza sulle idee-forza, era naturale che quel Presidente fosse capace di determinare la storia, di incidere, di lasciare una traccia. La traccia è ben visibile tuttora: ed è utile capirla, non perderla di vista, e interpretarla anche nel presente e nel futuro.