Liberalismo muscolare

Si poteva diffidare delle avventurose teorie degli odiati George W. Bush e Tony Blair, ma persino i loro più accaniti critici dovranno riconoscere che forse un qualche fondamento l’avevano, se gli stessi discorsi oggi li pronunciano leader meno bellicosi come Angela Merkel e David Cameron. Quello pronunciato dal premier britannico lo scorso weekend alla conferenza internazionale di Monaco sulla sicurezza è uno di quei discorsi che segnano un mandato, se non addirittura un’epoca. I leader di centrodestra dei maggiori Paesi europei hanno ormai archiviato il multiculturalismo. Persino in Gran Bretagna, il Paese che più di tutti andava fiero del proprio modello multiculturale, il tabù è stato infranto. A venir meno, dopo il barbaro assassinio del regista Teo Van Gogh, furono inizialmente le certezze della liberale Olanda.

In Gran Bretagna, ma non solo, il multiculturalismo finì sotto processo dopo gli attacchi terroristici che il 7 luglio 2005 sconvolsero Londra, quando si è scoperto che i kamikaze erano cittadini britannici a pieno titolo. Nati, cresciuti e ben istruiti su suolo inglese, senza particolari disagi socio-economici e integrati da più generazioni. A dire il vero, già prima di quel tragico 7 luglio, ma ancor più energicamente dopo, l’allora primo ministro Blair aveva cominciato ad attaccare e a mettere in discussione i miti del multiculturalismo, sottolineando l’urgenza di contrastare con maggiore determinazione l’ideologia dell’estremismo islamico anche a casa nostra, sul piano dei valori – un po’ sbiaditi – posti a fondamento delle nostre società occidentali. E nel suo libro di memorie, l’ex premier laburista esorta l’Occidente a scrollarsi di dosso la sua timidezza, a non dubitare dei propri valori, a non essere umile quando si tratta di difenderli e promuoverli. Se di fatto il multiculturalismo muore sotto la metropolitana di Londra, oggi Cameron lo seppellisce, annunciando l’avvento di una nuova epoca, quella del liberalismo «attivo» e «muscolare», un liberalismo cioè che non si limiti ad essere sinonimo di tolleranza, o peggio di indifferenza, solo una cornice entro cui le altre culture possono esprimersi, ma che promuova attivamente i suoi principi, sia nelle nostre città che all’estero, e che pretenda da ogni comunità e organizzazione religiosa piena adesione ad essi.

«Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato – è il severo bilancio di Cameron – abbiamo incoraggiato differenti culture a vivere vite separate, lontane l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società alla quale sentissero di voler appartenere. Abbiamo anche tollerato che queste comunità segregate si comportassero in modi che contraddicevano del tutto i nostri valori. Quando un uomo bianco sostiene delle tesi deplorevoli, razziste per esempio, noi giustamente lo condanniamo. Quando pratiche o punti di vista ugualmente inaccettabili arrivano da qualcuno che non è bianco, siamo troppo cauti, persino spaventati, di contrastarle… Tutto questo fa sì che alcuni giovani musulmani si sentano senza radici. E la ricerca di qualcosa cui appartenere e di qualcosa in cui credere può condurli all’estremismo».

Il multiculturalismo ha significato troppo spesso un regime di doppia o multipla legalità, in cui tolleranza equivaleva a rimanere indifferenti di fronte alla continua erosione di fette di legalità da parte delle comunità islamiche, che impongono ai loro membri, e soprattutto alle donne, dottrine e pratiche incompatibili con i diritti che consideriamo universali. Moschee e centri religiosi sono sorti nell’indifferenza, spesso guidati da autoproclamati imam espressione di gruppi integralisti, che non di rado sono stati elevati al rango di interlocutori istituzionali e vere e proprie star televisive, nella ricerca affannosa di un dialogo con un’illusione che si chiama islam moderato. Anziché integrare individui abbiamo cercato di integrare le comunità nel loro insieme; invece di assicurare libertà e diritti ai singoli, abbiamo concesso ad esse, e ai loro dubbi rappresentanti, attenzioni e benefici. Così, in nome di una malintesa tolleranza, abbiamo chiuso un occhio su usanze e comportamenti contrari ai diritti individuali e ai valori fondamentali del nostro vivere civile. E accusando di “razzismo” chi chiedeva semplicemente il rispetto della legalità e maggiori controlli, abbiamo sacrificato sull’altare del relativismo la possibilità di una vera integrazione fondata su un’identità nazionale condivisa.

Occorre invertire la rotta, nelle politiche sociali così come in politica estera, sottolinea Cameron: «Per prima cosa, invece di ignorare questa ideologia estremista, noi – come governi e come società – dobbiamo affrontarla, in tutte le sue forme. Secondo, invece di incoraggiare la gente a vivere separata, abbiamo bisogno di un chiaro senso di identità nazionale condivisa che sia aperta a tutti… Abbiamo bisogno molto meno della tolleranza passiva degli anni recenti e di un liberalismo molto più attivo, muscolare. Una società passivamente tollerante rimane neutrale tra valori differenti. Ma io credo che un Paese veramente liberale fa molto di più; crede in certi valori e li promuove attivamente. Libertà di parola, libertà di culto, democrazia, stato di diritto, eguali diritti senza distinzione di razza, sesso o sessualità. Esso dice ai suoi cittadini, questo è ciò che ci definisce come società: per appartenere a questo Paese bisogna credere in queste cose. Ora, ciascuno di noi nel proprio Paese dev’essere inequivocabile e determinato in questa difesa della nostra libertà».

Cameron ha quindi dichiarato guerra al relavitismo perbenista dei valori. Una guerra che per quanto concerne la politica interna si traduce nella fine dell’approccio multiculturale e permissivo come architrave della convivenza tra diverse etnie e religioni. Per esempio, dobbiamo interrogarci circa la compatibilità di qualsiasi organizzazione a sfondo religioso con i nostri valori democratici: «Credono nei diritti umani universali, anche per le donne e per coloro che professano religioni diverse? Credono nell’eguaglianza di tutti dinanzi alla legge? Credono alla democrazia e al diritto dei popoli di eleggere i propri governanti? Incoraggiano l’integrazione o il separatismo?». Bisogna rivedere politiche troppo generose nel riconoscimento di un’integrazione e di una cittadinanza che si rivelano all’atto pratico più formali che sostanziali. Bisogna recuperare la dimensione dell’individuo come soggetto di diritti, dando minore spazio a politiche pubbliche incentrate sul riconoscimento identitario di questo o quel gruppo. Altrimenti, il rischio è quello di trovarci di fronte a società tribalizzate, frammentate, prive di centro politico, dove molti gruppi culturali affermano la propria identità attraverso il vittimismo, il risentimento, l’ideologia politica. Attraverso l’obbligo per le donne musulmane di indossare il velo, per esempio, il sistema antropologico, giuridico, culturale e politico dell’islam radicale si impone sui membri di quella comunità e sfida apertamente i valori del liberalismo. Per quanto riguarda la politica estera, Cameron vede una Gran Bretagna più che mai impegnata nella promozione dei «diritti umani universali». E nella recente crisi egiziana il primo ministro britannico è stato tra i leader occidentali uno dei più netti nello schierarsi a favore della transizione democratica, con parole inequivocabili. Il premier conservatore sembra aver ripreso, declinandolo a suo modo, quell’interventismo liberale in politica estera che da leader dell’opposizione tanto aveva criticato nel suo predecessore, Tony Blair, inducendo molti osservatori ad aspettarsi, con il suo ingresso al numero 10 di Downing Street, una Gran Bretagna più ritratta in se stessa che proiettata sulla scena internazionale.

Con gli eventi egiziani di questi giorni è tornata d’attualità la cosiddetta “Freedom Agenda”, riposta nei cassetti troppo frettolosamente per dimostrare quanto Bush e Blair avessero torto. Un’agenda politica che a ben vedere non è stata inventata né da Bush né da Blair – i quali certamente negli anni più recenti ne sono stati i migliori interpreti – e alla cui urgenza è la realtà oggi a richiamarci. E forse il discorso di Cameron è il primo frutto di questo richiamo.

L’estremismo islamico è consapevole che in un clima di appeasement da parte europea, l’intimidazione da una parte e la dissimulazione dall’altra sono le tattiche migliori. Criticare l’islam, dal volto apparentemente “moderato” nelle nostre città, risulta scorretto politicamente. E’ tutta qui la vulnerabilità politica, ma prim’ancora culturale, dell’Europa rispetto, per esempio, agli Stati Uniti. Alcuni leader sembrano averlo compreso. Di Sarkozy sono ben note le posizioni intransigenti sul tema di una vera integrazione all’insegna dei valori repubblicani e la Francia è all’avanguardia, per esempio, per quanto riguarda la legislazione sul velo islamico e i simboli religiosi. Di recente, non più di quattro mesi fa, anche la cristiano-democratica Angela Merkel ha parlato dell’approccio multiculturale in termini inequivocabili, sancendo il suo  «completo fallimento». E’ questa la nuova consapevolezza sui temi dell’integrazione e della cittadinanza che si sta affermando nei maggiori Paesi europei, almeno sul lato centrodestra. In Italia siamo presi da ben altri, spesso penosi, dibattiti. Ma se era un centrodestra moderno ed europeo quello aveva in mente Gianfranco Fini, con la sua svolta “buonista” e politically correct su questi temi (che sembra in realtà rispondere a logiche del tutto interne alla politica italiana) non poteva allontanarsene di più. Questo è il tempo del liberalismo «vigoroso» di Cameron.

 

FEDERICO PUNZI. Filoamericano e liberomercatista nato a Roma il 15 luglio di 35 anni fa. Giornalista pubblicista, ho iniziato da Radio Radicale, con la quale ancora collaboro, curando una rubrica settimanale sull’attività delle commissioni parlamentari. Breve ma intensa parentesi all’agenzia di stampa “Il Velino”, sotto la direzione di Maurizio Marchesi. Scrivo di politica interna ma la mia passione è la politica internazionale. Non riesco a staccarmi dal mio blog (http://jimmomo.blogspot.com/), che compilo dal febbraio 2002 insieme a pochi altri pionieri del genere. Breve parentesi politica nella direzione di Radicali italiani, a cui per fortuna sono sopravvissuto senza troppi danni collaterali.