Il giorno che capimmo

Il 18 maggio di ventitre anni fa moriva Enzo Tortora. Fu allora che la storia d’Italia, politica e istituzionale, si capovolse. Quello che non era riuscito negli anni Settanta alle Brigate Rosse col sangue e col terrore, colpire il cuore dello Stato disarmandone le strutture, riuscì un decennio dopo a un insieme eterogeneo di magistrati, camorristi e giornalisti, sconnettendone le giunture. Fu allora che l’intreccio fra interessi di carriera giudiziaria, di status carcerario, di vendite editoriali, di pubblicità personale, invase la scena pubblica. Fu allora che comprendemmo l’articolo che Leonardo Sciascia avrebbe scritto sui professionisti dell’antimafia, e che si illuminarono i retroscena del futuro processo Andreotti, e i retrobottega della Commissione Antimafia di Violante. Fu allora che capimmo perché per l’omicidio di Marta Russo sarebbero stati condannati Scattone e Ferraro, e come una teste d’accusa potesse descrivere il riaffiorare “dall’ano del cervello”, grazie all’aiuto del Pm, del ricordo smarrito che li incastrasse.

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