Piazzale Loreto
di
Simone Bressan
| 18 gennaio, 2011
| 18 commenti
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Il 29 Aprile del 1945, probabilmente, nessuno si è indignato per
quel che stava succedendo. La barbarie di un'isteria collettiva, se
commisurata alla barbarie fin lì sopportata dal popolo, sembra
sempre poca cosa. Piazzale Loreto, però, è una ricorrenza tragica
nella storia del nostro paese, quasi un modo di essere.
C'è stata la Piazzale Loreto di Benito Mussolini, quella del
Presidente Giovanni Leone, poi è toccato a Bettino Craxi alla fine
è stato il turno dell'intera Prima Repubblica, massacrata in
diretta tv ben oltre il lecito di un sistema che era marcio anche
perché erano marcissimi quelli che si ergevano a moralizzatori.
Toccherà, statene certi, anche a Silvio Berlusconi.
L'Italia è stata fascista, democristiana, craxiana fino a un
secondo prima del crollo dei potenti. Dopo c'è solo la damnatio
memoriae di un paese che non ha mai finito una guerra dalla parte
in cui l'ha iniziata. Tempo qualche mese, o forse settimane, e non
troverete un solo italiano che ammetterà la colpa gravissima di
essere stato - o di essere ancora - berlusconiano. E i primi a
tradire saranno proprio quelli che a Berlusconi, a Forza Italia, al
Pdl devono tutto, politicamente e personalmente.
In questo, Silvio Berlusconi ha la sua buona dose di
responsabilità. Qui e altrove abbiamo a lungo dissentito dalla sua
gestione del partito, del governo, della sua vita che personale e
privata non poteva essere per ragioni che non sono ovvie soltanto a
lui. Eppure, poco prima che inizi la Piazzale Loreto del nuovo
millennio, quella che ciclicamente tocca in sorte all'Italia, ci
terremo a dire che è stato, è e sarà in ogni caso molto meglio di
tanti altri.
Che se in questo paese un'intera generazione di ex niente, né ex
democristiani, né ex socialisti, né ex comunisti, ha creduto di
poter fare politica è perché un bel giorno un signore è andato in
tv a pronunciare le parole "rivoluzione liberale". C'abbiamo
creduto, e pazienza se siamo a lungo passati per illusi o, peggio,
per servi di qualcuno.
C'abbiamo creduto, e ci crediamo oltre Silvio Berlusconi. Ma è
giusto dire che ci è stata data la possibilità, concretamente, di
crederci perché c'è stato Silvio Berlusconi. E non staremo qui a
citare il rapporto con gli Stati Uniti, l'appoggio alle missioni in
Afghanistan e Iraq, la Legge Biagi, il tentativo (almeno quello)
di riformare la scuola e l'università, il coraggio di dire la
verità su una piccola minoranza di giudici militanti o l'intuizione
di non mettersi in mezzo mentre Marchionne salvava Mirafiori e
Pomigliano dal virus italico del sindacalismo fine a sé stesso.
Questo paese è meno libero di come lo vorremmo e si sono fatte
molte meno cose di quelle che ritenevamo necessarie. Ma se l'Italia
non è finita in mano ad Occhetto e Di Pietro è perché qualcuno si è
messo di traverso. Peccato non sia andato fino in fondo, stritolato
dalle sue debolezze e dalle mille insicurezze. Peccato che non
abbia voluto un partito vero, meritocratico, partecipato. Peccato
davvero.
Ma prima che inizi il lugubre gioco al massacro su quel che
resterà di questi anni è giusto riconoscere a quest'uomo la sua
grandezza. Se oggi non scegliamo tra sinistra e centrosinistra il
merito è tutto suo.