Bastava dirlo

Nella sconfitta bisognerebbe essere onorevoli e non conservare rancore. Ma non tutti ci riescono e in questi giorni, tra una fiducia e l’altra all’esecutivo tecnocrate di Mario Monti, dal Popolo della libertà si levano lamenti. Uno di questi è stato pubblicato sul Foglio di sabato 19 novembre, a firma di Sandro Bondi. Il quale prova da una parte a scaricare il presunto colpevole – Giulio Tremonti -, dall’altra tenta di giustificare il proprio voto a favore del nuovo governo.

Pare che Bondi, ascoltando l’intervento di Monti al Senato, si sia improvvisamente reso conto che la mancanza di una coerente ed efficace politica economica abbia minato le fondamenta della maggioranza di centrodestra. Colpa, ovviamente, dell’ex ministro dell’Economia che avrebbe minato “alla radice, fin dal primo momento, la capacità del governo di affrontare la crisi”, passando per i tagli lineari che hanno così compromesso qualsiasi riforma. “L’effetto combinato delle sue non politiche economiche e del suo strettissimo rapporto con la Lega”, avrebbero peggiorato la situazione. Ad essere manichei, l’atteggiamento di Bondi sa di pura vigliaccheria: di sicuro non gli saranno mancate le occasioni per presente le proprie rimostranze, considerato che ha anche ricoperto il ruolo di ministro della Cultura. 

Ferrara rispedisce al mittente la missiva e passa piuttosto al contrattacco: “avete condotto al disastro una grande avventura politica” mettendo il bavaglio addirittura al Cavaliere, “non siete una classe dirigente”, “non leggete la realtà che confligge con la vostra vanità”, che insomma si solo calati le brache. “Tremonti – scrive il direttore del Foglio – ha responsabilità ovvie, ma bisogna dirlo a tempo”.

Per l’appunto: dirlo a tempo, che il Pdl è in parte vittima di se stesso. Di una mentalità che non ha voluto correre rischi e badare all’immediato: la carta d’identità giusta con la quale presentarsi alla nuova fase della politica italiana, mettendosi in coda per servire caffè e brioche al professor Monti. È rimasto a fare catenaccio, evitando accuratamente di ripartire in contropiede. Non ha spina dorsale, sta bene nella palude istituzionale. Insomma, agisce in modo che qualcuno potrebbe pensare che Gianfranco Fini non aveva tutti i torti – il condizionale è d’obbligo quando c’è di mezzo il presidente della Camera.

Certo, bastava dirlo a tempo. Il giorno dopo è sempre troppo tardi.