Qui ci vuole la Camera dei Lord Dic15

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Qui ci vuole la Camera dei Lord

Ho pensato di presentare in Parlamento una proposta di Legge Costituzionale composta di pochi ma significativi articoli: Articolo 1: “La Camera dei Deputati è sostituita dalla Camera dei Lord”; Articolo 2: “La funzione di Lord non dà luogo ad alcuna retribuzione od indennità”; Articolo 3: “La funzione di Lord si acquisisce attraverso Asta Pubblica, con un valore di partenza d’asta di 100.000 euro, ed è trasmissibile per successione ereditaria”.

A prescindere dal paradosso, la realtà è che le istituzioni tutte devono oggi riconquistare la fiducia dei cittadini; viviamo un momento di crisi nel quale comprensibilmente quanti stanno male, o in condizioni peggiori rispetto al passato, e disapprovano i contenuti di una manovra il cui costo ricadrà sulle loro spalle, sono portati a ritenere che le ragioni delle loro ristrettezze risiedono nel trattamento di favore che hanno i privilegiati: politici, calciatori e quant’altro, e i politici, la “casta”, sono a torto o a ragione il primo bersaglio.

Quindi certamente in questa situazione la classe politica ha il dovere di ritrovare legittimità (ad esempio innanzitutto cambiando la legge elettorale per restituire ai cittadini il potere di scegliere chi li debba rappresentare), ma aggiungo anche un’altra considerazione: che ci siano dei cialtroni in Parlamento, non significa che si debba distruggere l’Istituzione Parlamento; il rischio è di avere, domani, un Parlamento di ereditieri e redditieri, espressione raccapricciante del classista “eletto per censo”.

Se a questo aggiungiamo l’altra “cosiddetta” rivoluzione che passerebbe attraverso la riduzione dei parlamentari (alla metà o ad un terzo degli attuali) cosa avremmo? Soltanto il buon Massimo Bordin durante la Rassegna Stampa quotidiana di Radio Radicale ha di recente sollevato il problema che, con il taglio del numero dei parlamentari, rischia di venir meno la rappresentanza democratica; perché nessuno ha il coraggio di affermare ciò che ovvio, e cioè che meno saranno i parlamentari più ampi saranno i collegi elettorali, e che più si amplia il collegio elettorale meno gli elettori di quel collegio avranno la possibilità di valutare e controllare l’operato di quelli che sono andati ad eleggere? E’ più semplice per gli elettori valutare l’operato di un sindaco o di un presidente di regione?
Invece di discutere di che tipo di sistema elettorale vogliamo, e dunque che tipo di collegi, e che rapporto devono avere gli eletti con gli elettori, quello a cui si assiste – spesso anche da parte dei soliti noti della politica e della stampa – è solo il trionfo della demagogia ipocrita.

Non è un caso, invece, che il solo Rino Formica, in un’intervista proprio su questo giornale, abbia avuto la forza ed il coraggio di raccontare una verità scomoda ma lampante: “Altro che stipendi, stanno uccidendo la democrazia organizzata”, e ancora: “Gli incapaci ci sono sempre stati. È fisiologico, non patologico. Invece si è diffusa la convinzione che le istituzioni siano superflue (…)  se non addirittura dannose. Il deputato che, ripreso dalle telecamere, si offre al mercato della politica è un simbolo negativo ma una democrazia sana tiene sempre separate le persone e le istituzioni”.

Non è un caso perché Formica non è più parlamentare, e quindi non incorre nel rischio di linciaggio da parte di editorialisti, eminenti commentatori, tecnici, sindacalisti, dipietristi,  e – di conseguenza – da parte di una opinione pubblica che invece ha tutte le ragioni per essere incavolata.

Il silenzio assordante dei Presidenti dei due rami del Parlamento (o molto peggio, la loro connivenza), che dovrebbero tutelare l’Istituzione Parlamento (non difendendo la “corporazione” ma ristabilendo la verità), dimostra invece chiaramente quanto il quadro di delegittimazione della politica sia completo: se anche le stesse istituzioni vanno alla rincorsa, senza capacità di leadership, di spinte demagogiche, quando anche la politica crede di ottenere consensi inseguendo le spinte dell’antipolitica, in realtà spesso finiscono per delegittimare se stesse.
Oltre tutto, se siamo veramente convinti che ciò di cui l’Italia ha bisogno è una sospensione della democrazia e un governo di tecnici, perché mai sprecare tempo sottoponendolo all’insulto di fargli dare (o negare) la fiducia di quell’associazione a delinquere di stampo politico che è il Parlamento.

Ha ragione Ernesto Galli Della Loggia, nel suo editoriale di oggi sul Corriere della Sera, quando accenna alla pericolosità – nel cosiddetto stato di emergenza che comporta una sospensione delle regole – di tesi come quelle ad esempio del fondatore di Repubblica Scalfari.

Già di suo un governo tecnico è una scissione tra responsabilità politica e potere reale, ma ho timore che la democrazia sia stata non solo sospesa bensì addirittura posta “sotto tutela”, soprattutto se dopo l’offensiva mediatico-tecnica si realizzerà il desiderio di Eugenio Scalfari di una Terza Repubblica (già cominciata) con governi solo e soltanto istituzionali con una composizione decisa dal capo dello stato e quindi con un parlamento inutile, il che sarebbe fisiologico se il capo dello Stato venisse eletto dal popolo e fosse anche capo del governo, ma è aberrante in una Repubblica parlamentare.

Auspico che almeno il presidente Napolitano, per cui nutro rispetto e a cui riconosco di aver svolto bene il ruolo di garante del governo, proprio grazie alla vasta popolarità e credibilità di cui gode presso l’opinione pubblica, si faccia anche garante del Parlamento, prima che sia troppo tardi,  difendendone la dignità in quanto istituzione.

Non vorrei che abbia ragione la “Velina Rossa” Pasquale Laurito, decano della stampa parlamentare, quando adombra il sospetto che dai “giornali importanti sia partita una vera e propria campagna per far comprendere come in fondo la democrazia possa vivere anche senza partiti” o, peggio, quando sostiene che “pare quasi che si voglia offrire ai cittadini vessati dai sacrifici del professor Monti, acclamato da una certa stampa, la testa dei parlamentari”.

(oggi su il quotidiano “Il Tempo”)

* Giuseppe Moles, deputato del PdL