Sfigati

A conti fatti, il viceministro del Lavoro Michel Martone non ha torto quando dice che chi arriva a 28 anni e non si è ancora laureato è uno “sfigato”. Ha toppato nella forma, non nella sostanza (d’altronde è un professore, lui, vive di teoria e non di pratica), dal momento che la generalizzazione è il più scontato degli errori: sarebbe stato più efficace se avesse affermato che è da sfigati impiegare otto anni per laurearsi nei panni di uno studente universitario a tempo pieno. Tant’è, il sasso è stato lanciato nello stagno e la rivoluzione dei girini ha avuto inizio. E il fatto che a lanciarlo sia stato un ragazzo che ha un padre che conta è lo specchio di questo Paese. Ma al puzzle manca un tassello, ancora più importante e comunque complementare.

L’altro giorno un’amica ha provato a fare il punto della situazione: “Viviamo in una società sempre più competitiva, per moltissimi aspetti crudele, a volte penso che ci siamo dimenticati anche chi siamo e che questa dannata velocità ci abbia chiesto un prezzo troppo alto da pagare”. È il legittimo e comprensibile – nonché condivisibile – sfogo di chi si ritrova fuori dal cosiddetto mercato del lavoro, dopo aver faticato e dato tanto. Il guaio è che non siamo una società competitiva: la competizione parte dal presupposto che sia lecito partecipare, ciascuno con le proprie armi a disposizione. Una competizione, per essere vera, presuppone che ci siano almeno due concorrenti. Va da sé che in una nazione fatta di corporazioni, come la nostra, la corsa è falsata: il corporativismo (gli italiani oltre a morire democristiani moriranno pure con qualche tesserino professionale nel portafogli) è l’antitesi della concorrenza – nel senso di competizione -dove a vincere sono i migliori, i più forti e non i mediocri.

Dice, Martone, che è il momento di dare messaggi nuovi ai giovani, di cominciare a costruire una nuova cultura. Fa venire qualche brivido lungo la schiena l’idea che sia un esponente di un governo a dire che occorra un impianto culturale nuovo. Dovrebbero essere le famiglie prima e i ragazzi assieme a farsene una ragione. Non tutti possono arrivare al termine dell’università, un’istituzione che da luogo di talenti e qualità si è trasformata in un calderone dove troppi nullafacenti si accompagnano a gente che ha una seria intenzione di studiare e rimboccarsi le maniche. Gli “sfigati” non sono solamente quelli che a 28 anni bivaccano adagiati sui banchi, sono anche i loro genitori che continuano a mantenerli. Prendendo in prestito un’affermazione del buon Vittorio Munari, che per sua fortuna si dedica a tutt’altro nella vita (è dirigente della Benetton Rugby di Treviso), “tutti vogliono fare Renzo Piano e nessuno vuole fare il manovale”: una battuta espressa parlando di rugby, ma dopo tutto la palla ovale è davvero una metafora della vita e quindi calza a pennello.

Il cortocircuito che riguarda la competizione è palese: questa non nega la nostra identità (“a volte penso che ci siamo dimenticati anche chi siamo”), perché se fosse realmente concorrenziale aiuterebbe a esprimere le proprie qualità personali, belle o brutte che siano, meritevoli di essere applaudite o semplicemente meschine. Il sentire comune, da queste parti, è che gli “sfigati” o meglio i “doppiamente sfigati” non siano quelli che a 28 anni stanno ancora all’università, quanto piuttosto quelli ai quali, pur dandosi da fare, non è concessa l’occasione di competere. Perché ci sono i baronati e gli interessi trasversali da proteggere. E diffidate dei cosiddetti esponenti giovani della politica che twittano o lasciano scritto su Facebook che è il momento di dare una sterzata, di riformare l’Italia e altri slogan a seguire: sono parte del sistema anche loro, è la mammella alla quale si aggrappano per non restare a spasso. Per capirlo, non serve nemmeno una laurea.