I’m a Ranger

In principio erano i guardiani di Ellis Island, deputati al controllo delle persone che arrivavano negli States per cercare fortuna, al tempo in cui entrare in America era relativamente semplice, a differenza di quanto avviene al giorno d’oggi ( a meno che non si sia provvisti di green card o non si sia dei fuckin’ Mexican ).. Da quasi un secolo, oramai, sono invece i guardiani del Madison Square Garden, nelle notti in cui il parquet viene tolto ed è il ghiaccio a farla da padrone: sono i Blueshirts, Ladies and Gentlemen, yours New York Rangers!!

E’ senza dubbio il team-pro della Big Apple con più storia e fascino, insieme ovviamente agli Yankees di baseball, membro originale delle ”original six” della NHL, cioè delle squadre che fanno parte di questa lega di hockey su ghiaccio fin dalla sua creazione, nel lontano 1926. In realtà la NHL fu fondata nel 1917 con solo due squadre, i Toronto Maple Leafs e i Montreal Canadiens. Nel 1924 si aggiunsero i Boston Bruins, infine, nel 1926, fu la volta dei Detroit Red Wings, dei Chicago Blackhawks e dei New York Rangers. Tutte queste squadre ancora oggi fanno parte della NHL, dando lustro e iniettando fascino e storia alla lega di hockey più famosa al mondo, nonostante i pallidi tentativi di imitazione europei e post-sovietici in particolare, e ogni riferimento alla KHL e ai suoi petro-rubli è puramente voluto.
 
Ma questo è un altro discorso: oggi sono qui a parlarVi di questa squadra, delle sue aspirazioni e dei suoi obbiettivi: chi vi scrive se ne è innamorato dal 28 dicembre 2008, giorno in cui, trovandomi ”per caso” dalle parti di Manhattan, entrai al Madison Square Garden per assistere live alla stracittadina tra i miei Rangers, appunto, e l’altra squadra della Big Apple, gli storicamente derelitti New York Islanders, versione su pattini dei Los Angeles Clippers di basket, almeno prima dei Griffin e dei Chris Paul. Neanche dirlo, vittoria dei Rangers che acquistarono fin dal loro ingresso in campo, sulle note della theme song di CSI New York, un nuovo fan. In realtà sarebbero stati due i fan, se avessi avuto Simone al mio fianco, ma in quella particolare occasione ero accompagnato dalla mia anima gemella, che disgraziatamente non sa (ancora) apprezzare lo spettacolo che solo gli sport a stelle e strisce sanno offrire, e per spettacolo non intendo solo l’evento sportivo in senso stretto, ma anche tutto ciò che alla partita fa da contorno, che secondo me è quasi altrettanto importante ( e qui sarebbe molto interessante, anche didatticamente, un paragone con la politica, non solo americana).
 
Ma veniamo alla stagione in corso di svolgimento, giunta alla pausa per l’All Star Game: i Rangers in questo momento sono al comando della Eastern Conference in coabitazione con i Boston Bruins, riproponendo l’eterna faida sportiva tra queste due città. La rivalità tra queste due squadre non raggiunge i picchi d’intensità di quella, nel baseball, tra Yankees e Red Sox, ma è comunque molto sentita. I Rangers, dicevamo, si trovano al comando sorprendendo un po’ tutti gli analisti d’oltreoceano che li accreditavano sì come una buona squadra, ma in grado al massimo di puntare ai playoffs; invece, grazie a un ottimo mercato estivo e a un paio di scelte giuste nel draft, si ritrovano ora ad essere tra le contendenti per la Stanley Cup. Guidati da un ottimo coach, Joe Tortorella, giocano un hockey duro, aggressivo e non lasciano molto spazio ai ricami. Le stelle? Pochine per la verità, in compenso il roster è molto profondo e ricco di ottimi giocatori. In attacco spiccano sicuramente i veterani Marian Gaborik e Brad Richards, elementi che garantiscono fisicità e parecchi punti alla squadra:coach Tortorella spera che portino anche quell’esperienza e quel filo di malizia necessari in vista della post-season. Accanto a loro parecchi giovani di belle speranze come Artem Anisimov, vero e proprio ” steal of the draft ” (secondo giro, 54a scelta assoluta) nel 2006, Carl Hagelin, Brandon Dubinsky ma soprattutto il preferito di chi vi scrive, e cioè Ryan Callahan, una specie di Pippo Inzaghi su pattini da ghiaccio, vera bandiera del team e idolo del MSG.
 
Anche la difesa può contare su molti ottimi elementi come i paisà Dan Girardi e Michael Del Zotto, Marc Staal e Ryan McDonagh: solidità è il primo termine che mi viene in mente per descrivere questo reparto, seguito da durezza e protezione. Protezione di chi? Del vero valore aggiunto di questa squadra, l’uomo che, con le sue prestazioni sul ghiaccio, può decidere fino a che punto sono concessi sogni di titolo e voli pindarici per l’esigente pubblico della Grande Mela: il portiere Henrik Lundqvist. Svedese (ma glielo concediamo), iridato olimpico a Torino 2006, difende la gabbia dei Rangers dalla stagione 2005-06; è a mio avviso il miglior interprete del ruolo in circolazione sul Pianeta Terra, ma, per non apparire troppo parziale, lo collocherò nei primi tre.. Tipicamente vichingo nei tratti fisici e somatici, è idolo indiscusso di signore, signorine e metrosexuals presenti al Garden nelle sere di ghiaccio, nonchè unico motivo d’interesse per Elisa nella partita di cui Vi ho parlato qualche riga fa.
 
E’ dal lontano 1994 che Lord Stanley non fa una visita dalle parti di Penn Station, e dopo la vittoria in gara7 (avversari i Vancouver Canucks) un tifoso espose un cartellone con la scritta ”Now I can die in peace”..Ora, io non so se quel tale è still alive, ma glielo auguro di cuore, anche perchè questo potrebbe essere l’anno buono per un (alquanto tardivo) replay.. Prima però bisognerà andare a vincere nella tana dei Bruins, per poi attendere la squadra che uscirà indenne dalla tonnara ghiacciata a cui stiamo assistendo ad Ovest.. La squadra c’è, il momentum anche, basterà? In tarda primavera le risposte..