All Star Game?

Un paio di riflessioni veloci sul week-end delle stelle tenutosi la scorsa domenica in quel di Orlando, Florida.

1) I primi due giorni sono ormai sostanzialmente inutili: il Rookie Challenge è ridotto ad una farsa in cui dieci giocatori lanciano la palla in stile football verso il ferro avversario sapendo che qualcuno sicuramente transiterà da quelle parti per l’affondata. Non si chiede certo una Princeton offense o una zona 1-3-1, ma almeno un blocco o un raddoppio ogni tanto sarebbero graditi.

2) Il sabato, forse, è ancora peggiore: giochini tanto insulsi quanto inutili tra giocatori NBA, giocatrici WNBA e vecchie glorie riesumate per l’occasione, una gara delle schiacciate che è diventata una competizione a chi si inventa più sciocchezze, l’unica certezza rimane, purtroppo, solo la gara del tiro da 3 punti. E’ inutile girarci intorno: senza qualche grosso calibro a evoluire sopra il ferro, lo slam-dunk contest non se lo fila nessuno. Vi immaginate invece una gara delle schiacciate con Lebron, Blake e Superman, magari con compenso da devolvere in beneficenza?

3) Partita della domenica: gli ingredienti per uno spettacolo senza eguali ci sarebbero tutti, ma vengono diluiti da un atteggiamento di eccessiva sufficienza. Non dico che bisognerebbe difendere  come in una qualsiasi gara di playoffs, ma siamo ormai al livello di una partitella tra amici. Mi vengono in mente gli All-Star Game di fine anni novanta e, amici, quelle erano partite in cui si giocava per davvero, pur in un contesto molto più rilassato rispetto a quello delle partite “ufficiali”. Invece adesso siamo costretti a sperare che le due squadre arrivino al finale di partita senza distacchi siderali per goderci 5 minuti di basket al massimo livello immaginabile su questo pianeta. Proprio come è successo in questa edizione, dove gli ultimi 3-4 minuti sono stati giocati per vincere sul serio. Come sostiene da tempo il ” The Coach ” Dan Peterson l’unica soluzione praticabile per ovviare al problema sarebbe quella di copiare il baseball mettendo cioè in palio il vantaggio del fattore campo alle NBA Finals per la Conference vincitrice della partita.

4) Il titolo di MVP è andato a Kevin Durant che ha realizzato ben 36 punti. Il ragazzo degli Oklahoma City Thunder è semplicemente fenomenale, ma a mio avviso gli manca ancora qualcosina  a livello di killer istinct per poter competere con i vari Lebron e Kobe: prova ne è che nel finale la palla finiva sempre nelle mani di Bryant, mentre il buon KD se ne stava quatto quatto ad aspettare un (improbabile) scarico.

5) Manca solo l’ufficialità: Dwight Howard (per la mia disperazione) se ne andrà da Orlando. Era il padrone di casa, doveva pretendere di essere quantomeno un contender al titolo di MVP, invece lui, solitamente Shaquilliano in atteggiamenti e modi, ha tenuto un low-profile che francamente non avevo mai visto. A ciò si aggiunga il discorso prima della palla a due, che sapeva davvero di commiato. Così, dopo O’Neal, un altro centro dominante lascia i miei adorati Magic: consiglio quindi alla nostra dirigenza, al prossimo draft, di rivolgersi ad altri ruoli.

Passo e chiudo.