Io festeggio il 7 marzo

Perpetua e Felicita erano due madri. Una aveva partorito da poco, e allattava il suo bambino; l’altra portava la sua bambina ancora in grembo, ed era prossima al parto. Abitavano nella stessa casa, la casa che apparteneva alla famiglia di Perpetua, colta cartaginese di nobile origine, e dove Felicita prestava servizio insieme a suo padre. E avrebbero continuato ad abitarvi per lunghi anni, se non fossero state arrestate, imprigionate e condannate a morte perché incolpate di un reato d’opinione all’epoca imperdonabile: l’adesione alla fede cristiana.

Nella storia di Perpetua e Felicita, come ci è stata tramandata, non c’è quasi posto per gli uomini – che non siano vecchi padri, giovani fratelli o neonati in fasce, o, d’altro canto, crudeli carcerieri e carnefici. Le protagoniste assolute sono le due donne: giovani (Perpetua aveva solo ventidue anni), determinate (al padre che la scongiurava di ritrattare, Perpetua spiega che non ci si può chiamare in maniera diversa da come si è), coraggiose (Felicita, rinchiusa insieme a lei in prigione, teme addirittura di essere risparmiata perché incinta). Eppure, nonostante tutto, profondamente materne: il pensiero straziante del suo bambino, che riesce a tenere con sé in carcere solo per breve tempo, accompagna Perpetua durante tutta la reclusione, mentre Felicita, che riesce a partorire pochi giorni appena prima del martirio, affida la bambina a una “sorella di fede”, perché la allevi come una figlia.

Secondo la leggenda agiografica, attribuita a Tertulliano, la morte scelta per le due donne è quasi “uno sfregio al loro sesso”: lasciate in balia di una vacca feroce, denudate e inermi, Perpetua e Felicita cercano anzitutto di ricoprirsi e di ravviarsi i capelli, più attente alla loro dignità che alla loro stessa vita; e durante lo spettacolo, si sostengono a vicenda, aiutandosi l’una l’altra a rialzarsi. Solo il pugnale pone fine alle loro sofferenze, ma a spingerlo fino in fondo è la mano stessa di Perpetua, più risoluta di quella dello stesso gladiatore che lo impugna. Ecco, sarebbe a questa fermezza, a questa dignità, a questo amore materno e a questo coraggio che guarderei, se dovessi scegliere un modello di donna a cui guardare; e se dovessi scegliere una festa in occasione della quale ricordarlo, quella festa sarebbe il sette marzo, non l’otto.