George Tremonti

Per avere un giudizio originale su qualche membro del governo inglese, non serve chiedere agli esponenti più in vista della maggioranza parlamentare. Occorre andare tra le seconde file. Loro, considerati sempre poco o nulla, diranno la verità. 

Ne sa qualcosa anche il prestigioso Financial Times, che per commentare la finanziaria del governo Cameron  è andato a mestare nel torbido più torbido dei cosiddetti “backbenchers”. Giudizi, ovviamente, tranchant. Uomini e donne che hanno politicamente pochissimo da perdere e molto da giocare: giovani in ascesa, o anziani deputati ormai rassegnati a non avere un ruolo di primo piano.

Capita così che i commenti, tra il caustico e l’irriverente, finiscano per mettere il dito in una delle piaghe che stanno tormentando la già poco tranquilla esperienza di governo dei conservatori britannici. 

Facciamo un passo indietro. Il Governo di Sua Maestà è, smentendo ogni diceria sul sistema maggioritario perfetto che regna a Westminster, sorretto da una coalizione. Cosa rarissima sotto il Big Ben ma che, una volta ogni cinquant’anni, capita, quasi a ricordare quanto la politica sia sempre più arte e meno scienza. A dividersi la golden share della politica britannica sono i conservatori di David Cameron e i liberaldemocratici di Nick Clegg. Convivenza tradizionalmente difficile, acuita dal contesto non proprio conciliante.

L’ideologo economico di questa alchimia è George Osborne, ed è chiamato a mediare tra la base conservatrice, l’ala cameroniana del movimento e gli ingombranti alleati liberaldemocratici. Ci riesce abbastanza bene, tanto che gli osservatori più attenti gli riconoscono un’indipendenza tale da farlo sembrare quasi la terza gamba dell’alleanza. Le altre due, Cameron e Clegg, iniziano a non gradire. 

Il clou mediatico e amministrativo per chi fa il Ministro delle Finanze a Londra si chiama “budget”. È la nostra finanziaria e, lungi dall’essere un testo che deve passare per commissioni e vietnam parlamentari, ha la forma immaginifica di una valigetta rossa. Il cancelliere mette la valigetta sul tavolo, con dentro il documento di programmazione economica dell’anno. Poi è tutto sì o no. Tertium non datur. Una specie di decreto con fiducia con approvazione rapidissima. Le polemiche, invece, non le toglie nessuno. 

L’ultimo budget vergato da Osborne non è immune da critiche, anche pesanti. La base conservatrice lo considera debole sul versante dei tagli alla spesa pubblica, i libdem strizzano l’occhio a sinistra e lamentano poca attenzione alle fasce più deboli, i laburisti sfoderano il vecchio “i Conservatori sono il partito dei ricchi”. Schermaglie e poi è tutto finito? Macché. In perfetta tradizione italica, il peggio si nasconde nei dettagli e si chiama “granny tax”, un fantasioso prelievo sulle pensioni che colpisce 5 milioni di inglesi e vale circa un miliardo di sterline. 

Osborne lo considera fondamentale per far sì che di rosso ci sia solo la valigetta, e non anche il saldo di bilancio, e per garantire tagli fiscali a imprese e redditi elevati. Cameron, probabilmente, ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma il suo Cancelliere dello Scacchiere sembra essersi impuntato. Per i giornali, che non vedevano l’ora di far scorrere un po’ di sangue, è stata una manna dal cielo. Il Sun (anima popolare dei tories d’assalto) picchia duro: nel contesto economico attuale «gli annunci di Osborne sono come una birra piccola. Che è l’unica cosa che i nostri lettori possono ancora permettersi».  Il budget di Osborne «colpisce gli ordinary brits» e il ministro con la valigetta viene definito uno «smiling assasin» del ceto medio. Nemmeno il compassato Telegraph è tenero e, pur riconoscendo al governo una strategia di «lunga durata» spiega serafico che «non è abbastanza». 

Proprio il termometro dei sondaggi, per la prima volta dall’inizio dell’esperienza di governo, inizia a misurare una febbre preoccupante. L’anno scorso, con una finanziaria tutta tagli e sacrifici, il 44% dei sudditi di Sua Maestà promuoveva il budget, contro il parere di una netta minoranza (il 31%) che lo riteneva poco equo. A distanza di 12 mesi, il confronto con l’attuale giudizio è impietoso: la manovra di Osborne è considerata sbagliata dal 48% degli elettori ed è sostenuta da un misero 32%. Al netto degli indecisi, significa che per due inglesi su tre il governo si è incamminato sulla strada sbagliata. Una bella gatta da pelare per David Cameron, anche alla luce del clima che si respira all’interno del partito, con i Conservatori nove punti dietro i rivali laburisti nell’ultimo sondaggio ComRes. Per capire quanto questo rischi di essere uno tsunami, basti pensare che con una vittoria di quasi sette punti alle ultime politiche i Tories non sono riusciti ad ottenere la maggioranza in Parlamento. Con un passivo così ampio a favore dei Laburisti, l’ecatombe è assicurata.

Anche perché se tante volte il partito di Cameron ha dimostrato piena copertura e fiducia al Primo Ministro, questa volta qualcosa pare incrinato. Il primo a prendere le distanze dal governo è stato Boris Johnson, sindaco di Londra in corsa per la rielezione e da molti accreditato come aspirante leader del partito. «È un budget che io non avrei scritto in questo modo» ha sentenziato, rimarcando come «non è la mia finanziaria e non sono per niente convinto che mi si possa associare a queste misure». Il veleno, nella coda: «c’è molto che possiamo fare, qui a Londra, per aiutare i più poveri e gli indigenti». Quasi a dire che esistono, plasticamente, due visioni del partito: una governa la nazione, l’altra la capitale.

Scontri al vertice a parte, è l’intero movimento a soffrire l’impatto di questa finanziaria. Il Financial Times consegna un quadro a tinte fosche di quelli che dovrebbero essere i più fedeli pretoriani del governo in carica e che stanno cercando, senza successo, di allertare David Cameron sui pericoli derivanti dal sospetto attivismo di George Osborne. «Abbiamo sempre sostenuto  – chiarisce un anonimo deputato – che fosse capace di grandi visioni, sia tecniche che politiche. Oggi forse dobbiamo ricrederci».

Se a qualcuno sembra di rivivere in un remake britannico le vicende di Giulio Tremonti, non sbaglia. George Osborne gli assomiglia molto: gioca in proprio, non ascolta il partito, punta a crearsi una nicchia di credibilità e di visibilità tutta sua. Rimane da capire se Cameron starà a guardare. A differenza di Berlusconi, non ha organismi internazionali da cui farsi dettare la linea.

l’Opinione, 28 Marzo 2012