Ridere di Anna Frank

Si può ridere di Anna Frank senza insultarne la memoria? Si può scherzare su un simbolo del dolore senza offenderne il messaggio universale? Sì. E ne sono la prova due libri usciti di recente. Si tratta di “What we talk about when we talk about Anne Frank” (“Di cosa parliamo quando parliamo di Anna Frank”), di Nathan Englander, e “Hope: A tragedy”, di Shalom Auslander tradotto da Guanda con il titolo “Prove per un incendio”. Il primo è una raccolta di racconti (che uscirà in autunno in Italia per Einaudi), il secondo un romanzo ironico. Gli autori sono entrambi classe 1970, contemporaneamente fulminati da Anna Frank.

Tirar giù dallo scaffale il tema dell’Olocausto è un riflesso condizionato per molti giovani scrittori americani, soprattutto se ebrei, ancor di più se newyorkesi. Utilizzare Anna Frank poi è ancora più naturale. Negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, il suo diario ha rappresentato la memoria per eccellenza della persecuzione. È stato il documento più vivo e facilmente accessibile a qualsiasi tipo di pubblico. Indipendentemente dall’età, dalla nazionalità o dal grado di istruzione. E tale rimane tuttora. Non c’è da stupirsi che l’appeal di Anna Frank abbia superato indenne i decenni. Quel diario rappresenta ormai da più di 50 anni il primo vero impatto – emotivo prima ancora che storico – che gli studenti americani e europei hanno con la storia dell’Olocausto.

Più strano che entrambi giochino in maniera politicamente scorretta sul mito della ragazzina uccisa dai nazisti. Nathan Englander, è stato per anni considerato uno degli enfant prodige della letteratura giovane newyorkese. Con Di cosa parliamo quando parliamo di Anna Frank torna alla forma che gli riesce meglio: il racconto. E cerca di riacciuffare il successo dell’esordio di Per alleviare insopportabili impulsi. Per farlo, sin dal titolo, gioca due assi: Anna Frank e Raymond Carver. La prima come sineddoche dell’Olocausto, il secondo come fantasma del minimalismo. Anche se il modo di scrivere di Englander non ricorda affatto quello di Carver, il racconto che dà il nome alla raccolta replica lo schema di uno dei più famosi titoli carveriani: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. La scena è più o meno la stessa: due coppie americane che chiacchierano attorno al tavolo da pranzo. Della vita e dell’amore in un caso, di ebraismo e Olocausto nell’altro. Le due coppie di Englander sono infatti entrambe di religione ebraica, ma l’una ortodossa (vive in Israele e si trova negli Usa in visita alla famiglia), l’altra laica (vive in Florida, non frequenta il tempio, ma si sente profondamente legata alla cultura ebraica).

Le due visioni della religione vengono a confronto tra un bicchiere e uno spinello. E le lingue si sciolgono. Le coppie finiscono per fare un gioco un po’ macabro che una delle due donne faceva da ragazza con la famiglia. Immaginare chi tra gli amici cristiani li nasconderebbe e chi invece li denuncerebbe in una futura eventuale nuova Shoah. Con un finale a sorpresa quando le coppie arrivano a giocare «il gioco di Anna Frank» su se stesse. Insomma Anna Frank è un simbolo tanto universale della persecuzione degli ebrei che può persino diventare un gioco. Inquietante, forse, ma per nulla irriverente.

Ancora più dissacrante l’uso che Shalom Auslander fa del mito di Anna Frank. Nel suo nuovo romanzo Prove per un incendio, l’autore di Il lamento del prepuzio immagina che la celebre ragazzina sia sopravvissuta all’Olocausto. Usando lo stesso schema scelto da Philip Roth in The Ghost Writer alla fine degli anni ’70. L’Anna Frank di Auslander, come quella di Roth, è scampata ai nazisti e vive in America. Ma mentre l’Anna di Roth vive sotto falso nome, mimetizzata tra la gente di New York, l’Anna di Auslander vive nascosta. In particolare abita in un solaio e tenta di scrivere il suo nuovo romanzo. Per il quale, però, non riesce a trovare l’ispirazione. Se ne accorge il nuovo inquilino che se la ritrova al piano di sopra e che ne deve sopportare l’isteria bisbetica, le manie di grandezza e il continuo ticchettare della macchina per scrivere. L’Anna sopravvissuta di Auslander è una caricatura, esilarante e politicamente scorretta. Ma nessuno può pensare che l’intento sia quello di oltraggiarne la memoria. L’Anna che vive in solaio ha ben chiaro il proprio ruolo nel mondo. E lo descrive con lucidità parlando con il protagonista del libro: «Sono la ragazza morta. Sono Miss Olocausto, 1945. Il mio premio è una corona di spine e l’eterno ruolo di vittima per antonomasia. Gesù era ebreo, ma io sono il Gesù degli ebrei». Descriverla come una vecchietta vanagloriosa non significa non voler bene al personaggio. Anzi, sono quei tic a rendere Anna speciale.

Il bello, per l’autore è proprio quello: immaginare che sia sopravvissuta, che sia invecchiata, con tutti i difetti di una donna normale. Restituendole con la fantasia una normalità che la storia, crudele, le ha invece negato.

(“Il Giornale” del 5 maggio)