Svergognato

Accendi la tv, vedi Leoluca Orlando, con la fascia da sindaco, e un brivido corre lungo la schiena. Che sia proprio lui a commemorare Giovanni Falcone nel giorno del ventesimo anniversario della strage di Capaci, ha il sapore amaro della beffa della storia. Eccola, la storia. In principio Orlando e Falcone sono amici. Un’amicizia che non è destinata a durare. È l’estate del 1989, quella che passerà alla storia come l’estate del corvo e dei veleni alla procura di Palermo. Un pentito catanese, Giovanni Pellegriti, ha importanti rivelazioni da fare. Dietro l’omicidio di Piersanti Mattarella – dice a Falcone che lo interroga –  c’è un mandante eccellente:  l’eurodeputato Dc Salvo Lima, il chiacchierato luogotenente di Giulio Andreotti in Sicilia.

Il sedicente collaboratore di giustizia aggiunge particolari: il nome dell’esecutore materiale dell’ omicidio è tale Carlo Campanella. Falcone ascolta, attentamente. Ma soprattutto indaga. E scopre un particolare che smentisce Pellegriti: Campanella era in carcere il giorno in cui Mattarella fu ucciso. La reazione di Falcone è immediata. Invece di mettere sotto accusa Lima, incrimina il falso pentito per calunnia. È così che si trattano i pentiti, secondo Falcone. Per non farsi strumentalizzare da giochi nati in carcere o in chissà quali stanze. E anche per non rovinare il lavoro serio che si sta conducendo contro la mafia. Falcone lo spiega bene nel suo libro intervista con Marcelle PadovaniCose di Cosa nostrache sarà pubblicato poco prima della sua uccisione.

«Perseguire qualcuno per un delitto senza disporre di elementi irrefutabili a sostegno della sua colpevolezza – spiega – significa fare un pessimo servizio. Il perseguitato verrà rimesso in libertà, la credibilità del magistrato ne uscirà compromessa e quella dello Stato peggio ancora». Forse, se i magistrati italiani avessero seguito questa indicazione, la storia politico-giudiziaria dell’ultimo ventennio sarebbe stata scritta in modo diverso e sarebbero stati fatti meno danni. Ma la storia non si fa con i se e l’unica certezza che abbiamo è che Falcone pagò un alto costo per la coerenza con cui perseguì il suo principio.

Perché fu proprio a quel punto – quando Falcone rifiutò di incriminare Lima senza prove – che Orlando decide di sacrificare l’amicizia alle ciniche esigenze della sua carriera politica. A maggio del 1990, dalle poltrone del talk show di Michele Santoro, Orlando si scaglia con violenza inaudita contro l’ex amico Falcone e lo accusa di tenere le «carte chiuse nei cassetti».

Il leader ha tracciato la strada, ora tutti i seguaci della Rete cominciano il tiro al bersaglio. I professionisti dell’Antimafia rendono l’aria di Palermo irrespirabile per Falcone che decide di accettare l’offerta del ministro di Giustizia Claudio Martelli e va a dirigere l’ufficio affari penali al ministero. Falcone pagherà caro anche questo sì ai socialisti e alla politica. Le accuse da parte di Orlando e dei suoi si fanno sempre più violente.

I processi si svolgono in tv, nelle ospitate a Samarcanda e al Maurizio Show. Fanno tanto rumore che il 15 ottobre del 1991 Falcone viene convocato dal Csm: deve rispondere delle accuse contenute in un pamphlet contro la procura di Palermo, ovviamente targato Orlando. Ascoltato dal Csm Falcone denuncia il linciaggio morale a cui è sottoposto: «Orlando – dice – ormai ha bisogno della temperatura sempre più alta. Sarà costretto a spararla ogni giorno più grossa. Per ottenere questo risultato lui e i suoi amici sono disposti a tutto, anche a passare sui cadaveri dei loro genitori… mi fa paura». È ottobre. Cinque mesi prima della strage di Capaci. Di quel linciaggio, Orlando non si è mai pentito. E alla commemorazione di oggi non si è nemmeno vergognato.