Sporchi, cattivi e repubblicani

Una versione leggermente ridotta di questo articolo è stata pubblicata il 30 giugno 2012 su Il Foglio

I repubblicani, in America, sono i “cattivi” per definizione. Cattivi come Montgomery Burns, proprietario di una sgangherata centrale nucleare e regista occulto del GOP locale, nella Springfield immaginaria della serie tv “The Simpsons”. Cattivi come uno qualsiasi degli imprenditori assetati di denaro dipinti dalla cinematografia hollywoodiana dagli anni Sessanta ad oggi. Cattivi come Sarah Palin, che si è ostinata a non voler abortire il proprio figlio disabile soltanto per fare un dispetto alle femministe del New England. Cattivi come George W. Bush, che ha ucciso tremila americani (e decine di migliaia di bambini) solo per impossessarsi del petrolio mediorientale. Cattivi come il senatore Joe McCarthy, che vedeva comunisti dappertutto. O come il governatore del Wisconsin, Scott Walker, che ha abolito i “diritti acquisiti” dei sindacati del pubblico impiego soltanto per risanare il bilancio del Badger State.

Ci sono alcuni repubblicani, però, che sono più “cattivi” degli altri. E in qualche caso non si tratta neppure di repubblicani in senso stetto. Sono uomini e donne che lavorano nel settore della comunicazione. In televisione, qualcuno, ma soprattutto nell’etere radiofonico e nelle praterie digitali del cyberspazio, fertili terreni di conquista per una destra quasi del tutto esclusa dai network tv e della stampa mainstream. Nel loro caso, la cattiveria è doppia. Perché si tratta di anime ribelli che si rifiutano di accodarsi al gregge politicamente corretto del pensiero unico liberal. E rispondono, colpo su colpo, cattiveria su cattiveria, ai loro avversari in quella lunga, infinita, guerra culturale che ogni giorno si combatte per il cuore dell’America.

RUSH LIMBAUGH
Tutto nasce con Rush. Nel 1987, grazie al veto decisivo di Ronald Reagan e nonostante la strenua opposizione dei democratici, la Federal Communications Commission abolisce la “Fairness Doctrine” – una sorta di “par condicio” a stelle e strisce – che obbligava gli editori di radio e tv a bilanciare ogni opinione politica espressaon aircon uno spazio analogo concesso all’opinione opposta. E Rush Limbaugh, finalmente libero, si trasforma da semplice conduttore radiofonico in star della destra americana. Nato a Cape Girardeau, Missouri, a poche miglia dal confine con il Kentucky, Rush cresce immerso fino al collo nella cultura conservatrice. Il nonno Rush Hudson è stato ambasciatore in India durante la presidenza Eisenhower; lo zio Stephen è nominato giudice federale da Reagan; il cugino Stephen Jr. sarà giudice di corte distrettuale (nominato da George W. Bush); suo fratello David, avvocato e polemista, scrive su giornali di destra (World Net Daily, Washington Times) e pubblica pamphlet politici.

Rush è l’estroverso del gruppo. Inizia come disc jockey alla KGMO di Cape Girardeau, quando è ancora al liceo: si fa chiamare “Rusty Sharpe”. Poi, dopo aver mollato il college, inizia a girovagare per le stazioni radio di mezza nazione. Ma finisce sempre per essere licenziato a causa dei sui commenti politicamente scorretti. È quasi sull’orlo di cambiare mestiere, quando Norm Woodruff (un radio executive di San Francisco) convince i vertici della KFBK di Sacramento a dargli una chance. Limbaugh se la cava bene. E quando le catene della Fairness Doctrine vengono spezzate, spicca il volo. Il suo show, finalmente libero di spaziare negli argomenti politici del giorno, inizia a macinare numeri incredibili. L’ABC Radio Network si accorge di lui e lo chiama a New York. La sua voce calda, il suo caustico senso dell’umorismo e le sue idee schiettamente conservatrici conquistano immediatamente il pubblico. E rimbalzano in tutti gli Stati Uniti, grazie alle 650 emittenti che ritrasmettono le tre ore del suo show, con rating altissimi e un numero sempre crescente di ascoltatori.

Per la prima volta, c’è un conservatore alla radio che non ha paura delle proprie idee e non si fa scrupoli nell’attaccare, anche duramente, le élite liberal che dominano i network televisivi e la grande stampa. Rush ha un opinione su tutto. E spesso si tratta di opinioni destinate a provocare polemiche. Sulla pena di morte («l’unica cosa crudele sono i rinvii dell’ultimo minuto»), su aborto e femminismo (non si contano i suoi feroci attacchi alle «feminazi»), sull’educazione («il multiculturalismo scolastico è come il revisionismo sul nazismo»), sull’ambientalismo («il global warming è una truffa»; «la priorità sono le persone, non i gufi maculati»); sull’omosessualità («i gay nell’esercito? non è il luogo adatto per fare esperimenti sociologici»); sullo stato sociale («il welfare distrugge il potenziale umano»), sulle tasse («la riforma del fisco è semplice: ridateci i nostri soldi»). Il suo stile diretto e senza compromessi ha dato vita a migliaia di imitatori, trasformando l’etere radiofonico nell’unico segmento mediatico in cui le idee conservatrici prevalgono nettamente su quelle liberal. Ma di Rush ce n’è uno solo. E lui ne è perfettamente cosciente, visto che nel 2008 ha prolungato per otto anni il suo contratto con la Clear Channel Communications per la modica cifra di 400 milioni di dollari (50 milioni all’anno).

Dai Clinton a Obama, tutti i democratici di un certo peso hanno prima o poi dovuto subire l’ira di Rush. E più di un analista politico gli attribuisce il merito principale della vittoria repubblicana alle elezioni di mid-term del 1994. L’attuale presidente, nel 2009, ha provato anche a reagire duramente (attirandosi molte critiche), additandolo come il «vero leader del partito repubblicano». Probabilmente è una delle poche cose su cui il buon Barack non ha tutti i torti.

LAURA INGRAHAM
Pasionaria bella e bionda, Laura Ingraham nasce 48 anni fa nel Connecticut. Dal 2001 conduce una trasmissione radiofonica quotidiana, The Laura Ingraham Show, in onda su 306 stazioni radio in tutto il paese, senza contare il satellite, e che quest’anno si è piazzata al quinto posto nella graduatoria degli show radio nazionali. La sua trasmissione è un perfetto mix di commento politico, satira e cultura pop sul modello di Rush Limbaugh. Laureata in legge, prima di sbarcare in radio lavora giovanissima comespeechwriterper l’amministrazione Reagan e come assistente nell’ufficio del giudice della Corte Suprema, Clarence Thomas. Alla fine degli anni ’90 diventa commentatrice politica della Cbs e ottenne uno show televisivo tutto suo (Watch it!) su Msnbc. Oggi ha una rubrica fissa all’interno dell’O’Reilly Factor su Fox News. Se con la radio è diventata popolare, con i suoi libri è diventata un punto di riferimento per i conservatori.  I titoli più conosciuti sono forseCome Shut up and sing (“Zitto e canta”) – rivolto alle stelle dello spettacolo che, più per moda che per convinzione, si dedicano alle esternazioni politiche. Sempre a sinistra. O The Obama Diaries, un finto diario satirico di Obama nel 2010: un altro numero uno nella classifica del New York Times. Famosa per i suoi articoli in difesa della famiglia e dei valori tradizionali, in gioventù la Ingraham era nota per le sue intemerate contro gli omosessuali. Posizioni temperate col tempo e con l’esperienza di vita del fratello gay.

SEAN HANNITY
Tra gli “imitatori” di Rush Limbaugh, una menzione speciale va dedicata sicuramente a Sean Hannity, che proprio nello show di Rush ha mosso i suoi primi passi come commentatore politico. Di famiglia cattolica e irlandesi, nato a New York, anche Hannity muove i suoi primi passi nel mondo della radio durante gli anni del college, prima in California e poi in Alabama. Chiamato nel 1992 alla WGST di Atlanta, in Georgia, per sostituire Neal Boortz (di cui ci occuperemo più avanti), Hannity inizia a diventare una voce piuttosto ascoltata. Fino a quando, nel settembre del 1996, il fondatore di Fox News, Roger Ailes, lo assume per assegnargli un posto da co-conduttore un neonato show televisivo “bipartisan”. Proprio in questa trasmissione Sean si costruisce una solida fama di “cattivo”, sbeffeggiando a più riprese  l’altro conduttore, il mite e rassegnato liberal Alan Colmes, che prova stoicamente ad opporsi, da sinistra, alle strabordanti tirate conservatrici di Hannity. Senza quasi mai avere successo. La “strana coppia” di Hannity&Colmes resiste sugli schermi di Fox News per oltre un decennio, fino a quando – nel 2008 – Colmes lascia Hannity da solo a condurre lo show.

La televisione, comunque, non ha distratto Hannity dalla radio che, insieme ai pamphlet politici che raggiungono regolarmente le classifiche dei libri più venduti, rappresenta la sua principale fonte di guadagno. La sua stazione flagship attuale è la WABC di New York, dove occupa ininterrottamente lo slot pomeridiano dal gennaio del 1998. L’ultimo contratto firmato con Citadel Communications nel 2008, che trasmette il suo show in oltre 500 stazioni (raggiungendo circa 15 milioni di ascoltatori), gli è fruttato 100 milioni di dollari in cinque anni.

MONA CHAREN
Arrivata direttamente dallo staff della Casa Bianca dei tempi di Ronald e Nancy Reagan, Mona Charen è la più washingtoniana e tradizionale delle firme femminili di destra. Laureata in legge, giornalista della National Review (il tempio del conservatorismo americano), lavora per Nancy Reagan, e poi nell’ufficio pubbliche relazioni della presidenza degli Stati Uniti. È anche una delle ghostwriter di Jack Kemp ai tempi della sua candidatura alla vicepresidenzanel ticket con Bob Dole. Oggi scrive di analisi politica, esteri e cultura per più di duecento quotidiani americani. Di religione ebraica, è famosa per le sue prese di posizione a favore di Israele e le polemiche contro l’estremismo ambientalista politicizzato. Al suo attivo ha due bestseller politicamente scorretti, entrambi dedicati alla sinistra: Useful idiots. How Liberals Got it Wrong in the Cold War and Still Blame America First (“Utili idioti”) e Do-gooders. How liberals harm those they claim to help (“Buonisti. Come la sinistra danneggia coloro che pretende di aiutare”). La sua lunga collaborazione con la Cnn finisce malissimo dopo alcune forti polemiche in diretta. Oggi per ascoltare la sua voce o vederla in tv occorre sintonizzarsi sul John Bachelor Radio Show, o guardare la  Cnbc. Tra le opinioniste della destra americana è forse è quella meno aggressiva nei modi, ma di certo una delle più toste da affrontare in tv.

HUGH HEWITT
Nato in Ohio e laureato ad Harvard, lavora  nella seconda amministrazione Reagan ed esercita a lungo la professione forense, prima di rendersi conto che il suo destino era nella comunicazione politica. Anche lui nasce in radio, nella stazione KFI di Los Angeles, dove conduce uno show  dal 1990 al 1995. Contemporaneamente, conduce per la KCET (consorella californiana della radio pubblica PBS) il programma Life&Times, grazie al quale fince anche tre premi Emmy. Hewitt è il primo, tra i conduttori radiofonici della destra statunitense, ad accorgersi dell’enorme potenziale dei nuovi media digitali. Pur dando vita quotidianamente allo Hugh Hewitt Show (75 emittenti raggiunte dal Salem Radio Network), Hewitt è molto presente online. E il suo libro “Blog. Understanding the Information Reformation”, scritto nel 2006, rappresenta un vero e proprio “testo sacro” per gli attivisti conservatori nel cyberspazio. Hewitt pensa alla rivoluzione digitale come ad una replica della riforma protestante luterana nel mondo dell’informazione. E crede che, grazie all’utilizzo dei nuovi media, la destra americana possa colmare il gap che la separa storicamente dalla sinistra nella televisione e nella stampa tradizionale. Hewitt non è un “cattivo” per carattere, ma quando la sua soglia di tolleranza viene superata, è capace di attacchi tanto lucidi quanto feroci. Celebre il suo scontro radiofonico con Andrew Sullivan, che spinge quasi sull’orlo della lacrime il giornalista-blogger ex-neocon, ormai noto solo per la sua crociata per i diritti degli omosessuali. 

ANN COULTER
È per eccellenza il volto femminile della destra politicamente scorretta. È alta, bionda, magra, indubitabilmente Wasp. Il momento di massimo fulgore lo ottiene dopo lo shock dell’11 settembre. Il suo segreto: scrive sui giornali quel che la gente dice al bar e grida in tv quel che i leader repubblicani non osano nemmeno pensare. È una polemista professionista: nessuna riesce a far uscire la sinistra dai gangheri come lei. Uno stile che ha teorizzato in un libro: How to talk to a liberal. If you must, ovvero “Come parlare a uno di sinistra. Se proprio devi”. Ecco i consigli della Coulter: mai stare sulla difensiva, mai scusarsi, mai mostrarsi cortesi, sparare per primi quando si può e rispondere sempre colpo su colpo in maniera chiara e ben argomentata. Uno stile aggressivo che nel corso degli anni le è costato un numero di licenziamenti proporzionato alla pubblicità che otteneva. Ancora oggi è così: più sputi politicamente corretti le arrivano, più posti riesce a scalare nella classifica dei best seller del New York Times (sono otto i suoi libri, e tutti sono finiti ai primi posti). La sinistra la considera un demone da abbattere e le contestazioni (anche fisiche) nel corso dei suoi interventi in pubblico non si contano. Anche una parte dei conservatori trova la sua vis polemica a volte controproducente. Ma è quello il segreto del suo successo. I suoi articoli settimanali appaiono ormai in più di cento quotidiani, le sue conferenze sono pagate a peso d’oro e le tv se la litigano quando hanno bisogno di alzare la temperatura del dibattito.

GLENN BECK
Grazie al programma televisivo su Fox News che è andato in onda fino a qualche mese fa, Glenn Beck è l’unico – tra i commentatori della destra americana – in grado (a volte) di superare Rush Limbaugh per popolarità e capacità di suscitare controversie. Dopo aver girato le radio di mezza nazione (da Washington D.C. allo Utah, dal Kentucky all’Arizona), Beck nel 2000 lancia il suo “Glenn Beck Program” a Tampa, in Florida, raggiungendo 47 stazioni grazie al Premiere Radio Networks. Noto per le sue idee molto radicali – libertarian in campo economico e tradizionaliste sui temi sociali – Beck ha un approccio molto duro, sia con il pubblico che con gli avversari politici. I detrattori non lo sopportano. Gli ammiratori lo idolatrano. E la sua fama cresce costantemente. Nel 2008 il suo programma raggiunge 280 stazioni terrestri e circa 7 milioni di ascoltatori. Qualche apparizione alla CNN spinge Fox News a proporgli un contratto. Beck approda sull’ammiraglia di Ailes il 19 gennaio 2009, un giorno prima dell’inauguration day di Barack Obama. Ospiti in studio: Karl Rove e Sarah Palin. Proprio Obama («il presidente odia i bianchi, dunque è un razzista») diventa il “nemico numero uno” di Beck nei due anni successivi, in cui Beck si trasforma, di fatto, nel portavoce nazionale del movimento Tea Party. Nell’aprile del 2011 – dopo mesi di polemiche furiose sul presidente, sulla guerra al terrorismo, sull’integralismo ambientalista e sulla progressiva «deriva socialista» dell’economia americana – Beck annuncia il suo ritiro (temporaneo?) da Fox, per concentrarsi sul suo show radiofonico. I suoi nemici non si rilassino troppo, però: sentiremo parlare ancora di lui, molto presto.

SARAH PALIN
Classe 1964, è stata la prima donna candidata dal partito repubblicano per la carica di vice presidente degli Stati Uniti. È governatore dello stato dell’Alaska quando John MacCain la vuole  in ticket con lui nel tentativo di battere Barack Obama. La sua immagine di donna bella, intelligente e tosta da morire, le fa guadagnare la palma di donna repubblicana più detestata sinistra. Prova sulla sua pelle quanto possano essere crudeli i buonisti liberal se non ti trovi dalla loro parte. Insulti, minacce, insinuazioni volgari contro di lei sono all’ordine del giorno e non solo nei blog più estremisti. Quasi nessuno, almeno sui media tradizionali, spende una parola per difenderla. Finita l’esperienza della campagna elettorale, la Palin decie di non ricandidarsi alla poltrona di governatore. Spiega ai suoi elettori che ormai, data la pesante campagna di odio di cui era oggetto da parte della sinistra, avrebbe solo fatto perdere denaro ai cittadini, che sarebbero stati costretti a pagarla mentre lei avrebbe dovuto perdere più tempo a difendersi che a governare. Comincia allora  un’intensa attività di opinionista e pubblicista. Dal gennaio del 2010 è ospite fisso di Fox News e conduce uno show dal titolo Sarah Palin’s Alaska (5 milioni di telespettatori per la prima puntata). Nel frattempo il suo libroGoing Roguevende più di due milioni di copie. Si schiera apertamente con i Tea party, intervenendo pubblicamente alle loro manifestazioni e facendo campagna elettorale (e fundraising) per i candidati alle elezioni di midterm che godevano dell’appoggio del movimento. La sua sterminata schiera di sostenitori, attivissima sui social network, la rende una delle figure più influenti della destra americana.

MARK LEVIN
Presidente della Landmark Legal Foundation, consulente di vari componenti della prima amministrazione Reagan e conduttore di talk show radiofonici, Mark Levin è conosciuto soprattutto grazie ai sui libri, che raggiungono regolarmente le vette delle classifiche di vendite. Nato in una famiglia ebrea a Philadelphia, in Pennsylvania, Levin (soprannominato “The Great One”) è prima uno degli ospiti più assidui del Rush Limbaugh Show, in qualità di esperto legale, poi compare spesso da Sean Hannity, prima di ottenere una trasmissione tutta sua proprio alla WABC newyorkese, immediatamente dopo quella di Hannity. Il primo successo editoriale di Levin, invece, risale al 2005 con “Men in Black. How the Supreme Court is Destroying America”. Il suo durissimo attacco contro l’attivismo giudiziario della Corte Suprema provoca reazioni variegate su tutto lo spettro politico americano. Ma è solo il preludio agli incredibili numeri ottenuti da “Liberty and Tyranny. A Conservative Manifesto”, che resta al numero 1 della classifica del New York Times per dodici settimane e diventa il secondo libro più venduto del 2009 su Amazon. Con oltre un milione di copie vendute, l’atto d’accusa contro «lo svuotamento delle libertà individuali e l’instaurazione di un totalitarismo collettivista da parte dell’amministrazione Obama», porta Levin di diritto nella lista dei destrorsi più cattivi d’America. E anche di quelli più ricchi.

DANA LOESCH
Classe 1978, Dana Loesch incarna con freschezza lo spirito del movimento Tea Party. E proprio in questa veste, la Cnn la sceglie come ospite fisso per le trasmissioni di preparazione alla campagna presidenziale del prossimo autunno. Dal Tea Party di St. Louis, la Loesch diventa uno dei dirigenti del coordinamento nazionale del movimento. A lei viene affidato il compito di portare in tv il punto di vista dell’esperienza politica, ma non partitica, più discussa e politicamente influente del momento. Dana fa parte di quel vasto numero di persone che non esitava a definirsi di sinistra prima dell’11 settembre 2001. Oggi lei e suo marito Chris, sono conservatori, hanno due figli e hanno scelto di educarli in casa: visto che negli Stati Uniti è concesso l’homeschooling. Conduce un talk show radio The Dana Show: The Conservative Alternative, gestisce un blog molto seguito e dal 2010 dirigeBig Journalism, il sito della galassia creata da Andrew Breitbart che si occupa dei media. Qualche giorno fa è stata eletta al primo posto della speciale classifica che il sito RightWingNews dedica alle opinioniste di destra più “hot” del web. 

MARK STEYN
Tra tutti i “cattivi” della destra americana, Mark Steyn è sicuramente il più cattivo. Niente male, per essere un canadese. Nato a Toronto, anche se adesso vive soprattutto in New Hampshire (Live Free or Die), Steyn è la penna più formidabile ed abrasiva tra tutti i polemisti conservatori in circolazione. Ospite fisso negli show radiofonici di Rush Limbaugh, Hugh Hewitt e Sean Hannity, Steyn ha studiato nel Regno Unito (a Birmingham, nella stessa scuola di J.R.R. Tolkien) e negli anni Ottanta si è fatto le ossa come critico musicale (The Independent) e cinematografico (The Spectator). Abbandonata l’arte, ha spostato la sua attenzione verso la politica, diventando editorialista del Daily Telegraph ma scrivendo anche per una quantità impressionante di testate, dal Jerusalem Post al New York Sun, dalla National Review all’Orange County Register. L’eclettismo e la brillantezza di Steyn lo hanno portato a pubblicare libri molto diversi tra loro, come “Broadway Babies Say Goodnight” (una storia dei musical) e l’ultimo”America Alone. The End of the World as We Know It”, una lancinante presa d’atto del declino americano nel mondo che stato a lungo nella classifica dei bestseller del New York Times. Con la sua scrittura formalmente perfetta e il suo senso dell’umorismo molto british, Steyn riesce a rendere piacevole qualsiasi argomento trattato, ma le sue fissazioni sono soprattutto lo strapotere della sinistra nei media, la critica al multiculturalismo e la resa dell’Occidente di fronte a “Eurabia”. Se quasi sempre vale il detto che “ne uccide più la penna che la spada”, chi si è trovato ad incrociare le polemiche di Mark Steyn ha dovuto ricredersi in fretta. Nel suo caso, la penna è capace di trasformarsi in un AK-47 (o in un M16, a seconda dei gusti).

PAMELA GELLER
Blogger, giornalista, scrittrice e punta di diamante del movimento anti-Jihad cresciuto online dopo l’11 settembre 2001, della Geller dicono che sia un mix tra una Ann Coulter simpatica e una Sarah Palin brillante. Forse è un’esagerazione, ma resta il fatto che la Geller è una delle figure più in vista e più influenti della cyberdestra a stelle e strisce, oltre che una delle più odiate dalla sinistra. Insieme a Robert Spencer (FrontPage Magazine e Human Events), fonda due organizzazioni, Freedom Defense Initiative e Stop Islamization of America, che si propongono di combattere qualsiasi tendenza alla sharia negli States. Sempre insieme a Spencer scrive il bestseller The Post-American Presidency: The Obama Administration’s War on America. Il nome del blog che l’ha resa famosa, Atlas Shrugs è un chiaro omaggio all’opera di Ayn Rand (il cui romanzo più celebre, La rivolta di Atlante, in inglese è intitolato Atlas Shrugged), che la Geller definisce «il più grande filosofo della storia dell’umanità».

NEAL BOORTZ
Se tutti i personaggi di cui abbiamo scritto finora possono, con un grado maggiore o minore di precisione, essere definiti “repubblicani”, Neal Boortz è invece il”libertarian”duro e puro del gruppo. Il suo show, che si classifica al settimo posto tra quelli più ascoltati degli States e raggiunge circa 5 milioni di ascoltatori, è trasmesso da Dial Global e tocca anche temi scottanti e controversi, in genere neppure sfiorati dalla maggior parte delle radio. La carriera di Boortz, che si auto-definisce un «equal opportunity offender» (uno che offende sia a destra che a sinistra, insomma), inizia nel lontano 1969 in Texas, per poi spostarsi ad Atlanta e successivamente in Florida. Esperto pilota di aerei (il padre ha volato sui cieli della Corea e del Vietnam), Boortz è uno dei paladini del movimento Fair Tax, che molti considerano come il precursore dei moderni Tea Party. Anche se tende a sostenere i candidati repubblicani e si è scontrato con i Libertarian (con la “L” maiuscola) sull’intervento in Iraq, Boortz si distanzia nettamente dalla linea del GOP su alcuni temi sociali, come l’aborto, il matrimonio omosessuale e i diritti civili. Anche se in genere le sue vittime preferite sono i «vampiriliberalassetati di tasse» (Hillary Clinton, Ted Kennedy, Al Franken e i sindacati degli insegnanti pubblici sono in cima alla lista), alcuni dei suoi scontri più memorabili sono arrivati proprio con alcuni esponenti della destra religiosa sul tema del creazionismo. O con i«flaggots»sudisti che vorrebbero il sostegno dei governi statali alla bandiera confederata. Proprio qualche giorno fa Boortz, ormai sulla soglia della settantina, ha annunciato che all’inizio del 2013 lascerà la radio per godersi il meritato riposo. Al suo posto, un personaggio che in passato è stato spesso ospite del suo show: l’ex candidato repubblicano alle primarie Herman Cain.

MICHELLE MALKIN
Figlia di immigrati filippini, Michelle Malkin nasce a Philadelphia e cresce in New Jersey. Webstar della destrasocial conservative, Michelle è un vero e proprio ciclone, che mischiando il commento incisivo al giornalismo d’inchiesta, riesce spesso a sollevare veri e propri casi mediatici. È titolare di uno dei blog più popolari di tutto il cyberspazio americano dove dialoga con i fan e procura frequenti attacchi di bile agli avversari. I suoi articoli appaiono ogni settimana su oltre 150 quotidiani e riviste, dal Wall Street Journal al Weekly Standard e Reason.E non passa settimana senza che appaia in uno degli show televisivi di punta di Fox News. All’indomani dell’11 settembre la Malkin scrive il suo primo, vendutissimo, libro sui pericoli dell’immigrazione in America. Poi sconvolse i benpensanti con un pamphlet sull’internamento dei prigionieri giapponesi in America durante la Seconda guerra mondiale. Ma il suo target preferito sono ovviamente i “liberal” che ogni giorno mette in croce dal suo blog. Con il risultato di essere una delle opinioniste più detestate dalla sinistra americana. Lei lo sa e spiega: «Quando sei conservatrice e appartieni a una minoranza etnica, attiri su di te odio e attacchi isterici scomposti, proprio perché metti in discussione troppi miti liberal su quel che la gente di colore dovrebbe pensare».

MICHELLE BACHMANN
Cinquantaseianni, deputato repubblicano del Minnesota, la Bachmann è l’unica donna che ha provato a sfidare l’establishment del GOP alle primarie di quest’anno. Una candidatura allo stesso tempo aggressiva e sorridente che, all’inizio, fa balenare la possibilità di una sorpresa in rosa nella corsa alla Casa Bianca. La Bachmann si presenta subito come un candidato che non avrebbe lasciato spazio alla mediazione tra le proprie convinzioni e la vulgata politicamente corretta. Una famiglia allargata con 28 figli, 5 veri e 23 tra adottati a distanza e in affidamento, ha buon gioco ad interpretare la parte di chi difende i valori tradizionali della vita e della famiglia. Attacca Obama e iliberalsu tutti i temi cari al credo progressista: giura di non aver pace finché non sarà cancellata la riforma sanitaria di Obama e accusa l’Epa (l’agenzia per l’ambiente) di detenere il record dei posti di lavoro distrutti. Tra i candidati repubblicani alle primarie è  l’unica a benedire espressamente i Tea Party spiegando che il movimento include in realtà  democratici in fuga, indipendenti,libertariane persone che non si sono mai occupate di politica. Soprattutto per questo la sinistra e i mainstream media lo demonizzano: hanno paura. La sua campagna per le primarie finisce presto, con il ritiro, a gennaio 2012. Ma la sua battaglia continua.

LARRY ELDER
Un altrolibertariancon la “L” minuscola è Larry Elder. Ma nel suo caso, la percezione diffusa lo spinge molto più a destra di Neal Boortz, per un motivo molto semplice. Elder porta infatti sulle proprie spalle un fardello immenso ed una colpa insanabile: è nero e non è di sinistra. Una macchia che negli Stati Uniti contemporanei è capace di segnarti per l’eternità. Pur senza spingersi verso la filosofia oggettivista, Elder è un grande ammiratore di Ayn Rand e le sue posizioni sono quelle classiche di un «Republitarian», come ama definirsi lui stesso: molto a destra in economia, più moderato (mezzoliberal, direbbe qualcuno) sui temi sociali. Nato a Los Angeles in un distretto abitato da una maggioranza di latinos e conduttore televisivo (inizia alla fine degli anni ’80 alla WVIZ, affiliata della PBS) ancora prima che radiofonico, Elder compare in questa lista di “cattivi” quasi per sbaglio. Il suo modello di vita, il padre Randolph, gli insegna subito a diffidare di chi odia per professione. «Mio padre ebbe una vita durissima – scrive nel suo libro “Tribute to My Father” – eppure non odiò mai nessuno, non lasciò mai prevalere l’amarezza, non se la prese mai con la società o con le circostanze avverse. Diceva sempre che non c’era problema tanto grave che il duro lavoro non fosse in grado di risolvere». La lezione di papà Randolph sembra aver funzionato. Lo stile di Elder non è mai sopra le righe. E sono la logica e la brillantezza del ragionamento le armi preferite per “attaccare”, mai l’insulto o la prevaricazione dell’avversario. Eppure Larry è considerato, soprattutto dai leader comunità afro-americana, un complice della razza malvagia (quella bianca) nel suo tentativo di prolungare in eterno la sottomissione della razza buona (quella nera). Anche lui “cattivo”, dunque. Perché ha il coraggio di far prevalere le proprie idee sul colore della propria pelle.