Paul Ryan: una scelta di campo

Io mi aspettavo Rob Portman. David Axelrod, stratega di Obama, scommetteva su Tim Pawlenty. La maggioranza degli elettori repubblicani preferiva Marco Rubio. Ma quando ad alzare contemporaneamente la voce sono Wall Street Journal, Weekly Standard e New York Post, vuol dire che qualcosa di grosso si sta muovendo. E questo sospetto, nelle ultime ore, si sta velocemente traducendo in certezza. Con ogni probabilità, il deputato del 1° distretto congressuale del Wisconsin, Paul Ryan, sarà il candidato alla vicepresidenza per il ticket repubblicano.

Fino all’ultimo momento c’è stato il sospetto di un gigantesco tentativo di sviare l’attenzione dei media. Era già capitato nel 2000 con il GOP, quando tutti si aspettavano John Danforth e spuntò Dick Cheney. E nel 2004 con i Dems, quando Dick Gephardt sembrava cosa fatta, prima di essere superato all’ultima curva da John Edwards. Ma alla fine il Team Romney ha deciso per Ryan, mettendoci di fronte ad una scelta interessante che non potrà non influenzare la dinamica della corsa alla Casa Bianca.

Si tratta, infatti, di una scelta rischiosa, ma potenzialmente in grado di regalare al ticket repubblicano un boost non indifferente. Per cominciare, quella di Ryan è una risposta forte a tutti coloro (compreso chi scrive) si aspettavano da Romney una “vanilla choice” tesa più a limitare eventuali danni che ad aprire nuove opportunità. Paul Ryan, che una testata non certo simpatizzante per il GOP come The New Yorker definisce come il leader della “attack-and-propose faction” del Partito repubblicano, è uomo di visione e di idee. Non certo adatto a ricoprire il ruolo di  scarno surrogate del candidato alla presidenza.

Qualsiasi opinione si possa avere della sua “Roadmap for America’s Future”, elaborata nel 2008 e aggiornata nel 2010, o dei budget alternativi presentati nel 2009 e nel 2010, Ryan è l’esatto contrario del repubblicano-tipo su cui i democratici stanno cercando di ritagliare la loro narrazione elettorale, quello che si limita ad operazioni di ostruzionismo nei confronti dell’amministrazione Obama.

Il presidente dell’House Budget Committee, al contrario, non è soltanto genericamente un fiscal conservative, ma è molto chiaro e dettagliato sulle opzioni possibili per arrivare ad una riduzione del deficit. Questa è, allo stesso tempo, una debolezza (perché lo espone più facilmente agli attacchi degli avversari) ma anche una grande forza, in un ciclo elettorale in cui i temi economici stanno giocando un ruolo da assoluti protagonisti.

Eletto già sette volte nel suo distretto, a soli 42 anni, Paul Ryan è un eccellente campaigner (non ha mai perso un elezione) e un fundraiser ancora migliore. Non ha forse troppa esperienza di lavoro nel settore privato, ma su questo Mitt Romney basta e avanza. Un altro punto a favore è il suo stato d’origine, il Wisconsin, vinto addirittura con 14 punti percentuali di vantaggio da Obama nel 2008, ma entrato nel mirino repubblicano già durante la sanguinosa battaglia per il recall del governatore Scott Walker (oggi, nella media RCP, il vantaggio democratico si è ridotto al 5.4%).

Ryan, poi, possiede una caratteristica unica rispetto a tutti suoi concorrenti: è gradito all’establishment, soprattutto intellettuale, del partito, ma anche alla base degli attivisti, i cui confini spesso si sovrappongono a quelli del movimento Tea Party. Solo Rubio, forse, avrebbe potuto infiammare maggioramente i cuori dell’elettorato repubblicano. Ma il senatore jr. della Florida era considerato un azzardo eccessivo da troppi esponenti dell’apparato. Per lui arriverà il momento.

A favore della scelta repubblicana, infine, c’è un fattore – quello umano – che molti analisti spesso sottovalutano. Mitt Romney e Paul Ryan si piacciono. E molto. A differenza di molti altri ticket che hanno attraversato la storia elettorale degli Stati Uniti, i due vanno d’accordo e il loro rapporto si è rafforzato negli ultimi mesi. Nei suoi comizi in Wisconsin, Ryan è passato in scioltezza dal ruolo di semplice “presentatore” del candidato repubblicano a co-host degli eventi, arrivando perfino a sostituirsi a Romney nel rispondere alle domande del pubblico. 

Il rischio maggiore, naturalmente, è rappresentato dal prevedibile e durissimo attacco che i democratici (e i mainstream media loro alleati) scateneranno contro le proposte di budget di Ryan, in particolare riguardo alla riforma del Medicare. Questo rischio, molti pensavano che Romney non fosse disposto a correrlo. Ma la storia ha insegnato ai repubblicani che la strategia opposta – quella di non spingere troppo il piede sull’acceleratore per minimizzare il danno della propaganda avversaria – non paga quasi mai. Anche con un programma e con un candidato moderato, il GOP continua ad essere descritto come il partito dei capitalisti cattivi che vogliono affamare la working class per aumentare i loro profitti a Wall Street.

Da questa narrazione non si esce rifugiandosi in una versione lite del socialismo obamiano, ma riaffermando con forza gli ideali che distinguono storicamente e strutturalmente il partito repubblicano da quello democratico. E che danno un senso compiuto al bipartitismo americano. Mai come in questo novembre i cittadini americani sono chiamati a compiere una scelta tra due modelli di vita, di mercato e di nazione. La candidatura alla vicepresidenza di Paul Ryan è il modo migliore per sottolineare da che parte ha scelto di stare il GOP.

Ora perdonatemi, ma vado a letto a sognarmi i dibattiti Biden-Ryan.