USA 2012 – 03. FLORIDA

Questo articolo – pubblicato su Il Foglio del 31 agosto 2012 – è il terzo di una serie dedicata agli swing states delle elezioni presidenziali Usa. Qui l’articolo dedicato al Colorado e qui quello dedicato al Nevada. Nella prossima puntata: la North Carolina.

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Dalle elezioni del 1856 ad oggi, il Partito democratico ha vinto 22 dei 37 cicli elettorali che hanno coinvolto la Florida, lasciando ai Repubblicani 14 vittorie. Nato democratico con James Buchanan nel 1856, dopo la vittoria del Southern Democrat indipendente John Breckenridge nel 1860 (23,8% a livello nazionale), il Sunshine State deve rinunciare alle elezioni del 1864 e del 1868 a causa della Guerra Civile. Per poi affidarsi ai repubblicani Ulysses Grant (+7,1% nel 1872) e Rutherford Hayes (+2% nel 1876). Ma si tratta soltanto di una breve parentesi, perché a livello di elezioni presidenziali il Partito democratico domina ininterrottamente dal 1880 al 1948, con la sola eccezione della vittoria landslide di Herbert Hoover nel 1928 (+18% in Florida, come nel resto della nazione).

I Democratici si impongono con distacchi crescenti e quasi sempre abissali, che vanno dal +5% di Grover Cleveland nel 1884 al +49% di Franklin D. Roosevelt nel 1932, toccando anche il +60% con Woodrow Wilson nel 1912. Dopo che Harry Truman riesce a confermarsi come l’erede di FDR nel 1948 (anche se in Florida un’alleanza tra il repubblicano Thomas Dewey e il segregazionista Strom Thurmond lo avrebbe battuto), il Sunshine State inizia però quel processo di avvicinamento al Gop che avrebbe presto caratterizzato tutto il Solid South democratico.

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Prima Dwight Eisenhower (+10% nel 1952 e +15% nel 1956) e poi Richard Nixon (+3% nel 1960) portano la Florida nella colonna degli “stati rossi”. E la vittoria di Lyndon Johnson (+2% nel 1964) è molto risicata rispetto al trend nazionale. Tanto che, dal 1968 al 1992 soltanto Jimmy Carter (+5% nel 1976 contro Gerald Ford) riesce ad interrompere il dominio repubblicano che porta alla vittoria lo stesso Nixon (+10% nel 1968 contro Hubert Humphrey e addirittura +44% nel 1972 contro George McGovern), Ronald Reagan (+17% nel 1980 contro Carter e +31% nel 1984 contro Walter Mondale) e George Bush Sr. (+22% nel 1988 contro Michael Dukakis e +2% nel 1992 contro Bill Clinton). Il 9% raccolto da Ross Perot in Florida riporta nuovamente alla vittoria i Democratici nel 1996. Clinton non va oltre il 48%, ma il miliardario texano (pur in netto calo rispetto al 19,8% conquistato nel 1992) raccoglie abbastanza voti a destra da bloccare Bush Sr. appena sopra al 42%.

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Dopo qualche decennio di strapotere repubblicano, la Florida torna sotto la lente d’ingrandimento degli osservatori. E il Sunshine State regala a tutti loro lo psicodramma collettivo delle elezioni del 2000. Per poche centinaia di voti (537 per l’esattezza), George W. Bush strappa la Florida al vicepresidente Al Gore e conquista i voti elettorali necessari per ribaltare il risultato del voto popolare a livello nazionale (+0,5% per Gore). I Democratici non ci stanno. E iniziano una furibonda campagna mediatica e legale per obbligare lo stato ad effettuare un recount (privilegiando, naturalmente, le contee “blu”). I Repubblicani reagiscono e – dopo 36 giorni di riconteggi parziali, battaglie in tribunale, manifestazioni di piazza e scontri in tv – la decisione finale arriva alla Corte Suprema, che interrompe la sceneggiata e assegna la vittoria a Bush Jr. Quasi un anno più tardi, nel silenzio generale dei media che ancora parlano di “elezioni rubate”, si scoprirà che Bush avrebbe vinto (di soli 225 voti) anche se la Corte Suprema avesse concesso il recount parziale chiesto dai Democratici (quello nelle contee di Broward, Miami-Dade, Palm Beach e Volusia).

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Con un precedente simile – e a causa del grande numero di voti elettorali in palio – è naturale che anche nel 2004 la Florida sia uno dei battleground state più presi di mira dalle campagne di Bush e Kerry. Ma, sorprendendo molti, il risultato del 2004 è meno incerto del previsto: Bush si impone con un vantaggio del 5% e conquista quasi 400mila voti più di Kerry grazie allo straordinario turn-out della base repubblicana. Sarà proprio la capacità di motivare e portare al voto la propria base elettorale, invece, a portare nel 2008 alla vittoria Barack Obama, pur con un risultato (+2,8%) nettamente inferiore a quello nazionale (+7,2%).

La geografia elettorale della Florida può essere tratteggiata prendendo in considerazione tre macro-aree molto diverse tra loro: il nord dello stato, compreso la Panhandle occidentale al confine con Alabama e Georgia; la zona centrale (il cosiddetto I-4 corridor che prende il nome dalla Interstate 4, l’autostrada che unisce Tampa Bay e Daytona Beach, passando per Orlando); l’area metropolitana di Miami, all’estremo sud dello stato. Ma procediamo con ordine.

Il Nord della Florida è, a tutti gli effetti, una parte integrante del Profondo Sud. Il suo comportamente elettorale è molto conservatore e non è affatto raro vedere candidati repubblicani che – in contee come Santa Rosa, Okaloosa, Nassau e Clay – riescono a superare agevolmente il 70% dei consensi. Proprio in questa zona McCain ha addirittura migliorato le performance di Bush nel 2004. Le uniche eccezioni a questo incontrastato dominio repubblicano sono le poche contee a maggioranza afro-americana, come Gadsen, e le sedi di grandi università, come Tallahasse (Florida A&M e Florida State) o la contea di Alachua (University of Florida). Neri e studenti universitari sono, a livello nazionale, una componente fondamentale della coalizione elettorale democratica. Nel Nord della Florida, invece, sono gli unici elettori democratici. Una forte comunità afro-americana è presente anche a Jacksonville, ma storicamente i Democratici hanno sempre avuto grandi problemi di turn-out in questa città. Obama, nel 2008, è andato meglio dei suoi predecessori e proprio per questo motivo è riuscito a limitare i danni a Jacksonville. Nonostante ciò, il nord dello stato e la Panhandle hanno votato in massa per McCain, confermandosi la spina dorsale della “Florida rossa”.

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A sud-est, dalla parte opposta del Sunshine State, abita invece la base del Partito democratico. Con i suoi 5 milioni e mezzo di abitanti, l’area metropolitana di Miami comprende le contee di Miami-Dade, Broward e Palm Beach (le tre più popolose dello stato). Soltato a Miami-Dade e Broward vive il 20% degli elettori di tutto lo stato. Come in quasi tutte le zone a più alta concentrazione liberal degli Stati Uniti, il sud della Florida è molto urbanizzato e le minoranze etniche compongono una larga fetta della popolazione totale. La gran parte degli abitanti è confinata in una stretta striscia di terra sulla costa sud-orientale e vota in maggioranza per il Partito democratico. Ma non con i margini che è possibile registrare in altre parti degli Usa con simili caratteristiche demografiche.

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Se il sud della Florida votasse come Philadelphia, Kerry sarebbe stato elettopresidente degli Stati Uniti nel 2004. E Obama, nel 2008, avrebbe vinto lo stato con un distacco in doppia cifra. Ma la Florida non è Philadephia.Pur restando solidamente in mano al Partito democratico, infatti, Palm Beach e in misura minore Broward si comportano più come due sobborghi leaning blue che come grandi città della East Coast. Eppure il numero degli afro-americani è molto alto e il voto della comunità ebraica (ci sono più ebrei nel sud della Florida che in qualunque altra parte del pianeta, ad eccezione di Israele) premia storicamente i Democratici in un rapporto di 4 a 1. La buona performance di Al Gore in Florida nel 2000, per esempio,è stata senza dubbio aiutata dalla presenza nel ticket di Joe Lieberman. Il fattore che frena i Democratici dalla conquista di larghissime maggioranze elettorali nel sud dello stato è la numerosa comunità cubana formata dagli esuli della dittatura comunista di Castro, che in larga parte simpatizza per il Partito repubblicano.

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Miami-Dade merita un discorso a parte, perché è un posto che non ha eguali in tutti gli Stati Uniti (o nel mondo). Mentre a Palm Beach e Broward vivono ricchi pensionati liberal, Miami è la casa di immigrati e rifugiati da tutta l’America Latina. La popolazione di origine ispanica rappresenta più del 60% del totale (solo il 3% arriva dal Messico) e tutto farebbe pensare di trovarsi di fronte ad una delle città più democratiche di tutta la nazione, come New York o Chicago. Ma non è così. E anche in questo caso la zavorra, per i Democratici, è rappresentata dalla comunità cubana. Obama, rispetto agli altri candidati recenti del suo partito, è riuscito in qualche modo a bloccare questa emorragia di consensi, ottenendo il 35% del voto cubano. Ma che riesca a ripetere questo risultato anche nel 2012 è tutto da dimostrare.

i4-corridor.jpgSe il nord è “rosso” e il sud è “blu”, storicamente le vittorie in Florida si conquistano al centro. È l’I-4 corridor, infatti, il Sacro Graal per qualsiasi candidato del Sunshine State. Le contee intorno alla Interstate 4, l’autostrada che collega Tampa Bay a Daytona Beach, infatti, pur se con una densità di popolazione inferiore a quelle meridionali, raccolgono insieme circa il 40% dell’elettorato. Questo “corridoio” può essere considerato come un gigantesco sobborgo, con una percentuale di pensionati piuttosto alta. Ci sono parecchie città, ma si tratta di città che assomigliano più a Phoenix che a New York. Il corridoio I-4 è considerato la swing region della Florida. E la percentuale con cui un candidato riesce ad imporsi, in genere, riflette fedelmente la sua performance in tutto lo stato. Ma per essere una regione “swing”, la Florida centrale è storicamente piuttosto allineata su posizioni conservatrici. Le eccezioni a questa regola sono le zone con alti livelli di immigrazione, come Tampa e Orlando (ma anche la contea di Osceola, con la sua vasta comunità portoricana), che pendono maggiormente verso il Partito democratico, che però quasi mai riesce ad ottenere distacchi superiori al 10%.

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McCain e Obama, nel 2008, sono arrivati quasi “testa a testa” nella Florida centrale. E questo è stato un grande passo in avanti per i Democratici dopo il pessimo risultato ottenuto da Kerry. Ma per portare a casa il Sunshine State nel 2012, il “Team O” deve cercare di fare ancora meglio, dato che potrebbe non riuscire a replicare la mobilitazione che lo ha portato ad accumulare un vantaggio impressionante di voti nelle contee del sud. Di importanza capitale sarà la battaglia nelle contee di Pinellas (con St. Petersburg) e Hillsborough (con Tampa). Una sconfitta nella zona occidentale dell’I-4 corridor vorrebbe dire vittoria quasi certa per Romney.

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Per Obama non si tratta di un compito semplice, visti i segnali di rifiuto per le politiche dell’amministrazione che arrivano da Suburbia e il rigetto quasi unanime dell’Obamacare da parte degli “over 65”. Segnali che, oltre a mettere in dubbio l’affermazione del presidente nello stato, rischiano di compromettere anche la posizione del senatore democratico Bill Nelson, che si gioca una difficile rielezione contro la sfidante repubblicana Connie Mack. Con il Gop che controlla entrambi i rami del Parlamento locale, 19 deputati del Congresso su 25 e la carica di governatore, per i Democratici della Florida un’altra vittoria repubblicana in stile-Rubio sarebbe un vero colpo di grazia.

(3/continua. Nella prossima puntata: la North  Carolina)