Diario Americano/6

TORONTO, CANADA – Non capita tutti i giorni di trovarsi nell’ufficio di una persona finita nel mirino del partito democratico. Questo viaggio nell’universo grassroots che probabilmente influenzerà pesantemente il risultato delle elezioni del prossimo 6 novembre mi ha portato anche ad Houston, nell’ufficio di Catherine Engelbrecht, deus ex machina di True the Vote, organizzazione da lei fondata ormai diventata una delle più importanti negli Stati Uniti quando si tratta di lottare contro la piaga dei brogli elettorali. Proprio di oggi è la notizia dell’ennesimo attacco arrivato da Elijah Cummings, membro dell’Oversight Committee della Camera, che ha richiesto una lunga lista di materiali e documenti riservati per “fare chiarezza sui metodi usati dall’organizzazione”. Una richiesta velleitaria, fatta apposta per rallentare il lavoro dell’organizzazione, impegnata al massimo per verificare le liste elettorali e sollevare quante più proteste formali possibile prima delle elezioni di novembre.

Il prologo a questa intervista lo avete già letto, se fate parte del gruppo di fedeli maniaci della politica a stelle e strisce riuniti qui su Right Nation, qualche giorno fa, nella quinta parte di questo sgangheratissimo diario americano, quindi non mi ripeterò. Se, invece, siete capitati qui per caso, leggetevi tutte le parti già pubblicate, altrimenti vado in puzza. La Engelbrecht ha il physique du role della classica trophy wife texana: 42 anni, bionda, alta, fisichetto che da giovane probabilmente le ha fatto vincere qualche concorso di bellezza, insomma una delle sciure bene che in Italia si dividerebbero tra il Rotary, il burraco e visite frequenti a boutique e parrucchieri alla moda. Catherine, invece, ha deciso tre anni fa di impegnarsi per il suo paese e combattere uno dei problemi più annosi del sistema elettorale americano, i brogli elettorali.

La parabola di True the Vote è emblematica del paradosso Tea Party: nata nel 2009 grazie alla visione e al coraggio di Mrs. Engelbrecht e pochi altri pazzi scatenati, è cresciuta poco alla volta fino ad esplodere nel 2010, quando gli sforzi dei volontari sono riusciti a scoprire parecchie irregolarità e garantire il successo dei candidati sostenuti dal Tea Party in innumerevoli competizioni locali. I metodi di TtV apparentemente non sono innovativi: reclutare e formare un numero crescente di rappresentanti di lista da piazzare poi nei seggi più a rischio, quelli nei quali il sospetto di brogli è quasi certezza. La parte più controversa del lavoro di TtV è un’altra, quella che prevede il monitoraggio delle immediate vicinanze dei seggi, dove di solito si istruiscono le truppe cammellate. Armati di vistosi cartelli che ricordano come il voto di scambio sia un reato federale punibile con tre anni di prigione e di piccole telecamere digitali sempre accese, tanto per non correre rischi, i volontari di TtV, secondo gli ineffabili democratici, sarebbero lì con lo scopo di “intimidire gli elettori neri e latinos, convincendoli a non votare”. Il vero sforzo dell’organizzazione avviene però nel cyberspazio: il reparto IT ha messo a punto una serie di programmi che, anche con l’aiuto di cyber-volontari, setacciano le liste elettorali di ogni distretto in ogni stato a caccia di situazioni sospette, incrociando i risultati con servizi online gratuiti come Google Maps. Dodici persone registrate allo stesso indirizzo? Un volontario controlla con Street View se si tratti di una casa di riposo, di una residenza universitaria o se, invece, sia un indirizzo farlocco, cosa che fa sospettare un possibile broglio. Gli occhi elettronici sono anche puntati sui fantomatici autobus pieni di persone non meglio identificate che arrivano guidate da responsabili di questa o quella campagna democratica per votare in un distretto non proprio, influenzando pesantemente il risultato di ogni elezione.

L’intervista è stata registrata lunedì 1 ottobre, subito dopo l’entrata a gamba tesa di Barbara Boxer, senatrice della California, un vero pezzo da novanta della politica americana, che ha richiesto una indagine formale nei confronti di True the Vote, un attacco intimidatorio bello e buono, parte della strategia democratica tesa a bloccare in ogni modo i tentativi dei repubblicani di rendere più trasparente il voto, incentrati più che altro sull’applicazione delle leggi che richiedono la presentazione di un documento di identità prima del voto (sembra incredibile ma nei paesi anglosassoni non si usa). Un comportamento sospetto da parte di un partito che finora aveva rimandato al mittente qualsiasi accusa di brogli.

Decido di partire più da lontano e chiederle se, secondo lei, il fatto di avere alla base dell’organizzazione un gruppo locale forte e strutturato come i King Street Patriots sia stato il segreto del successo di True the Vote o se sia vero il contrario, ovvero che il gruppo locale sia diventato più forte proprio grazie all’impegno su un tema nazionale considerato critico.

“Non so dire quale sia stato il segreto del nostro successo, quello che ho notato in molte altre organizzazioni conservatrici, che hanno a cuore la libertà personale, è che hanno molte difficoltà a rimanere concentrate sui loro obiettivi e non riescono a capire che spesso bisogna sapersi accontentare delle piccole vittorie, prima di rilanciare la sfida. La tentazione cui molti non riescono a resistere è quella di allargarsi troppo, voler fare troppe cose, il che, inevitabilmente porta ad un carico di lavoro insostenibile per molti attivisti, che alla fine abbandonano la lotta. È molto difficile rimboccarsi le maniche, non perdersi in discussioni sui massimi sistemi e tirar dritto, anche quando non hai tutte le risposte. Sinceramente non so come siano andate davvero le cose qui a Houston, so solo che quando sei appassionato ad un argomento e si tratta di un problema serio, vero, non una serie di congetture, teorie basate solo sul sentito dire, in quanto come nazione dovremmo poter contare di nuovo sulla trasparenza massima del voto, la gente risponderà in maniera positiva. Temi come questi riescono a superare le barriere partitiche, chi si avvicina a noi risponde ad una chiamata morale, ad un principio che trascende l’appartenenza a questo o quel partito. Appena mi sono resa conto che i problemi e le esperienze che avevamo verificato qui a Houston erano condivise da persone in tutto il paese, mi sono convinta che fosse solo una questione di tempo prima di riuscire a costruire un programma che aiutasse e supportasse i volontari che si erano avvicinati a noi da molti stati dell’unione. Una volta messo a punto il modello di azione base, si è trattato solo di replicarlo stato dopo stato e continuare a crescere.”

Tutto molto bello, tutto molto americano, si vola alti, lasciando intendere all’interlocutore che, in fondo, non si è trattato di una grande impresa. La signora Engelbrecht, ovviamente, sa come trattare la stampa a stelle e strisce. Peccato che il sottoscritto arrivi dalla parte sbagliata dell’oceano. Proviamo ad alzare il termostato e vedere come reagisce. “Mi lasci fare l’avvocato del diavolo per una volta. Chi arriva qui vede che in soli tre anni siete passati da 9 persone a migliaia e migliaia, con una struttura permanente, uffici, una sala che farebbe invidia a qualsiasi altro gruppo, tecnici informatici, telecamere, luci, proiettori. Queste sono cose che costano parecchio. Come avete fatto a risolvere il problema fondamentale di ogni gruppo grassroots, ovvero il finanziamento?”

“Per i primi due anni ho messo personalmente ogni centesimo che avevo in questa organizzazione. Come ha notato stasera, non sono molto brava a raccogliere fondi, lavoro durissimo, sono brava a pianificare le cose, forse ho una visione del futuro più chiara di qualcun altro, ma raccogliere fondi non è il mio mestiere. Siamo stati fortunati, nel primo anno e mezzo le mie donazioni hanno coperto buona parte delle spese non strutturali, ma prima o poi arrivi al punto nel quale non hai più niente da donare. La gente è scioccata quando si rende conto di quanto abbia investito in questa organizzazione ma credevo e continuo a credere che se non ci diamo da fare ora, impegnandoci al massimo, più avanti potrebbe essere troppo tardi”.

Bella favoletta, ma non siamo nati ieri. Proviamo con un altro approccio. “Il fatto di avere un periodo di transizione coperto dalle donazioni di un singolo, che ha consentito all’organizzazione di mettere a punto un piano di azione, pianificare la propria crescita è stato un colpo di fortuna. Sicura che non ci sia nient’altro alla base del successo di True the Vote?”

“Sicuramente fin dal primo giorno abbiamo scelto un modello che non richiedeva grossi capitali. Andando in giro nei nostri uffici avrà sicuramente notato i cartelli con scritto che nessuno di questi mobili è stato acquistato da King Street Patriots ma sono stati prestati al gruppo da sostenitori e simpatizzanti. Questi uffici ora non sono niente male, ma quando abbiamo trovato questo posto il soffitto cadeva a pezzi, la sala degli incontri era piena di macchinari, con due dita di grasso e sporcizia ovunque, c’è voluto tanto olio di gomito da parte di centinaia di volontari per metterla a posto e permetterci di usarla regolarmente per le nostre riunioni. Il ruolo della Provvidenza non può esser sottovalutato: ci siamo gettati nell’impresa anima e corpo per poi vedere che, in un modo o nell’altro, le cose andavano a posto da sole. Era destino che andasse così. D’altro canto, se il problema che affrontiamo non fosse reale, se il sistema elettorale fosse a posto e funzionasse perfettamente sarei ben lieta di tornare ad una vita normale. Uno dei segreti del nostro successo è anche il fatto che la gente capisce che non ho ambizioni personali, non voglio trasformare questa missione in un lavoro, non voglio diventare l’attivista più popolare negli Stati Uniti, voglio risolvere il problema, dormire meglio la notte, crescere i miei figli e rientrare nell’anonimato”.

Sì, va beh, poi c’era la marmotta che incartava la cioccolata. Se continuo di questo passo mi becco tre carie ed avrò bisogno di un’iniezione di insulina al più presto. Questi ritratti a tinte pastello piacciono da morire all’elettore conservatore medio, che non mette mai in dubbio l’onestà e la trasparenza del suo idolo. Dopo vent’anni di mestiere, i missionari non mi sono mai piaciuti, come le spiegazioni troppo semplici, prive di zone d’ombra. La signora Engelbrecht adora stare sul palco, è troppo disinvolta e curata nei movimenti per non esserlo. La popolarità e l’essere riconosciuta sono un’altra cosa che evidentemente non le dispiace. La sua determinazione e lo spirito organizzativo, invece, vengono dall’esperienza nel mondo del lavoro: nel 1994 lei ed il marito avevano aperto una ditta specializzata in meccanica di precisione, necessaria per la un tempo fiorente industria delle trivellazioni. La crisi ed il blocco delle perforazioni imposto dell’EPA dominata dai democratici hanno fatto il resto. Nonostante figuri ancora come presidente della Engelbrecht Manufacturing Inc, che nel 2007 aveva 34 dipendenti, lavoro in giro non ce n’è più molto. Il terreno era quindi fertile per la chiamata alle armi di Rick Santelli nel 2009. Catherine non era mai andata oltre al comitato dei genitori della scuola dei suoi due figli, l’unico modello organizzativo che aveva a disposizione era quello della sua ditta. La cosa si nota assai: King Street Patriots e True the Vote funzionano come una piccola azienda, con lei fermamente al centro di ogni decisione ed il resto dei dipendenti-volontari a farle da corollario. Invece di un futuro passato ad accompagnare bambini agli allenamenti di calcio, Catherine ha preferito vestire i panni della Pulzella di Houston e lanciarsi contro gli invasori democratici. Non dubito della sua onestà e della sua dedizione, non si lavora 12 ore al giorno senza essere pagati se non si crede ciecamente in quel che si fa, ma il ritorno personale c’è eccome.

Non mollo la presa e le chiedo se il modello di True the Vote sia riproducibile altrove, una volta che il gruppo di sostegno abbia raggiunto una massa critica, se quindi ogni gruppo che si rifa al Tea Party sia potenzialmente in grado di influenzare le cose a livello nazionale.

“Sicuramente è una combinazione di parecchi fattori, ma penso sia importante che nel tuo articolo non venga fuori che l’unica cosa a far funzionare questa organizzazione sia stato il mio portafoglio senza fine. Non è andata assolutamente così. Non ho fondi infiniti, ma non volevo che niente ci fermasse nel nostro processo, è stato un sacrificio, certo, ma ne valeva la pena. Se credi profondamente in qualcosa e sei pronto a dedicare tutto il tuo tempo alla causa, tanto vale che tu apra il portafoglio, in modo da arrivare prima ai risultati desiderati e passare ad altro”.

“Quindi il consiglio che può dare a chiunque abbia una causa nella quale crede fermamente è quello di gettarsi a corpo morto, sempre che se lo possa permettere.”

“Anche se non se lo può permettere. Cosa vuol dire andare ‘all in’?”

“Molte persone mettono un limite al loro impegno: dicono ‘tutto il tempo che posso permettermi di dedicare’, visto che devo guadagnarmi da vivere, che ho una famiglia, che voglio far carriera. Insomma, secondo lei per ottenere risultati straordinari c’è bisogno che qualcuno si dedichi all’organizzazione anima e corpo?”

“Se questo è il tuo cammino, se era destino, le cose succederanno da sole. Il mio consiglio a chi voglia cambiare le cose e ci creda davvero, abbastanza da riunire un gruppo di persone per farcela, è semplice: non mollare, non lasciare che niente si frapponga tra te ed il tuo obiettivo. Se c’è un problema che puoi risolvere, te ed il tuo gruppo, impegnati al 100%. Ci sono tanti problemi troppo grossi per ognuno di noi, che hanno bisogno dell’azione concertata di un intero popolo per essere risolti. Talvolta la gente perde mesi, anni, nel cercare di capire come potranno arrivare al loro obiettivo, invece di iniziare il cammino e procedere un passo alla volta.”

Allo stesso tempo bisogna quindi guardare solo al prossimo passo, ma rimanendo nei confini di un piano generale, di una visione d’insieme. Una combinazione non semplice, specialmente da trovare in una sola persona. Di solito in un gruppo si hanno i visionari, quelli che guardano lontano, da una parte e gli organizzatori, gli uomini-macchina, dall’altra. I contrasti tra questi due gruppi rischiano di mandare in frantumi un’organizzazione. Catherine si schermisce, ma insisto, i risultati sono davanti agli occhi di tutti. La prova provata è che Cher ed altre stelline senza cervello di Hollywood, l’archetipo dell’utile idiota leniniano, abbiano iniziato a prendersela con True the Vote. Sappiamo tutti che non è farina del loro sacco, che le istruzioni arrivano da qualcun altro, questo vuol dire che TtV sta diventando un’organizzazione “scomoda” o che si sta avvicinando troppo alla verità.

“Interessante, non trova?”

“Insomma, questa amministrazione non è famosa per usare il guanto di velluto con i propri avversari. Il presidente e buona parte del suo gruppo si sono formati a Chicago, uno degli ambienti politici più insalubri del paese, un posto dove si va a trattare con una mazza da baseball. Non è preoccupata?”

“Non posso immaginarmi in una situazione nella quale lasci che sia la paura a dettare le mie azioni. Ho una missione da completare. Se questo dà fastidio a qualcuno, affari suoi”.

Ancora la Giovanna d’Arco che fa capolino. D’altro canto siamo in Texas, Repubblica nata da un atto di spavalderia al limite della follia, quel “Come and take it” gridato il 2 ottobre 1835 alle truppe di Santa Ana decise a requisire il vecchio cannone donato alla città di Gonzales dallo stesso governo federale messicano anni prima. La rivoluzione texana iniziò così, da una bravata di 150 miliziani che osarono affrontare un distaccamento di dragoni che, evidentemente, non aveva una gran voglia di menare le mani. Una rivoluzione nata attorno ad un cannone da 6 libbre, buono a malapena per dare il via alle gare di cavalli. In Texas Quinto Fabio Massimo sarebbe stato preso a calci nel sedere, da queste parti i temporeggiatori finiscono “tarred and feathered”. La politica, però, raramente è un affare ordinato e lineare. Lanciarsi a corpo morto contro il partito democratico non sembra una grandissima strategia. Il fatto di avere alle spalle il Liberty Institute, organizzazione cristiana specializzata nella difesa di attivisti finiti nel mirino della sinistra ed un avvocato di nome come James Bopp, parte della campagna di Romney nel 2008 sicuramente aiuta. In fondo, le cause nelle quali True the Vote è coinvolto sono già parecchie, da quelle lanciate dalle nuove Black Panthers alle accuse scagliate dalla deputata democratica Sheila Jackson Lee fino all’inchiesta della contea di Harris sui metodi dei controllori del voto di TtV. Una in più non cambierà le cose.

Passiamo alle cose che ci stanno più a cuore, le elezioni presidenziali. La Engelbrecht gira parecchio in tutto il paese, sia per parlare con gli attivisti della sua organizzazione che per cercare fondi e supporto per le proprie operazioni di caccia al broglio, una prospettiva privilegiata per tastare il polso dell’esercito grassroots conservatore. Le sensazioni che si riescono ad avere dall’altra parte dell’Atlantico sono ambivalenti: c’è chi legge nel tentativo ossessivo dei media di tenere in piedi una campagna elettorale, quella obamiana, che sembra sull’orlo di una crisi di nervi, il timore di una “landslide”, una vittoria schiacciante di Romney-Ryan sulla falsariga di quella di Reagan contro Carter nel 1980. L’altra sensazione è invece ben più sobria: il fatto che questa elezione sia ancora too close to call nonostante i 4 anni di recessione, gli infiniti disastri in politica estera, dal trionfo islamista in Egitto, Tunisia, Libia, al pasticcio siriano, fino agli scandali Solyndra e all’implosione della “green economy”, che aveva ricevuto miliardi di dollari in fondi pubblici, se l’elettorato non si è ancora deciso a cacciare Obama a pedate vuol dire che il lavaggio del cervello è ormai completo e che il futuro dell’Unione è molto oscuro.

Dopo una lunga pausa, Catherine sceglie la via diplomatica: “Non saprei proprio. Ci sono parecchi attivisti che sono sicurissimi che il Presidente Obama non potrà vincere di nuovo, in quanto ha dimostrato di incarnare l’opposto di tutto quello che ritengono buono e giusto in questo Paese. Sono sicuri oltre ogni ragionevole dubbio, come si suol dire. Altri, invece, come ha giustamente detto lei, sono tutto ‘doom and gloom’, sono pronti a gettare la spugna e si dicono certi che sia solo una questione di tempo prima che questo grande Paese cada nella polvere. Ci sono molte persone là fuori che non sanno proprio dove sbattere la testa e hanno talmente tanto bisogno di un leader che prometta risposte chiare da esser disposti a seguire chiunque. Di più non saprei onestamente dire.”

Hmm, non ci siamo, proviamo da un altro angolo, magari si riesce ad ottenere qualcosa di meglio. Nelle mie peregrinazioni all’interno del movimento conservatore mi sono reso conto che le energie residue, quelle non attratte dalle gare locali, quelle per la contea, per il congresso del proprio stato, sono quasi inevitabilmente riservate ai cosiddetti “battleground states”, dall’Ohio alla Virginia, dalla Florida al Wisconsin, ma che, sorprendentemente, gli attivisti dei Tea Parties degli stati “fortunati” preferiscono dare una mano ai candidati al Congresso federale o al Senato, più che impegnarsi in prima persona nella campagna presidenziale. Quasi tutti sono decisi a riconquistare il Senato, per garantire di avere giudici conservatori alla Corte Suprema quando il momento di sostiuire due, forse tre dei nove giudici arriverà nei prossimi anni. Quando si parla della campagna per le presidenziali, non c’è lo stesso furore agonistico. La mancanza di entusiasmo nei confronti di un ticket, e più in particolare di un candidato dal passato certo non cristallino come Romney (molti non gli hanno ancora perdonato il Romneycare o il flip-flop sull’aborto) sembrano un handicap pesante, che alla lunga potrebbe rendere la vita difficile al ticket repubblicano. Pensa che questo fatto sia dovuto solo al trovarsi in uno stato particolare come il Texas o che ci sia qualcosa di più concreto in tutto il paese?

“Penso che molto sia dovuto alla natura del movimento grassroots. Gli attivisti si sentono molto più a loro agio quando aiutano candidati locali, che possano influenzare direttamente la loro comunità. Si dice che tutta la politica sia locale e quindi è molto difficile appassionarsi a temi generali come quelli trattati da una campagna presidenziale. Negli ultimi anni abbiamo avuto milioni e milioni di attivisti che sono ancora neofiti della politica, sono entusiasti, vogliono cambiare il mondo e, insomma, non ci stanno ad essere solo un ingranaggio in una macchina colossale come una campagna presidenziale. Per loro è più facile arrivare a posizioni anche di rilievo in campagne elettorali più piccole, meno strutturate, dove il singolo attivista può sentire di fare ancora la differenza.”

Già meglio. Questo vuol dire che stiamo finalmente iniziando a capire quale sia la forza, quali siano le caratteristiche del Tea Party americano. Se la stampa liberal internazionale ha da tempo smesso anche di provare a capire cosa sia questo gigantesco movimento tellurico nella politica a stelle e strisce, c’è chi ritiene, non senza fondamento, che il Tea Party sia uno strumento potenzialmente potentissimo, ma che sia piuttosto rozzo. Efficace quando si tratta di battaglie semplici da definire, come l’opposizione all’odiatissimo Obamacare, ma che diventa molto meno utilizzabile quando si tratta di selezionare una classe dirigente o proporre soluzioni per il futuro di un paese complicato come gli Stati Uniti. Chiedo quindi a Catherine se questo ciclo elettorale potrà dare risposte definitive sulle caratteristiche del Tea Party e sulla sua influenza nei prossimi anni sulla politica americana.

“Quella che abbiamo di fronte è la rinascita dell’impegno civile in ampi tratti della società americana, un processo che non potrà necessariamente essere lineare. Ci saranno sempre incidenti di percorso, alcuni attivisti troveranno la propria nicchia, distaccandosi dalla politica generalista e dedicandosi anima e corpo a problemi specifici, un poco come abbiamo fatto noi con True the Vote. Altri stanno preferendo battaglie più circoscritte, per promuovere una legge o rimuovere un regolamento. Molti altri si sono appassionati alla politica della propria cittadina, del consiglio scolastico. Il risveglio c’è stato, è innegabile, ma ogni attivista dovrà trovare la propria strada, incanalare lo tsunami di passione civica in maniera efficace e portare avanti la battaglia nel modo che ritenga più soddisfacente a livello individuale. È un momento di grande crescita, di grande incertezza, ma l’unica cosa che mi sento di dire è che stiamo vivendo un periodo cruciale dal punto di vista storico.”

Il numero 2 di Catherine entra nell’ufficio ricordandoci che siamo gli ultimi rimasti, che tutti sono andati via e che, quindi, il tempo per l’intervista è finito. Riesco ad infilarci un’ultima domanda, quella più importante, che mi ero lasciato per ultimo. “Pensa che il 2012 sarà il 2010 al quadrato, il momento nel quale il movimento si renderà finalmente conto del proprio potere oppure sarà semplicemente l’inizio della fine?”

Risatina nervosa. “Dipenderà tutto dal giorno, dall’ora, da mille fattori. Da oggi al 6 novembre potrebbero succedere tantissime cose. In fondo, non importa come andranno le elezioni. Fino a quando gli americani continueranno a svegliarsi, ad interessarsi al futuro del paese, magari le cose non andranno come ci aspettavamo tutti, magari non succederà nel 2012, magari ci vorrà più tempo, ma siamo sulla strada giusta e di sicuro non mancheranno ostacoli sul cammino verso la libertà.”

Si sono fatte le nove. Quindici minuti si sono trasformati in mezz’ora, non abbastanza per chiedere tutto quello che avrei voluto chiedere, ma sufficienti per farsi un’idea su chi sia questa pasionaria del broglio, una delle tante ‘mama grizzlies’ che stanno trasformando la politica della Right Nation statunitense. Catherine Engelbrecht non è affatto simile all’immagine stereotipata fornita dall’agiografia teapartygiana. È una donna, una imprenditrice colpita duramente dalla crisi, una madre preoccupata per il futuro dei propri figli che ha deciso di non accettare passivamente un destino avverso. Non sarà la Giovanna d’Arco del Tea Party, non ha certo la vocazione al martirio quanto una feroce determinazione a fare del proprio meglio per il proprio paese. Magari non sarà la panacea di tutti i mali, ma se ci fossero più Catherine Engelbrecht e meno Sandra Fluke, il futuro degli Stati Uniti sarebbe sicuramente più tranquillo. Prossima puntata a breve, con un dietro le quinte dal fumoso mondo dei superPAC. Stay tuned!