Romney non cade nella trappola

È evidente quali fossero gli obiettivi di Romney nel terzo dibattito televisivo vinto ai punti da Obama (così pare stando ai sondaggi post-debate): 1) non rischiare di compromettere, sparando qualche grossa sciocchezza, da cui potesse emergere una palese ignoranza, o fallendo colpi da ko, il trend per lui positivo in corso dalla vittoria di Denver; 2) non apparire troppo “falco”, una “testa calda”, non scivolare su toni bellicosi che potessero spaventare l’elettorato, insomma non rientrare nei cliché e nella caricatura di Bush che gli avversari cercano di appiccicargli addosso. L’approccio dei due contendenti ha rispecchiato in pieno l’andamento dei sondaggi delle ultime settimane, quindi abbiamo trovato il presidente in carica costretto ad attaccare per tentare di arrestare la rimonta dello sfidante e quest’ultimo più preoccupato di non sbagliare piuttosto che di assestare il colpo del ko.
 
D’altra parte, in un dibattito sulla sicurezza e la politica estera non è certo il candidato repubblicano quello che rischia di apparire debole, che deve smentire un pregiudizio di pusillanimità, e a cui quindi è richiesto un surplus di bellicosità, di prospettare un approccio più muscolare. E ieri sera, almeno a parole, Obama è riuscito a mostrarsi commander-in-chief, nel pieno controllo della situazione sui diversi scenari di crisi (anche se obiettivamente non è proprio così).
 
Ebbene, ieri sera Romney ha centrato i suoi obiettivi puramente “difensivi”, ha difeso il suo “momentum” post-Denver, sebbene forse abbia ecceduto in prudenza, mostrandosi sì cauto, ragionevole e pragmatico, ma rischiando di apparire privo di una visione alternativa a quella di Obama, persino appiattito sulle posizioni del presidente, al quale ha riconosciuto fin troppe volte di avere ragione. Può darsi fosse questo, secondo i suoi consiglieri, l’approccio che avrebbe pagato di più presso gli elettori indecisi degli stati-chiave. Dunque, l’efficacia della strategia e della performance di Romney si può giudicare solo sulla base del giudizio di questi elettori: avranno apprezzato di più la cautela e la ragionevolezza, piacevolmente sorpresi che non abbia vestito i panni del “cowboy” alla Bush, o saranno invece rimasti delusi da una certa indecisione e dall’assenza di una visione chiaramente alternativa a quella di Obama, dall’incapacità di mettere in luce gli errori del presidente?
 
Ragioni di tattica elettorale potevano quindi suggerire a Romney di non esporsi, ma certo una prova così incolore è deludente, e preoccupante, per chi auspica – come chi scrive – una politica estera molto diversa da quella di Obama nei prossimi quattro anni, e soprattutto guidata da una visione coerente. Ma se poi andiamo a rivedere i dibattiti del 2000, troviamo un Gore interventista e un Bush isolazionista, che voleva ritirarsi dall’Europa e addirittura lasciare che israeliani e palestinesi se la sbrigassero da soli. Spesso sono gli eventi a “fare” il presidente e dopo l’11 settembre Bush ha avuto il merito di cambiare radicalmente rotta, di adottare una visione (a mio parere la migliore in circolazione) e almeno nel primo mandato di agire coerentemente con le sue nuove convinzioni. Speriamo solo che poi, dovesse arrivare alla Casa Bianca, Romney le convinzioni le tiri fuori e non si riveli una banderuola.