Goin’ South – 1 – Sandy’s Curse

Quando l’equipaggio, finalmente al completo, si riunisce al JFK international per ritirare l’auto in affitto, il nome di Sandy aleggia tra le news dei tg e rimbalza sul web. Ma nessuno gli dà troppo peso: non sarà un acquazzone a rovinare la missione!

Andrea e Simone raccattano Cristina in arrivo da Vancouver col “red eyes flight”, il volo notturno che atterra all’alba. E il piano è già stabilito: scappare da New York (troppo costosa), scavallare il New Jersey (troppo poco elettoralmente interessante), ignorare il Delaware (troppo ostentatamente democratico) e gettarsi a capofitto nel bel mezzo della competizione in Virginia, dove Obama vinse nel 2008 e dove l’orgoglio repubblicano tenta di risollevarsi. Là, la competizione è ancora aperta e infatti le agende dei partiti pullulano di comizi.

Domenica i repubblicani hanno un diario fittissimo. Mitt Romney e la sua squadra sono attesi alle 12 alla Battlefield High School di Haymarket, alle 16.15 al Robins Center dell’università di Richmond e alle  19.45 al Farm Bureau Live Aphitheater di Virginia Beach. Non male come prima tappa dell’operazione Goin’ South preparata dalla squadra di Rightnation on The road.

Cinque ore di guida, Washington superata senza nemmeno degnar la di uno sguardo, si arriva ad Ashland, nei pressi di Glen Allen, alle porte di Richmond e vi si stabilisce il quartier generale del primo giorno. Ma non si fa neanche a tempo a scaricare le valigie e a scegliere un bel Grill sotto l’albergo che arriva la notizia: Virginia Beach salta di certo. La città costiera è in una contea decisamente importante, ma c’è il rischio che finisca per trovarsi proprio sulla traiettoria di Sandy, l’ennesima tempesta perfetta che ha conquistato il cuore dei media. Poche ore e la notizia diventa ufficiale: salta tutto. Il candidato repubblicano devia verso l’Ohio, swing state per eccellenza. E per colpa di Sandy non si sa quando tornerà in Virginia.

Ci si consola con delle spicy chicken wings e si va a dormire. Aspettando Sandy.

Ma domenica mattina Sandy ancora non è arrivata. C’è solo un po’ di vento e qualche nube. Per fare un po’ di scena tocca applicare un filtro di Instagram e rendere le foto del cielo nuvoloso almeno un po’ più drammatiche. Tanto in patria nessuno crede che non stia nemmeno piovendo.

Saltati i comizi (che continuano ad esistere ormai solo nella liste degli eventi del sito ufficiale di Romney) si decide di fare un po’ di pubbliche relazioni e fare il giro dei comitati elettorali. Qui in Virginia Obama ha vinto nel 2008 grazie ad un fantastico “ground game”. Andiamo a vedere come intende rispondere la campagna di Romney. Se per ground s’intendono i giardinetti e i tipici segnali elettorali piantati nei prati di fronte a casa o attaccati alle finestre, qui a Richmond e dintorni, la partita sembra averla vinta Romney. Attraversiamo la cittá e facciamo il giro in auto dei quartieri più disparati. Rispetto a quattro anni fa, la passione per Obama è meno visibile, meno ostentata, meno palpabile: pochi adesivi, meno bandierine. Nei sobborghi invece, dove risiede la popolazione più disponibile verso i repubblicani, sono piuttosto evidenti gli striscioni che inneggiamo a Romney-Ryan, all’ex governatore George Allen che contende al suo successore democratico Tim Kaine la poltrona del Senato lasciata vacante dal progressista Jim Webb. Ma anche ai candidati alla Camera come Eric Cantor che difende la sua poltrona in parlamento.

In Virginia insomma la macchina repubblicana sembra essersi messa in movimento. Anche se l’approccio pare un po’ diverso da quello dei democratici. Sarà un caso infatti ma dei tre comitati elettorali che si va fisicamente a visitare nessuno è al pian terreno di una strada commerciale trafficata. Sono sempre locali al primo o al secondo piano di un edificio. Porte aperte, certo. Ma non direttamente in pasto al pubblico. All’interno dei comitati molti giovani, impegnati sopratutto al telefono. L’età media è intorno ai vent’anni. Fatti salvi i manager e qualche volontario più esperto.

Tra una chiacchiera e l’altra si rischia di farsi coinvolgere in una missione di propaganda porta a porta: sfidando la pioggerellina che comincia a cadere, alcuni ragazzi armati di volantini e adesivi, si attaccano ai citofoni per convincere la gente a votare.

Noi invece riprendiamo la strada: intanto verso il prossimo Bbq. Domani, verso Sud. Non c’è più tempo per la Virginia, andiamo a caccia di nuovi swing state.