Lezioni americane per Dave Nov12

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Lezioni americane per Dave

Come in tutte le democrazie che si rispettino, anche in Gran Bretagna fioccano i tentativi di forzare il risultato delle elezioni americane dentro i confini della politica nazionale. Con accenti diversi, gli storici rivali di Telegraph e Guardian provano a fornire a Cameron e Miliband qualche chiave di lettura per cercare di replicare in patria il successo di Obama.

The one è paragonabile sia a Cameron (anche Dave affronterà le elezioni da incumbent), sia a Miliband, che con Obama condivide l’ispirazione socialdemocratica e l’iniziale diffidenza dell’establishment.

Secondo Benedict Brogan del Telegraph le buone notizie per l’attuale inquilino di Downing Street sono almeno tre. Primo: in un momento di crisi come questo, gli uscenti possono garantirsi un minimo di rendita di posizione, persuadendo l’elettorato circa la necessità di completare il percorso iniziato e mettendo tutti sul “chi va là” circa eventuali salti nel buio. Secondo: un certo interventismo statale nelle questioni sociali (disoccupazione e povertà su tutti) può essere vincente. Cameron è stato a lungo criticato per una svolta a sinistra su diritti civili e social issues. In realtà rischia di aver tolto, forse incosapevolmente, il terreno sotto ai piedi dei laburisti, rassicurando una larga fetta di indipendenti e dando ampia prova di moderatismo. A questo va aggiunta la maturità sin qui dimostrata nei rapporti, non sempre eccelsi, con gli alleati lib-dem. Terzo e ultimo aspetto positivo: il Partito Conservatore, con tutte le sue divisioni, appare comunque più in salute del movimento repubblicano, squassato dal fenomeno Tea Party e alla disperata ricerca di un’anima.

Il Guardian è convinto, invece, dell’esatto contrario. L’equazione sembra abbastanza logica: l’affermazione di un candidato di sinistra avvantaggia un candidato di sinistra. E’interessante notare come, temi a parte, arrivi da parte del principale giornale progressista la candida ammissione che il “ground game” obamiano non sia replicabile nella perfida Albione. E’ certamente vero che questo accade perché i due modelli sono troppo diversi per essere paragonabili ma va anche riconosciuto che Cameron ha lasciato pochi spazi ai laburisti per provare a radicalizzare lo scontro: nessuno oggi direbbe, infatti, che il Partito Conservatore non è in grado di parlare con le minoranze presenti in Gran Bretagna.

Quel che deve spaventare Cameron sono invece i 7 milioni di voti “bianchi” che mancano al conto di Mitt Romney: se le prossime elezioni inglesi si giocassero sulla mobilitazione della base dei partiti, l’eterodossismo cameroniano rischia di diventare una vera e propria zavorra per i Tories.