Argo out of control

Argo era il nome della missione. Il film dura due ore e celebra l’estrazione di sei funzionari americani dall’Iran rivoluzionario. Non ci sarebbe nulla di male se quelle due ore non accreditassero l’ex presidente Jimmy Carter come un grande stratega, un salvatore, l’uomo che dominò la crisi degli ostaggi senza sparare un colpo. Anche le pecche della pellicola sono due: gli “ostaggi” portati in salvo in Occidente in realtà non sono mai stati catturati dai rivoluzionari e Carter non è stato un grande presidente.

È il 1979 e il regime di Reza Pahlavi crolla sotto i colpi di quelle che verranno conosciute come guardie della rivoluzione. L’Ayatollah Khomeini si appresta a prendere il potere con la forza in nome della libertà del suo popolo, contro il grande satana made in Usa. L’assalto all’ambasciata statunitense da parte dei manifestanti porta alla cattura di diversi impiegati, che rimangono prigionieri fuori dal paese per 444 giorni.

Difendere l’operato dell’amministrazione americana per quel frangente, sembrava impossibile. Carter perde le elezioni del 1980 in larga parte a causa della gestione inefficace della crisi. Le perde alla grande contro Ronald Reagan che conquista 47 stati. È chiaro che a Hollywood e al suo mondo filo democratico quella sconfitta non sia mai andata giù e non perde occasione per ricordarlo. La pellicola inizia con le manifestazioni di piazza che inveiscono contro Washington, sit-in davanti i cancelli dell’ambasciata Usa, bandiere che bruciano. Il 4 novembre è il giorno in cui 52 ostaggi vengono catturati e 6 riescono a mettersi in salvo tra le mura della sede diplomatica canadese. La suspense nonostante l’avvio lento, sale con il passare dei minuti. Il tentativo di portarli via da quel paese ostile diventa una corsa contro il tempo. Tony Mendez, il protagonista, è un agente Cia specializzato in missioni di infiltrazione. Il piano è mettere in scena un film che permetta al gruppo di espatriare, fingendosi parte della troupe. 

Il film termina con un discorso fuori campo di Carter che ricorda come quell’azione non sia mai stata resa pubblica, che fu un vanto per l’intelligence americana per la sua riuscita e per la modalità pacifica con cui venne eseguita. Peccato che di quella missione l’ex presidente non venne neppure informato se non a fatto quasi compiuto e peccato che il suo autocompiacimento sorvoli la tragedia dell’Operation Eagle Claw che mirava alla liberazione dei veri prigionieri. Fu un fallimento. Al punto di rendez-vous, nome in codice “Desert One”, l’elicottero delle forze speciali americane si scontrò con un C-130 dell’aeronautica. Morirono in otto. Jed Babbin, ex vicesottosegretario sotto Bush senior dichiara: “Carter dovrebbe aver il coraggio di raccontare questa storia a quei ragazzi caduti in un’operazione tutt’altro che pacifica”.