Della musica, della tecnologia

Il gioco è sempre lo stesso, quello del tempo che passa e delle aspettative. Un mix davvero micidiale per l’appassionato di musica: può oppure no un nostro beniamino riuscire nella missione di sorprenderci, di stupirci, di spaesarci e poi di farci provare il caldo affetto della sua musica come se fosse la prima volta? E può farlo, soprattutto, dopo anni di carriera, dopo aver dato il proprio meglio, dopo aver spremuto fino in fondo la propria vena artistica e aver attinto costantemente dal proprio pozzo d’ispirazione?

Chi riesce a farcela è da considerare, sempre, un artista completo, maturo. Un autore instancabilmente sensibile, che, grazie al suo sguardo sul reale o sul mistico, riesce a dare sempre il proprio taglio alla realtà che ci circonda. Spesso non bisogna accontentarsi di quei dischi “fotografia”, descrittivi di un comune sentire. A volte c’è necessita di un’opera ai raggi X, una “lastra” sociale. C’è necessità di una presa di posizione, di un’opinione, soprattutto in questo periodo in cui i valori collettivistici ed artistici sembrano irrimediabilmente in ritirata. Nick Cave & the Bad Seeds e My Bloody Valentine.

Due nomi per due piacevoli incognite. Due aspettative differenti, due stili agli antipodi per due band che hanno fatto la storia della musica contemporanea. Nick Cave con i Bad Seeds ha continuato la propria opera di adattamento, iniziata nei primi anni ottanta, di quello che un tempo era chiamato cantautorato. Adattamento ai tempi, ai modi, alle tonalità che dagli ’80s ad oggi hanno contraddistinto le rispettive decadi. Autore di capolavori crepuscolari e di liriche post decadentiste, Nick Cave ha dimostrato al mondo la sua interpretazione del termine “contemporaneità” con lavori come “Murder Ballads”, “The Good Son” e “Let Love In”. Oggi, dopo l’esperienza esaltante del progetto corrosivo Grinderman – in compagnia dell’hipster intellettuale Warren Ellis – si ripresenta con “Push the Sky Away”.

I My Bloody Valentine sono una band irlandese che ha inventato – o forse perfezionato – il genere “shoegaze” (il nome di questo genere etichettabile come “dream-noise” prende il nome dal continuo guardare in basso dei chitarristi che, come se osservassero ie proprie scarpei, erano sempre pronti a modificare il proprio sound grazie al gran numero di pedaliere utilizzate). La cosa unica dei MBV è il modo con cui hanno fatto scuola: hanno scritto il loro nome nella storia del rock con un solo album, il loro secondo e fino a pochi giorni fa ultimo, “Loveless” anno domini 1991. Un muro del suono, ingegneristicamente costruito ad arte, che nel 1991 ha accompagnato, con il suo mellifluo incedere e il suo scomporsi in mille vibrazioni ed onde dissimili, l’ascoltatore più esigente dell’era grunge.

Tecnologia: Nick Cave forse sa come accendere un computer. Potrebbe anche esplorare correttamente le risorse di un PC e anche creare flussi di lavoro con il suo MacBook Air. Ma nella musica, per lui e per i suoi Bad Seeds, la tecnologia è una componente non determinante. Il pianoforte, la voce, le spoglie strutture chitarristiche di “Push the Sky Away” ne sono un’ulteriore dimostrazione. La musica per Nick è parole, pancia, stomaco, dolore. Situazioni limite. Desolazione. I My Bloody Valentine invece diedero la dimostrazione di come, l’utilizzo assennato di strumenti hi tech, possa essere una interessante integrazione e potenziale sviluppo di ciò che il pensiero artistico contemporaneo può suggerire al musicista. “Loveless” è stato un disco davvero pionieristico, d’avanguardia.

Un album di frontiera che ha fatto scuola e che continua ad essere riferimento primario per moltissime band-feticcio contemporanee (vedi i The Horrors tanto per fare un solo esempio). Ma in che modo tecnologia e aspettative possono condizionare un esperto dinanzi all’ascolto dei rispettivi ultimi album? “Push the Sky Away” è esattamente ciò che si sperava. Un album di Nick Cave in piena regola, delicato nel modo ma coriaceo nella sostanza, ricercatissimo, spoglio in tutti i sensi del termine.

La ballata “We No Who U R” e la killer-song “Jubilee Street” sono solo i punti più alti di un disco che, se fosse uscito a nome sconosciuto, sarebbe stato abbracciato dalla collettività dei miei colleghi come capolavoro senza tempo. “Water’s Edge” è la dimostrazione che per creare atmosfera, per riuscire a sintetizzare un idea in musica non serve l’utilizzo di orpelli di sorta. Basta la capacità, l’esperienza e la maturità. “Push the Sky Away” è probabilmente il miglior lavoro di Nick Cave dai tempi di “Murder Ballads” (del 1996), certamente superiore alle due mediocri uscite precedenti. Le aspettative verso questo album non esistevano: c’era solo la speranza che Cave riuscisse a tornare pienamente sé, abbandonando la strada intrapresa con “Dig!!! Lazarus, Dig!!!”, una sorta di scheggia sonora, scomposta e mal riuscita, del progetto Grinderman. Riassumo: aspettativa zero, tecnologia zero, risultato un sette e mezzo tondo tondo.

I My Bloody Valentine, dopo l’eternità muta che ha accompagnato le altissime aspettative del suo pubblico, tirano fuori “MBV”. Kevin Shields – deus ex machina della band – aveva dichiarato a suo tempo che avrebbero rilasciato un nuovo disco solo se questo fosse stato superiore a “Loveless”. Beh, inutile dirlo, ma Shields o ha mentito o si è completamente rincoglionito. Già dalla cover, una delle più brutte che mente umana ricordi, e dal banalissimo titolo “MBV”, i sentori erano corretti. Intendiamoci: l’album è più che apprezzabile, a tratti quasi appassionante. Ma in quali tratti?

La cose migliori di “MBV” le troviamo nel finale, quando Shields e soci passano dall’elettricità all’elettronicità. L’inutile “She Found Now”, le nate-vecchie “Only Tomorrow” e “Is This and Yes” (rispettivamente traccie numero 1,2 e 4) confermano la tesi appena discussa. La tecnologia, o meglio il ripetersi della stessa originale tecnicità del 1991, ha tramutato l’aspettativa in delusione. Ma dopo le ottime “If I Am” e “New You” i My Bloody Valentine trovano nuovamente il nord della loro bussola. Indirizzano tutta la loro attenzione verso il loop, tra spirali elettroniche che sembrano essere per davvero lo sviluppo odierno dei suoni di “Loveless”.

Il duo “In Another Way” e “Nothing Is” spazza via ogni dubbio. Chi si aspettava i My Bloody Valentine alle prese con i ritmi forsennati dell’uomo macchina degli anni ’10 del duemila ha finalmente pane per i suoi denti. Momenti di altissima trance musicale, irrefrenabili feedback e momenti di noise puro riescono a descrivere lo sbigottimento dell’uomo davanti al proprio presente, esattamente come Nick Cave riesce a farlo con le parole. Riassumo, anche qui: aspettativa dieci, tecnologia dieci, risultato sette e mezzo ma con meno soddisfazione. Tradizione e tecnologia a confronto. Il 2013 è iniziato benone. Ma non aspettatevi nulla di rivoluzionario. Le note rimarranno sette. Ancora per tanto tanto tempo. E le mode saranno sempre meno durature. Miracoli della tecnologia.