Quando arrivò la Thatcher

Quando nell’autunno 1967 fu celebrato il funerale di Clement Attlee, la notizia apparve a pagina 5 del Times, in un box con poche righe di cronaca. Attlee era stato il Primo ministro laburista di un Regno Unito che usciva, seppur vincitore, con tutti i segni profondi della Seconda guerra mondiale, sconfiggendo Winston Churchill nelle elezioni del 1945. Poco più di vent’anni dopo, il clamore mediatico per la sua scomparsa era pressoché assente in un’isola che perdeva i pezzi dell’impero ed esportava le note dei Beatles e dei Rolling Stones assieme al fermento della cultura pop di quel decennio.

Durante la campagna elettorale dalla quale uscì perdente, Churchill usò parole di fuoco nei riguardi dell’avversario laburista, tentando in ogni modo di fare presa sullo spauracchio del socialismo, ma dopo sei anni di conflitto il Regno Unito decise di cambiare. Lunedì Margaret Thatcher è morta colpita da un ictus all’età di 87 anni. Al di là dei resoconti storici sul suo operato da Primo ministro e a distanza di più di vent’anni dalla sue dimissioni, il paese rivive uno scontro di posizioni forte, manifestato nelle piazze delle principali città dell’isola da chi per la Iron Lady ha riservato e coltivato antipatia politica se non addirittura odio personale, tanto che gli striscioni comparsi per le strade hanno recitavano “The bitch is dead”, la stronza è morta, mentre l’occasione è diventata pretesto in alcuni centri, per esempio a Bristol, per le frange antisistema di riproporre vetrine spaccate e cassonetti dell’immondizia dati alle fiamme.

Lo scrittore Ian McEwan sul Guardian ha ricordato gli anni ’80 dal punto di vista di chi contrastò le politiche della Thatcher – lui era solo uno dei tanti esponenti degli ambienti culturali, giornalistici e artistici che comunque devono a Margaret parte della propria popolarità per certe strofe e articoli che ricorrono in questi giorni. Eppure nel suo ultimo romanzo, “Miele”, McEwan offre un buon ritratto della Gran Bretagna nel pieno dell’inverno dello scontento, con le finanze in rosso dello stato, la crisi energetica del 1973, la settimana lavorativa ridotta, le sere e le notti che i sudditi dovevano trascorrere a lume di candela a causa della strenua politica di austerity che accomunava i governi conservatori e laburisti.

George Harrison nel pezzo “Taxman” pubblicato dai Beatles nell’album “Revolver” (1966) citava sia il conservatore Edward Heath (che affiderà alla Thatcher il ruolo di ministro dell’Educazione nel 1970 e all’epoca della canzone era il leader dell’opposizione) sia il laburista Harold Wilson (premier dal ’64 al ’70 e dal ’74 al ’76) artefice della supertassa sul 95% delle entrate totali per i cittadini più abbienti: i Beatles con il loro patrimonio finirono nel mirino del fisco e l’attore Michael Caine da lì a poco avrebbe preparato i bagagli per trasferirsi negli Stati Uniti per sfuggire alla tenaglia statale, salvo rientrare in patria per offrire il suo sostegno alla Thatcher in cabina elettorale.

L’Inghilterra era la Germania dell’Est del blocco occidentale. L’operazione della Lady di ferro ha stravolto il panorama d’Oltremanica, lasciandosi alle spalle certamente dei contraccolpi non indifferenti. A trent’anni dalle rivolte dei minatori del Nord, intere comunità tra lo Yorkshire, Durham e Sunderland sono rimaste al palo, tra un elevato tasso di disoccupazione e una deriva sociale degradante, ma non che lo scenario fosse così diverso nell’epoca dei sussidi statali a pioggia e delle nazionalizzazioni sostenute dai sindacati. Perché dietro ai luoghi comuni (il tè della cinque, le uniformi scolastiche, il prestigio di Oxford e Cambridge, le tradizioni conservate, l’aplomb esibito), non fumavano solo le macerie dell’impero ormai perduto e archiviato, ma pure quelle di uno stato in bancarotta e servile.

Certo poi colpisce vedere uno dei leader sindacalisti che fu un prima linea tra l’84 e l’85 accendersi un sigaro Cohiba l’8 aprile 2013 non per festeggiare il suo compleanno, ma per gustarsi il trapasso della Thatcher, con i gemelli ai polsini della camicia bianca e facendosi riprendere dalle telecamere nell’agio del salotto di casa. Gli affronti scatenati da una rivoluzione culturale, politica ed economica sono condannati a rimanere pur con il trascorrere del tempo. E di Romano Prodi ne è pieno il mondo.