Sesso e Politica

Sono quattro le regole che i politici americani dovrebbero adottare se vogliono sopravvivere ad uno scandalo sessuale. Le ha elaborate The Daily Beast, rivista online tra le più lette al mondo. Sono regole essenziali, ironiche ma neanche tanto.

La prima regola è: “non essere di New York”, o almeno non combinare fattacci all’ombra della Grande Mela. Le ragioni sarebbero legate al fatto che New York è il centro del mondo mediatico, e negli States, si sa, sono i media e non la magistratura i fustigatori della morale pubblica. Il senatore della Louisiana, David Vitter, figura in ascesa del Partito Repubblicano, continuò brillantemente la sua carriera nonostante nel 2007 il suo numero di telefono fosse incluso, come cliente eccellente, nei tabulati di “Madame DC”, al secolo Deborah Palfrey, la proprietaria del più famoso “escort service” d’America che finì incriminata per sfruttamento della prostituzione e poi, ovviamente, suicida. La fortuna di Vitter fu di provenire da un remoto stato del Sud. Al contrario, la stessa abitudine non fu perdonata al governatore democratico di New York, Eliot Spitzer, quando nel 2008 il suo nome uscì tra i clienti dell’Emperors Club Vip, un’agenzia di escort certamente meno rinomata dell’altra.

La seconda regola è: “solo flirt etero”. Bill Clinton ha passato i guai per la sua scappatella con la stagista ventenne ma, superata la bufera, è rimasto un politico ascoltato e potente. Al contrario, quando la stagista ventenne è uno stagista ventenne, come successe al senatore Mark Foley, la scomparsa dalla scena politica, con disonore e sospetti di pedofilia, è assicurata.

La terza regola è: “se lo scandalo lo si scopre molto tempo dopo è meno grave”. Se scappatelle e trasgressioni si riferiscono a episodi accaduti anni prima, l’opinione pubblica americana è indulgente e, tutto sommato, indifferente. La tensione mediatica, per sua natura portata all’immediatezza, s’interessa poco del passato, troppo del presente e non sa cos’è il futuro.

La quarta regola, la più importante, è: “assicurarsi di piacere alla gente”, e tutto sarà perdonato. J.F. Kennedy, Bill Clinton, persino Antonio Villarigosa, il primo sindaco ispanico di Los Angeles, sono stati splendidi piacioni, carismatici, amabili, brillanti, per questo perdonabili per azioni per le quali altri sono stati esposti al pubblico ludibrio. Delle quattro regole americane, forse solo l’ultima può valere in Italia. Magari leggermente modificata: “assicurati di piacere alla gente che si piace”. Perché in questo paese, un politico può avere consenso, seguito, essere ritenuto leader credibile e affidabile, ma se non piace a giornalisti, intellettuali, magistrati, maggiordomi di salottini radical e inservienti di circoli mondialisti, allora non gli sarà perdonato nulla. Anzi.

La passione di Martin Luther King per le donne era cosa risaputa, non solo dai capi della Cia che lo controllavano. Jacqueline Kennedy, in un’intervista fatta a pochi mesi dalla morte del marito, definì il reverendo King “un bugiardo di cui le intercettazioni hanno svelato che organizzava incontri con più donne”; ma questa intervista è rimasta nascosta all’opinione pubblica per cinquant’anni, prima di essere pubblicata dal New York Times nel 2011. Se Martin Luther King fosse stato nell’Italia di oggi, e se fosse stato un leader politico di destra, le sue intercettazioni sarebbero state pubblicate sui giornali, i suoi incontri privati resi pubblici e magari qualche magistrato lo avrebbe processato per reati incredibili. L’America puritana e ancora razzista degli anni ’60 sapeva custodire la privatezza di una vita, se svelarla significava mettere in pericolo la sicurezza nazionale o rendere pubblico ciò che in fondo è una regola del mondo: e cioè che sesso e potere sono una formula alchemica universale; e che l’uomo usa il sesso per dimostrare potere e la donna usa il sesso per avere potere.

Dovrebbe essere la responsabilità individuale a sancire il senso dei comportamenti, non l’inquisizione o il moralismo. Con buona pace di certi magistrati e di molti giornalisti.

(Tratto da il “Tempo”)

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