Il silenzio su Bengasi e sulla Clinton

Hillary Clinton è una leader di fama mondiale, per il 2016 si prepara a correre per diventare la prima presidente donna degli Stati Uniti. Mediaticamente è già intoccabile. Strano a dirsi, la Clinton è la protagonista di uno dei più grandi scandali della diplomazia statunitense. È raro che un segretario di Stato lasci che un suo ambasciatore venga ucciso. E la Clinton è protagonista di uno di questi rarissimi casi. L’ambasciatore in Libia, Christopher Stevens è stato assassinato l’11 settembre 2012, sotto la sua diretta responsabilità.

Non solo: l’amministrazione ha dato segnali incoerenti, ai limiti del depistaggio, nel tentativo di spiegare l’accaduto al popolo americano. Solo un comitato di parte, la Conferenza dei Repubblicani della Camera pare interessato al caso e la settimana scorsa ha emesso il suo Interim Progress Report. I Democratici non hanno nemmeno risposto con un contro-rapporto. Eppure nell’Interim Progress Report repubblicano, leggiamo cose gravissime. In primo luogo documenta ampiamente la situazione della sicurezza a Bengasi e in Libia, prima dell’attentato all’ambasciatore.

C’erano già stati altri 200 incidenti fra il giugno del 2011 e il luglio del 2012, 50 dei quali nella sola Bengasi. La Gran Bretagna aveva già ritirato il suo personale dalla città, già conosciuta come una delle più estremiste del Paese: oltre che culla della rivoluzione contro Gheddafi, è sempre stata una delle maggiori incubatrici degli jihadisti che sono andati a combattere, nel corso degli anni, in Afghanistan e in Iraq contro gli Stati Uniti. Il Dipartimento di Stato ha ricevuto numerosi segnali di allarme, prima dall’ambasciatore Gene Cretz e poi dal suo successore Christopher Stevens, subentrato nel maggio del 2012. Nonostante gli allarmi di Cretz, nell’aprile del 2012, poco prima dell’avvicendamento dei diplomatici, Hillary Clinton ha ordinato una riduzione delle forze e delle strutture di sicurezza in tutta la Libia, Bengasi compresa.

Anche le successive richieste di rinforzi da parte di Stevens sono state ignorate: ad esse non è seguito alcun invio di rinforzi, né alcun ordine di aumentare sensibilmente le procedure di sicurezza. Nella sua testimonianza alla Camera, Hillary Clinton ha sbattuto i pugni sul tavolo, si è agitata, ha urlato «Che differenza c’è, a questo punto?!» perché i morti sono morti, vanno rispettati e non sarebbe corretto, secondo l’ex segretaria di Stato, cercare di capire se sono stati assassinati da terroristi organizzati o da una folla inferocita e disorganizzata. Eppure la differenza c’è eccome. Perché i terroristi li potresti prevedere e prevenire. E a quanto pare i sintomi di un attacco organizzato c’erano tutti. La Clinton si è limitata a dire che il “traffico di telegrammi” dal consolato di Bengasi a Washington non sia mai arrivato nelle sue mani.

In pratica: non sapeva del deterioramento della sicurezza in Libia? Nonostante tutto, ha ordinato di abbassare la guardia a Bengasi? Dopo 200 incidenti? Lasciando esposto il suo ambasciatore? Quanto al dopo-incidente, il Report repubblicano punta il dito su un resoconto del Dipartimento di Stato che non includerebbe affatto tutti i dati raccolti dalla Cia, di cui lo stesso Dipartimento era a conoscenza. A quanto risulta, infatti, Foggy Bottom avrebbe informato la Casa Bianca di quanto stava accadendo quasi in tempo reale, appena due ore dopo l’inizio dell’assalto al consolato americano di Bengasi. E nel rapporto iniziale finito nelle mani del presidente, non c’era alcun accenno a ribellioni spontanee, tantomeno a filmini amatoriali su Maometto che le avrebbero fatte scoppiare. Si parlava di attacco di terroristi e di una rivendicazione di Al Qaeda.

Eppure, nel resoconto ufficiale degli eventi, di cui poi ha parlato in pubblico (bruciandosi la carriera politica) l’ambasciatrice all’Onu Susan Rice, spariva qualsiasi menzione di Al Qaeda, mentre veniva enfatizzata la tesi di un’imprevedibile rivolta spontanea scoppiata a causa di un filmino amatoriale blasfemo su Maometto. Il regista di quel video, attualmente, è l’unica persona finita in galera di tutta la vicenda. Alla faccia della libertà di espressione negli Usa… Il Report repubblicano si chiede chi, al Dipartimento di Stato, abbia confezionato una versione ufficiale dei fatti così lontana dai dati di intelligence che, gli stessi funzionari, avevano a disposizione. E soprattutto, perché sia stata diffusa una versione così lontana dai fatti.

Insabbiamento? Alla bocce ferme, la figura di Hillary Clinton non è stata neppure scalfita. Sta pagando col carcere un regista amatoriale che non c’entra nulla. Il capo della Cia, David Petraeus ha perso il posto, ufficialmente per uno scandalo sessuale. Qualche testa cade fra i funzionari del Dipartimento di Stato. I terroristi sono a piede libero. In Libia la situazione per gli occidentali è sempre più dura, come dimostra l’attentato all’ambasciata francese della settimana scorsa. Ma quel che preoccupa di più è il disinteresse totale dei media. Viene da chiedersi come avrebbero reagito i vari New York Times, Washington Post, Cnn, Nbc, Abc, per non parlare di Hollywood, se al posto della Clinton ci fosse stata Condoleezza Rice e al posto di Barack Obama ci fosse stato George W. Bush. A quest’ora avremmo già almeno un serial e un film di grande produzione sul “Benghazigate”.

L’insabbiamento «è una parola che è generalmente usata se c’è un Repubblicano al governo, ma se c’è un Democratico, i media mainstream sono alquanto disinteressati all’insabbiamento, non lo chiamano così e mostrano scarso interesse per le persone che vogliono portare alla luce più informazioni – commenta addolorato Charles Krauthammer, uno dei pochi editorialisti conservatori del Washington Post – Se solo accenni a qualcosa contro Bush o Reagan, diventi un eroe della Tv nazionale. Se lo fai con Obama, sprofondi nel silenzio».