Anche questo è odio razziale

Nel febbraio del 2012, un ragazzino afro-americano, Trayvon Martin, disarmato, con un cappuccio sulla testa, un pacchetto di caramelle e una bibita in mano, stava andando a visitare il padre, quando si è imbattuto in un vigilantes, George Zimmerman, di origine ispanica. Trayvon Martin è stato ucciso a colpi di pistola da Zimmerman. Questa, in quattro righe, è la storia che i media statunitensi hanno dato in pasto al grande pubblico. Ne è nato immediatamente un movimento per i diritti civili, che ha eletto Trayvon Martin al ruolo di martire della causa dei neri. Barack Obama si era immediatamente lanciato nella storia, affermando che «Se avessi un figlio, questi sarebbe come Trayvon».

Ma la storia non era corretta. Fra il momento dell’incontro di Trayvon Martin e lo sparo, c’è stato dell’altro. Il ragazzino afro-americano aveva infatti aggredito il vigilantes latino-americano. Il quale, tutt’altro che razzista (in casi precedenti aveva anche difeso un nero da abusi della polizia locale), ha sparato per legittima difesa. Benché Jamie Foxx (star di “Django Unchained” di Tarantino) si presentasse in pubblico con la maglietta di Trayvon Martin, già emergevano dettagli sull’aggressione che Zimmerman aveva subito.

Il vigilantes era rimasto ferito, alcune foto lo ritraggono con ferite sanguinanti al naso e alla testa. Il suo avvocato è riuscito a dimostrare, nonostante il linciaggio mediatico, che quelle ferite e quelle percosse subite fossero vere. Zimmerman ha ucciso per non soccombere. È questa la verità giudiziale emersa dal processo, in cui il vigilantes, sabato sera, è stato assolto dall’accusa di omicidio volontario. Obama e buona parte dell’establishment democratico non hanno atteso di vedere le prove, né tantomeno di ascoltare il verdetto del processo, prima di lanciarsi nella loro campagna politica anti-razzista.

Hanno contribuito, assieme ad Al Sharpton, anchorman di Mnsbc, a sbattere il mostro in prima pagina, a farne un caso nazionale. Leader locali, come il reverendo Jesse Jackson (ex candidato delle primarie democratiche alle presidenziali del 1984) hanno addirittura incitato alla rivolta, in termini anche abbastanza espliciti. «Come possiamo trasformare un episodio in un movimento che ponga le basi di un cambiamento? – aveva detto in pubblico l’anno scorso, a proposito dell’omicidio Martin – Se è un episodio, andiamo a casa. Se è un movimento, andiamo in guerra».

Ma adesso che Zimmerman è stato assolto? I progressisti che hanno montato la campagna contro il “mostro”, lungi dal chiedere scusa, attaccano ancora. E con maggior violenza. Manifestazioni in cui sono state bruciate bandiere americane sono state indette in tutte le maggiori metropoli. Particolarmente impressionante quella di New York, dove più di 10mila persone hanno occupato l’intera Times Square, paralizzando il traffico del centro di Manhattan. Slogan ai confini dell’eversione, come “Chi è colpevole? Tutto il sistema” la facevano da padrone.

A Oakland sono scoppiati incidenti, con molti atti di vandalismo e roghi di bandiere americane. “Uccidete Zimmerman” recitano i graffiti lasciati sui muri dai manifestanti, rivelando lo spirito con cui sono scesi in piazza. Obama cerca di placare la rabbia della sua stessa base. «Siamo una nazione fondata sul diritto e una giuria ha emesso un verdetto» ha ricordato ai manifestanti colpevolisti. Ma ne ha anche approfittato per rilanciare la sua battaglia per porre limiti al porto d’armi «per evitare che tragedie simili si ripetano in futuro».

Se però Zimmerman si è difeso da un’aggressione, vuol dire che la libertà di portare armi serve, a prescindere dalle dichiarazioni di Obama. A livello politico, le dichiarazioni di condanna (a un verdetto regolarmente emesso da un tribunale statunitense) si sprecano. «Trayvon era un ragazzo nero. E non c’era alcun nero, né alcun uomo nella giuria che ha emesso il verdetto», ha dichiarato Jesse Jackson (lo stesso che l’anno scorso incitava alla rivolta). La giuria era infatti composta da donne: solitamente beneficiarie della retorica del politicamente corretto, ora il genere femminile viene accusato di sessismo.

Lo Stato di diritto, che include anche le caratteristiche di una magistratura indipendente e di una eguaglianza di tutti di fronte alla legge, ora deve per caso rispettare quote rosa e azzurre, nere e bianche? «Credo che il Dipartimento della Giustizia ci debba dare un’occhiata – dichiara Harry Reid, capogruppo della maggioranza democratica in Senato – Sapete, questa vicenda è tutt’altro che finita e penso che ciò sia un bene. È il nostro sistema. Andrà meglio, non peggio». Reid sostiene l’idea di portare il processo a livello di corte federale. Il suo “andrà meglio” non si riferisce sicuramente alla libertà di Zimmerman.

Il Dipartimento della Giustizia ha iniziato a riesaminare il caso. Si farà di nuovo un processo, magari “non condizionato” da “un sistema razzista”. Solo se arriverà un’accusa di colpevolezza il movimento “anti-razzista” si placherà. Il “bianco” deve essere il mostro. Ma è giustizia?