L’America segreta di Obama

C’era una volta George W. Bush, il cattivo; uno dei presidenti americani più odiati al mondo. Bush era la raffigurazione della peggiore America, quella bianca, conservatrice, religiosa; era il cowboy, il guerrafondaio, il criminale, l’imperialista.

Poi è arrivato Barack Obama, il buono; il presidente più amato da media e intellettuali, l’erede di Martin Luther King e di Kennedy; l’unico in grado di vincere un Nobel per la pace sulla fiducia. Obama è l’America del futuro realizzato prima ancora che si realizzi; il primo presidente nero della storia a rappresentare il riscatto delle minoranze, dei poveri e dei diseredati, ma anche l’America raffinata dei loft a Manhattan e non quella dei ranch texani.

Ora però, questa America civile, democratica e pacifista sembra essere stordita dalle continue rivelazioni su come Obama sta trasformando la culla della democrazia in un paese segreto, sotto controllo, oscurato nei processi decisionali. Il Presidente americano lo ha capito e, per scongiurare il crollo del suo elettorato già indebolito dagli errori in politica estera e dagli scandali interni, è corso ai ripari e nella conferenza stampa di qualche giorno fa ha annunciato dei radicali provvedimenti di modifica del Programma di Sorveglianza Nazionale della NSA (l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale).

Eppure le polemiche non si placano: qualche giorno prima il Washington Post aveva confermato il sospetto che la gigantesca attività di sorveglianza di massa (intercettazioni telefoniche, gestione di metadati, sorveglianza elettronica da internet) operata dalla NSA e scoperta negli ultimi mesi dopo le rivelazioni di Edward Snowden, non servisse solo ad individuare eventuali terroristi o pericoli provenienti dall’esterno (come Obama si è affrettato a dire), ma anche ad effettuare indagini penali contro cittadini americani, senza alcun controllo né regolamentazione. In altre parole, l’attività di spionaggio su scala globale fatta dagli Stati Uniti potrebbe essere usata anche per il controllo sociale degli americani in piena violazione della Costituzione.

Sul New York Times, Eric Lichtblau ha rivelato come il FISC (il tribunale segreto istituito nel 1978 per autorizzare e limitare secondo legge le attività di controllo della NSA) abbia ormai creato un corpus legislativo fuori controllo che va ben oltre il suo campo d’intervento; insomma un tribunale segreto che, attraverso sentenze secretate e non sottoposte a contraddittorio, autorizza la raccolta di dati privati sui cittadini americani.

È vero che una parte di queste attività presero il via con il Patriot Act voluto da Bush sotto la pressione emotiva dell’11 settembre; ed a questo si è attaccato Obama cercando di scaricare sul suo predecessore le responsabilità di queste deformazioni; ma tutti sanno che è con lui che l’attività di controllo e di segretezza ha raggiunto livelli inimmaginabili.

Per esempio, è Obama ad aver voluto il famigerato “Disposition Matrix”, il data-mining che raccoglie e monitora a ciclo costante le informazioni su migliaia di persone in tutto il mondo sospettate di terrorismo ed eliminabili attraverso uccisioni mirate effettuate ormai a ritmo costante dai droni; anche se si tratta di cittadini americani in piena violazione della Costituzione (la quale prevede un regolare processo) e del diritto internazionale che prevede l’intervento armato solo di fronte ad imminente minaccia.

L’America segreta di Obama non riguarda solo l’attività di spionaggio interno ed esterno e l’uso dei droni, ma anche la più normale attività bellica. Nonostante il Nobel per la Pace, Obama fa la guerra come e più di Bush; solo che la fa in segreto, senza passare per il Congresso, senza sottoporsi al giudizio mutevole dell’opinione pubblica e al rischio di condizionamenti per un Presidente che alla sua immagine pubblica ha affidato tutta la sua forza.

Nel 2011 il giornalista d’inchiesta Nick Turse ha rivelato che l’America era impegnata con reparti speciali in ben 120 nazioni: “una forza segreta all’interno delle forze armate degli Stati Uniti è impegnata in operazioni nella maggior parte dei paesi del mondo. Questa nuova élite di potere del Pentagono sta conducendo una guerra globale le cui dimensioni e la cui portata non sono mai stati rivelati”.

Per carità, tutti sappiamo che la segretezza è parte integrante della sicurezza di uno Stato; e che bugie e manipolazioni sono strumenti universalmente accettati dalla politica per giustificare azioni o nasconderle. Nel 1973, un anno dopo la pubblicazione dei Pentagon Papers (i documenti segreti che rivelavano la manipolazione e i nascondimenti operati dai più alti vertici del Pentagono in Vietnam) Hanna Arendt scrisse un saggio su “La menzogna in politica” per ricordare come “segretezza, inganno, menzogna deliberata e bugia manifesta usati come strumenti legittimi per fini politici, ci hanno accompagnato fin dall’inizio della storia scritta”. Ma oggi il potere di controllo, di coercizione e di repressione che uno Stato può operare attraverso la tecnica, rende pericolosa l’accettazione della retorica sulla sicurezza.

L’America di Obama sta scivolando da uno Stato di diritto a uno Stato di polizia, avverando drammaticamente l’ammonimento che nel 1776 fece uno dei padri della nazione americana, Benjamin Franklin: “Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza”. Ovvio, perché prima o poi perderà entrambi.

© Il Tempo, 11 Agosto 2013