La rivincita dei Neocon

Erano stati relegati nella soffitta della storia come scomodi cimeli polverosi da dimenticare; erano l’imbarazzo dell’America, portatori di un verbo ingombrante, di una visione del mondo primitiva, rozza e violenta. Il nuovo corso di Obama fatto di dialogo, comprensione e condivisione avrebbe aperto un’era in cui, per quelli come loro, non ci sarebbe stato più posto. Stiamo parlando dei neo-con, quel gruppo di agguerriti intellettuali e strateghi americani che aveva ridisegnato il ruolo degli Usa nel mondo determinando le scelte di politica estera di George Bush da dopo l’11 Settembre. Odiati e temuti, per molti rappresentavano il male assoluto di un’America muscolare e troppo cowboy.

Quando Obama, nel 2009, all’università del Cairo annunciò pomposamente: «America e Islam condividono principi comuni, di giustizia e progresso, di tolleranza e dignità di tutti gli esseri umani», in molti pensarono: ecco, finalmente ci siamo liberati di quei fanatici occidentalisti che pensano che democrazia e diritti umani siano migliori di teocrazie e dittature. Quando Obama, nel suo primo discorso all’Onu, tracciò il profilo del multilaterlasimo affermando che la democrazia «non può essere imposta ad una nazione dall’esterno» il pensiero corse subito agli otto anni di Bush e alle teorie dei neo-con su come «esportare la democrazia». Oggi, di fronte al fallimento di Obama, si prendono la rivincita e tornano alla carica, attaccando la debolezza del presidente, l’incertezza nelle decisioni e l’eccesso di idealismo umanitario in quella politica estera che, in passato, loro hanno condotto con estremo realismo.

L’ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, uomo di punta dell’amministrazione Bush e della lobby neo-con, ha detto senza peli sulla lingua che la strategia di Obama sulla Siria è «senza cervello»; e sul Washington Post ha aggiunto che la mancanza di «chiarezza d’intenti e visione» spiega perché il Congresso è confuso, l’opinione pubblica contraria e gli alleati storici rimangono defilati. Su questo Rumsfeld ha ragione. La politica estera di Bush era dettata da determinazione e si muoveva nella cornice della legalità internazionale, con ampio consenso interno e grandi coalizioni internazionali a supporto che comprendevano le principali democrazie occidentali.

Ancora più duro William McGurn, quello che a Bush scriveva i discorsi. Sul New York Post ha scritto che «la politica estera di Obama è a brandelli in tutto il Medio Oriente e forse ora siamo in grado di guardare a ciò che abbiamo perduto quando abbiamo sostituito la dottrina Bush con la Dottrina Obama».
D’altro canto, sottolinea Mc Gurn, lo staff di Obama è composto da uomini, come John Kerry e Joe Biden, che hanno passato la loro vita politica a dire «che l’uso della forza americana è quasi sempre un male per il mondo», e ora si chiedono perché non riescono a convincere il Congresso a bombardare la Siria.
Ma il più arrabbiato di tutti è Daniel Pipes, uno dei maggiori analisti neo-conservatori americani. Pipes è uno di quegli intellettuali che rivendica il ruolo globale dell’America e rimpiange i tempi in cui «uno starnuto a Washington scatenava l’influenza in tutto il mondo».

È così arrabbiato con Obama da scrivere che il presidente «si comporta come se fosse il primo ministro del Belgio» o di un piccolo paese che segue le decisioni dei più forti. Ed ha analizzato come ormai gli Usa, in Medio Oriente, non contino più nulla, sostituiti dall’emiro del Qatar che ha armato i ribelli libici contro Gheddafi, sta aiutando i ribelli siriani contro Assad e fornisce miliardi alla nuova leadership egiziana; ed è sempre il Qatar ad appoggiare Hamas a Gaza mentre Obama «persegue i deliri di un processo di pace che quasi nessuno crede possa porre fine al conflitto arabo-israeliano». Pipes vuole l’intervento militare in Siria per ricordare chi comanda in Medio Oriente.

Conclusione: gli Stati Uniti devono tornare ad avere il ruolo centrale che avevano in passato, perché il mondo ha più bisogno di loro che di Obama. Un’America debole, incapace di determinare obiettivi, indecisa e impacciata come quella che stiamo vedendo in questi giorni di crisi, è peggio per tutti. Forse i neo-con non hanno tutti i torti.

© Il Tempo, 10 Settembre 2013

( Il blog dell’Anarca)