Un’Europa prussiana e sovietica

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Ai principi Hoenzollern, la potente dinastia prussiana che governò la Germania per secoli, della felicità dei propri sudditi importava poco o nulla. Secondo Ludwig Von Mises, il grande filosofo liberale, per quei sovrani il regno era proprietà personale, “un bene patrimoniale della famiglia”. La felicità dei sudditi e la loro volontà non contavano. Se le politiche economiche portavano beneficio agli abitanti dei loro domini era solo perché “questa ricchezza era la sorgente delle entrate erariali e il suo scopo era solo quello di rendere la sorgente più abbondante”; quello che stava loro a cuore “non era il bene del suddito ma quello del contribuente fiscale”.

L’Europa di Bruxelles somiglia molto al regno di Prussia del XVII secolo, con la differenza che ad una dinastia germanica di guerrieri si è sostituita un’oligarchia apolide di banchieri e tecnocrati. I cittadini europei, al pari dei sudditi germanici, esistono per essere tassati. Questa Europa metà prussiana (per autoritarismo fiscale) e metà sovietica (per centralismo burocratico) sta uccidendo consapevolmente economie e libertà. Eppure ai grigi signori di Bruxelles e ai loro servizievoli maggiordomi che governano gli Stati nazionali sfugge una legge della storia che l’idealismo del ‘900 ha cancellato, ma che oggi ritorna in tutta la sua ragione: e cioè che le grandi rivoluzioni, gli sconvolgimenti sociali, non avvengono per le idee, ma a causa delle tasse.

La più grande democrazia del mondo, gli Stati Uniti d’America, nacque da una rivoluzione contro le imposte; la rivoluzione francese fu anticipata dalle rivolte fiscali contro la monarchia che imperversarono in Francia per tutto il XVII e il XVIII secolo. Imperi, da quello romano a quello spagnolo di Carlo V, crollarono anche (e forse soprattutto) per l’eccesso di pressione fiscale. La storia insegna che la stupidità di chi governa, l’irresponsabilità, l’ingordigia di un potere (sia esso militare o economico) può portare un sistema a “tassarsi a morte”. È quello che sta succedendo in molti paesi europei.

In questi giorni, in Bretagna, decine di migliaia di persone si sono infilate un berretto rosso (in ricordo dei Bonnets rouges che ai tempi di Luigi XIV scatenarono una delle più sanguinose rivolte fiscali della storia d’Europa) e sono scese in piazza scontrandosi con la polizia per protestare contro l’ennesima tassa del governo Hollande, l’ecotax sul trasporto stradale che rischia di mettere in ginocchio l’intera economia regionale e che il governo ha dovuto sospendere (due giorni fa gli scontri hanno causato 70 arresti). La Francia è un paese in cui la pressione fiscale ha raggiunto il 47% del Pil (più alta che in Italia secondo i dati del 2012 della Banca d’Italia); ed è del 66% quella che grava sulle imprese (seconda solo a quella italiana del 69% secondo i dati CGIA). Qui, al pari dell’Italia, lo Stato appare ormai come il nemico da combattere per la propria sopravvivenza.

In Italia è sorto il movimento ICR (Imprese Che Resistono) che raggruppa piccoli e medi imprenditori, professionisti, artigiani, commercianti, insomma quel popolo delle partite IVA che in questi ultimi anni è stato il più massacrato dallo Stato proprio in quanto maggiore produttore di ricchezza. Il 27 novembre si fermeranno per 4 ore nel più inaspettato sciopero possibile: quello delle imprese. Un estremo grido di guerra contro il soffocamento burocratico e fiscale. La follia del sistema è tale che oggi diventa un merito per chi governa semplicemente promettere di non alzare le imposte: di abbassarle non se ne parla proprio più.

Ma l’oppressione fiscale non deprime solo l’economia, uccide le imprese, limita il diritto di proprietà e cancella la speranza dall’anima di un popolo. L’eccesso di tasse fa diminuire i diritti individuali, perché uno Stato, per tenere in piedi un sistema fiscale che assorbe oltre il 50% della ricchezza prodotta, deve costruire un sistema coercitivo di controllo e repressione sempre più pervasivo. Ci sono sempre buone ragioni per mettere nuove tasse. C’è una sola ottima ragione per ribellarsi ad esse: la libertà.

© Il Tempo, 13 Novembre 2013