Ideas Have Consequences

Il coro sincronizzato delle cassandre di professione era già partito durante la crisi dello shutdown. Il partito repubblicano, diviso tra la sua anima movimentista (i Tea Party) e quella governativa (l’establishment), stretto tra l’esigenza tattica del compromesso e quella strategica della difesa delle proprie idee, sembrava ormai mestamente incamminarsi sul viale del tramonto. E le prime pagine dei giornali americani – accuratamente riprodotte dagli scribacchini al di qua dell’Atlantico – abbondavano di dotte analisi che discettavano sulla scomparsa ormai imminente del Grand Old Party.

Qualcuno tirava in ballo le magnifiche (e progressive) dinamiche della demografia, con le minoranze sul punto di diventare maggioranza e il GOP ancorato a visioni antiche sulla cittadinanza, l’immigrazione e il welfare. Qualcun altro se la prendeva con le battaglie sui valori condotte dagli attivisti repubblicani, colpevoli di non volersi arrendere alla Nuova America trans-gender, trans-religiosa, trans-razziale, trans-tutto. Altri – una minoranza per la verità – accusavano il partito di Abraham Lincoln di aver abbracciato con troppa enfasi i miti malvagi del turbo-liberismo, senza fare i conti con una nazione stremata dalla crisi economica e in cerca di riparo sotto l’ala protettrice dello statalismo.

Così, mentre gli esperti già paventavano per il novembre 2014 un ciclo elettorale di mid-term in grado di restituire al Partito democratico il pieno controllo del Congresso, spianando la strada a una fine di secondo mandato iper-progressista dell’amministrazione Obama e all’inevitabile vittoria di Hillary Clinton nel 2016, la destra americana si preparava ad una lunga traversata nel deserto, in cerca di quella leadership capace di unire le diverse anime della sua big tent. Quella leadership che, di fatto, le manca dai giorni di Ronald Reagan. Una situazione che a noi, abitanti alla periferia dell’Impero, ricordava molto da vicino il travaglio del centrodestra italiano, alle prese anch’esso con lacerazioni interne, scontri valoriali e mancanza di una leadership condivisa.

Poi, all’improvviso, è cambiato tutto. Nel giro di un mese, l’opinione dei cittadini americani su Obama e sulla sua presidenza è precipitata ai suoi minimi storici. Un job approval che all’inizio del 2009 sfiorava il 70%, è precipitato sotto il 40% e punta decisamente verso il 35%. Quelli che parlavano di Congresso a guida democratica nel 2014, adesso sono terrorizzati dalla prospettiva che i repubblicani possano conquistare anche il Senato, dopo aver strappato ai democratici la Camera nel 2010, provocando di fatto due lunghissimi anni di paralisi dell’amministrazione Obama. E neppure l’avvento di Santa Hillary nel 2016 sembra più fatalmente scolpito nella roccia nel destino della più antica democrazia del mondo.

Ma cosa è cambiato in questo terribile novembre? Forse i flussi migratori negli Stati Uniti si sono repentinamente invertiti, portando sulle coste del New England qualche milione di scandinavi scontenti del welfare europeo e allontanando altrettanti messicani da Arizona e California? Forse, dalla sera alla mattina, il decennale trend positivo per la legalizzazione della marijuana e dei matrimoni omosessuali si è trasformato in un riflusso stile anni Ottanta? Niente di tutto questo. Alla fine di ottobre, subito dopo la mezza vittoria di Obama sullo shutdown, è finalmente entrato in vigore l’ “Affordable Care Act” (ACA), comunemente chiamato “Obamacare”: la riforma del sistema sanitario americano tanto voluta dal presidente Obama e inseguita per decenni, senza successo, dal Partito democratico.

Questa riforma, che a noi europei (che pure, con la sanità pubblica, di problemi non ne abbiamo pochi) sembrava quasi “obbligatoria”, alla maggioranza degli americani non è mai piaciuta. E, dopo averla sperimentata per la prima volta sulla propria pelle, questa maggioranza silenziosa contraria all’Obamacare – che non aveva trovato il coraggio o la voglia di manifestarsi alle presidenziali del 2012 – si è trasformata in una maggioranza ancora più ampia e parecchio rumorosa.

Gli americani si sono resi conto che, in molti casi, la spesa per la propria assicurazione sanitaria sarebbe cresciuta fino a quadruplicare il proprio impatto su finanze familiari già rese instabili dalla crisi. E che il “gioiello digitale” preparato dall’amministrazione più “cool” della storia dell’umanità (il sito healthcare.gov) per facilitare l’accesso dei cittadini al nuovo sistema, in realtà è un’oscenità ingestibile che molto probabilmente non potrà funzionare decentemente neppure entro la fine del 2013. Ad aggiungere la beffa al danno, le promesse del presidente in campagna elettorale («Chi è soddisfatto della propria assicurazione non sarà obbligato ad abbandonarla!») si sono rivelate per quelle che erano: menzogne.

È stato solo allora, dopo aver toccato con mano le meraviglie del socialismo obamiano, che i cittadini statunitensi si sono dimenticati – in un attimo – delle divisioni interne del Partito repubblicano, delle sue battaglie di retroguardia e degli errori commessi durante lo shutdown. E il vecchio, solido elefante del GOP all’improvviso non è più sembrato tanto orribile come tutti lo avevano descritto.

Ora, come non credevamo nella fine della destra americana nei giorni dello shutdown, oggi – naturalmente – non crediamo che la disastrosa riforma obamiana possa significare una sua riscossa permanente. La politica è fatta di cicli, di svolte repentine e di opportunità. Ed è tutto da dimostrare che il GOP riesca a sfruttare questa situazione per ottenere vantaggi duraturi, soprattutto a livello elettorale. Ma almeno una lezione, utile non soltanto agli americani, da questa vicenda è possibile impararla. Più che il posizionamento tattico, in politica nel lungo periodo contano le idee. E stare dalla parte “giusta”, alla fine, conta più del carisma dei propri leader o della capacità di manipolare il mondo dei media. “Ideas have consequences”: le idee hanno conseguenze, scriveva non a caso Richard M. Weaver, uno dei padri del conservatorismo a stelle e strisce.

Nella battaglia sulla riforma sanitaria, la destra americana (con tutti i suoi difetti e malgrado tutti i suoi errori) ha sempre scelto di stare dalla parte delle proprie idee. Ha scelto di opporsi a chi riteneva – e ritiene – che lo stato possa conoscere le esigenze delle famiglie meglio delle famiglie stesse. E questa scelta, che nel breve periodo molti consideravano suicida, adesso potrebbe rappresentare la sua salvezza.

Tratto dalla rivista Area