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Diario Mondiale/ John Anthony Brooks

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Quando Matt Beasler ha ammesso di non farcela più, pantegana Klinsmann deve aver fatto lavorare al meglio le sue non proprio lineari sinapsi. Al posto di un ragazzo del Kansas che gioca per Kansas City, ha mandato in campo uno che negli Stati Uniti non ci ha nemmeno mai vissuto. Ha scelto di esorcizzare lo spettro di un mondiale costellato dagli infortuni, schierando uno con la storia esattamente opposta a quello che stava per uscire dal campo.

L’eroe di giornata si chiama John Anthony Brooks. E’ un americano come noi. Perché, tecnicamente, per lui, gli states sono un luogo dell’anima. Ha sempre vissuto a Berlino, dove è nato nel 1993 e dove papà John Sr. lavorava come militare. Quando John Anthony vide la luce, il muro era crollato da qualche anno e Bill Clinton aveva giurato come 42esimo presidente da poco più di una settimana. Le giovanili nell’Herta Berlino e poi l’approdo in prima squadra. Fino a che il destino gli chiede di scegliere: essendo cittadino sia tedesco che americano può giocare per una o per l’altra nazionale. A farlo propendere per gli Stati Uniti ci pensa Thomas Rongen, un bizzarro allenatore olandese che ha fatto fortuna con il soccer prima di finire ad allenare la nazionale samoana (!!). La sua convocazione per la selezione under 20 sbroglia la matassa e lega il destino di questo ragazzo di 1 metro e 93 di altezza alla bandiera a stelle e strisce.

Il resto è cronaca: il cross di Graham Zusi, il colpo di testa a 4 minuti dalla fine. Il cielo blu, con molte stelle. Mission Accomplished.