Perché Obama perde in Medio Oriente

Guerra civile in Siria, omicidio tuttora irrisolto di un ambasciatore americano in Libia, caos permanente in Libia, instabilità in Tunisia, colpo di Stato in Egitto, fallimento del processo di pace fra Israele e Palestina, nascita del nuovo califfato dell’Isis fra Siria e Iraq, probabile fine dell’unità territoriale irachena … il numero di rovesci subiti dagli interessi americani in Medio Oriente è innumerevole. Eppure, in questi cinque anni, gli Stati Uniti sono stati amministrati da Barack Obama, sostenuto dal fior fiore delle menti pensanti delle accademie americane e dai migliori esperti di politica estera, indicato dai media come il miglior antidoto al “disastro” di George W. Bush. Cosa sia successo in questi cinque anni, lo spiega bene, nel suo ultimo editoriale sulla National Review, lo storico Victor Davis Hanson, il vecchio saggio del conservatorismo americano che, periodicamente, sforna il miglior articolo sul punto della situazione, sullo stato di salute (o di malattia) della politica estera statunitense.

Davis Hanson va dritto al nocciolo della questione: il disastro mediorientale non è causato da una serie di singoli errori, ma dall’ideologia stessa dell’amministrazione Obama, che ha sostituito “Con ridicoli eufemismi, termini dolorosi come ‘terrorismo’, ‘jihadismo’ e ‘islamismo’. L’amministrazione è stata brava solo a produrre discorsi in cui sopravvalutava le virtù dell’islam mentre enumerava le colpe americane del passato. Ci siamo invaghiti della Turchia e dei palestinesi, mentre impartivamo dure lezioni a Israele. La vittoria militare è stata ridicolizzata come un concetto obsoleto. ‘Guidare stando un passo indietro’ (leading from behind) era il suo surrogato più civile”. Questa vera dittatura del politicamente corretto è stata all’origine di una strategia fallimentare: “Per valutare questa politica, basta osservare l’attuale Medio Oriente, o ciò che ne resta: Egitto, monarchie del Golfo, Iraq, Iran, Israele e i palestinesi, Libia, Siria, Turchia. È corretto dire che l’America ha perso amici, rafforzato nemici, moltiplicato i terroristi islamici”.

I teorici della cospirazione sono soliti trovare un’accurata pianificazione americana dietro ad ogni disordine. Sopravvalutando la potenza militare e diplomatica statunitense e sovrastimando le stesse doti strategiche di Obama, i complottisti vedono soldi e soldati Usa dietro a tutto, persino dietro alla nascita dell’Isis in Iraq e Siria. Essi non vedono che il nuovo disordine mediorientale nasce proprio dall’assenza degli Stati Uniti e non dalle loro presunte “presenza occulta”. Ricorda bene Davis Hanson, che la pace in tutti i territori in cui gli Usa hanno combattuto (dalla Germania al Giappone, passando dall’Italia e dai Balcani) è stata mantenuta solo grazie a una massiccia presenza militare permanente. Mollare l’Iraq in mezzo al guado e annunciare in anticipo una data per il ritiro anche dall’Afghanistan, non ha fatto altro che rafforzare i nemici degli Stati Uniti e produrre il caos che è sotto gli occhi di tutti.

Al ritiro si è accompagnata anche una strategia della comunicazione controproducente. Obama ha mantenuto intatti tutti gli strumenti creati da Bush per la lotta al terrorismo, come Guantanamo e l’uso dei droni per le eliminazioni mirate, ma ne ha rinnegato la legittimità morale e in alcuni casi anche legale “La conclusione per un islamista è che persino l’amministrazione Obama ammette che i suoi metodi di lotta al terrorismo sono moralmente riprovevoli e inefficaci”.
Questa è la causa del disastro mediorientale: un cattivo uso del “soft power”. Niente altro. Il problema è che, molto probabilmente, durerà a lungo. Perché pochi, a parte Davis Hanson, lo notano. Quante volte abbiamo sentito dire che Obama è “pur sempre meglio di George W. Bush”? In realtà la politica dell’attuale amministrazione continua a coincidere con l’“agenda” dei media: quel che intellettuali, analisti e giornalisti vogliono sentir dire e vogliono veder fare. Si è creata una cappa di realtà virtuale sovrapposta alla realtà sul campo, grazie alla quale continuiamo a credere che, con questo modo di far politica, il Medio Oriente vada meglio, o comunque non potrebbe andare diversamente. Se succede un disastro troppo grosso per essere minimizzato, come la dissoluzione rapidissima dell’Iraq, si fa sempre a tempo a dare ancora la colpa a George W. Bush e ai “neocon”, gli “esportatori di democrazia” che hanno iniziato il conflitto nel 2003 … proprio per evitare che l’Iraq diventasse quel centro di destabilizzazione che vediamo ora.