La guerra della scuola

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Osservare costantemente gli eventi oltreoceano causa un fenomeno curioso: lo strabismo da corrispondente. Il senso per le notizie, affinatosi in anni di pratica, improvvisamente viene stravolto: fatti che fanno squillare tutti i tuoi campanelli d’allarme vengono ignorati mentre notizie che in Italia farebbero al massimo sbadigliare creano un pandemonio. La battaglia campale sulla riforma dell’educazione che il governo federale vorrebbe imporre ai singoli stati è un esempio lampante.

Nel Bel Paese un cambiamento al curriculum scolastico o alle procedure di valutazione degli insegnanti è roba da addetti ai lavori. Diventa interessante solo se si parla di precari o sindacati. Common Core è una riforma che non dovrebbe far notizia. Da qui al disinteresse che ha suscitato nella Penisola il passo è brevissimo.

Eppure Common Core è diventata talmente impopolare da costringere i fautori ad inventarsi metodi sempre più creativi per depistare chi si sta dannando l’anima per difendere la sovranità dei singoli stati sulle questioni relative all’educazione.

La battaglia è di quelle tipiche di un ordinamento federale: il governo centrale prova a togliere competenze alle regioni, che reagiscono bloccando l’iniziativa o scegliendo di non parteciparvi. Il movimento per la standardizzazione dei programmi e dei test è passato alla fase esecutiva nel 2010, quando i “curricula” per matematica ed inglese sono stati adottati da 44 stati su 50. Mossa “incoraggiata” fortemente dal Dipartimento dell’Educazione, che ha legato l’erogazione di contributi federali in molti programmi all’ingresso in Common Core.

Come con Obama Care, i contenuti erano fumosi, il che ha fatto insospettire molti attivisti. Una volta decifrato il burocratese, apriti cielo. L’obiettivo? Eliminare il controllo locale sulle scuole, imporre programmi all’insegna del revisionismo storico, dell’ideologia gender, dell’ambientalismo radicale, ostili al libero mercato e destinati all’indottrinamento dei bambini al collettivismo.

Common Core, propagandato come la panacea per un sistema in crisi pluridecennale, si è rivelato l’ennesimo tentativo di executive overreach, un tentativo gramsciano di annettere l’immensa macchina educativa alla causa di un presidente e di un Partito Democratico in evidente affanno.

Gli stati che hanno adottato da subito l’iniziativa stanno abbandonando la barca: Texas, Oklahoma e buona parte del Sud se ne sono andati sbattendo la porta. Nelle roccaforti democratiche come New York, il governatore Andrew Cuomo fronteggia una marea crescente di proteste, acutizzata dallo scandalo scoppiato a metà agosto, quando il Dipartimento dell’Educazione è stato costretto ad ammettere di aver reso i test più facili per provare la bontà dei nuovi programmi.

L’uso delle centinaia di programmi di stimolo come ricatto o tangente per convincere i deputati statali traballanti hanno spinto il Congresso a passare la H.Res. 476, una chiara condanna delle azioni dell’amministrazione Obama. La risoluzione, presentata da Jeff Duncan (R-SC), è stata approvata dalla Camera e rimane nel limbo dallo scorso febbraio: difficile che il Senato democratico la discuta a breve.

I rovesci sul lato legislativo non hanno impedito che Common Core procedesse spedita, usando le mille scorciatoie previste dal nebuloso impianto della manovra. L’intrusione del governo nelle procedure di selezione e valutazione degli insegnanti ha fatto andare su tutte le furie l’AACTE, associazione delle scuole di preparazione dei futuri prof. Molti vorrebbero addirittura togliere lo status di ministero al Dipartimento dell’Educazione, facendolo tornare nei confini definiti dalla Costituzione, niente di più di un luogo per la raccolta di statistiche ad uso dei singoli stati.

La battaglia continua non solo negli stati ancora dentro a Common Core, ma anche in quelli che, sotto pressione delle associazioni dei genitori come Women on the Wall, avevano promesso di uscire dal programma ma si sono limitati a cambiare nome, per mantenere l’accesso ai fondi. I trucchi usati dai fautori di queste riforme, in primis i potenti e politicizzati sindacati degli insegnanti, chiamano gli attivisti ad una forte opera di pressione sui rappresentanti a livello statale e di contea.

Dal 7 al 22 settembre, il sottoscritto sarà keynote speaker in una lunga serie di conferenze pubbliche tra Florida, Alabama e Texas denominate Stand in the Gap II, organizzate da diversi gruppi locali dedicati alla lotta contro Common Core. Il mio compito, certo non semplice, spiegare come tentativi del genere, già visti in Europa negli ultimi 30 anni, non possano che minare alle radici un paese, spingendolo sempre più vicino al baratro che l’Italia ormai conosce fin troppo bene.

Sarà un tour de force ed un percorso in questo mondo fatto di genitori e nonni preoccupati per il futuro dei propri figli colpevolmente ignorato dalla stampa europea. Naturalmente, considerazioni e riflessioni le troverete sempre qui su Right Nation, la casa dei diversamente statalisti.